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Cellino, gli esoneri e un Presidente figlio di un calcio che non esiste più

Cellino, gli esoneri e un Presidente figlio di un calcio che non esiste piùTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
mercoledì 05 febbraio 2020 11:30Il corsivo
di Raimondo De Magistris

Massimo Cellino è figlio di un calcio che non esiste più. Pittoresco, distruttivo. Soprattutto, autodistruttivo. Stamattina ha deciso di cambiare per la terza volta l'allenatore alla guida del suo Brescia. Esattamente tre giorni dopo questo comunicato: "La società Brescia Calcio, nella persona del Presidente Massimo Cellino, smentisce categoricamente le illazioni apparse su alcuni organi di stampa, relative a un possibile e imminente cambio di guida tecnica". E senza che ci fossero nuove partite di mezzo.
Comunicato arrivato dopo la notizia dei primi contatti con Diego Lopez. Comunicato smentito 72 ore dopo dallo stesso Cellino: che alla fine ha ceduto, non ce l'ha fatta. E ha cambiato ancora una volta.

Nella sua carriera da presidente, Cellino ha fatto anche di peggio. Nel 2001/02 il suo Cagliari iniziò la stagione con Antonio Sala, la concluse con Nedo Sonetti e nel frattempo si alternarono alla guida del suo Cagliari anche Elvio Salvori (promosso dalla Primavera per una giornata), di nuovo Antonio Sala (solo per un'altra giornata e Giulio Nuciari.

Cagliari, Leeds e adesso Brescia. E' presidente da quasi 30 anni e scorrendo la sua carriera è davvero difficile trovare stagioni in cui non ha cambiato allenatore. Massimiliano Allegri uno dei pochi a essere confermato per una intera stagione, Daniele Arrigoni un altro. Ma si contano sulle dita di una mano perché Cellino, figlio di un altro tempo, è sempre stato di esonero facile. Convinto che cambiare allenatore sia sempre e comunque la prima decisione da prendere nei momenti di difficoltà.

A volte gli è andata bene, altre meno. Ma in un calcio contemporaneo sempre più figlio della programmazione la sua figura è ormai démodé. E' figlio di un calcio anni '90 fatto di decisioni estemporanee, in cui esiste un presidente che è più un padrone piuttosto che il vertice di una piramide. E decide in autonomia qualsiasi cosa, dagli accrediti al giorno delle presentazioni o delle visite mediche.
E' figlio di un calcio estemporaneo ormai defunto: forse più genuino, sicuramente antistorico. Un calcio in cui a pagare, alla fine, sono sempre gli allenatori.

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