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Gravina, Cairo, Spadafora: le diverse posizioni sulla ripresa. Chi è più realista?

Gravina, Cairo, Spadafora: le diverse posizioni sulla ripresa. Chi è più realista?TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews
venerdì 27 marzo 2020 00:45Il corsivo
di Ivan Cardia

Punto primo: tutti vorrebbero che il virus scomparisse e diventasse solo un ricordo. Punto secondo: tutti vorrebbero riprendre il prima possibile a giocare a calcio, come del resto andare a trovare i propri cari, fare una passeggiata, vivere. Punto terzo: nessuno sa quando questo succederà. Se non partiamo da queste premesse, ignoriamo l'elefante nella stanza attorno al dibattito sulla possibilità o meno di completare la stagione 2019-2020 di Serie A: andrà tutto bene è un mantra, ma ripeterlo non aiuta a capire il se, il come, il quando. Anche in una giornata che ha visto confrontarsi diverse posizioni. Contrapposte ma, proprio per questi motivi, fino a un certo punto.

Qui Gravina: mai arrendersi. Per cultura, assicura il presidente federale. Che auspica la ripartenza dei campionati, a tutti i costi o quasi: "Proveremo a fare il massimo per giocare anche a costo di chiedere il supporto delle massime istituzioni internazionali, mi riferisco alla Uefa e alla Fifa, di andare oltre il 30 giugno quindi sfruttando anche luglio e agosto".

Qui Cairo: ripartire sì, ma finendo entro il 30 giugno. Salvare una stagione già compromessa per rovinarne un'altra non ha senso: è questo, in estrema sintesi, il ragionamento del presidente del Torino. "Andare oltre il 30 giugno rischia di essere un problema, andresti ad intaccare la stagione futura. Agosto è un mese in cui i giocatori devono riposarsi e avresti un mese per prepararti, andresti a iniziare a ottobre". Intaccando, appunto, non una ma due annate.

Infine Spadafora: difficile chiudere in tempo. Ma sull'estate il ministro dello Sport non si è pronunciato: "Sul 3 maggio sono dubbioso, se ci fosse la possibilità di riprendere decideremo di farlo a porte chiuse. A oggi ho qualche dubbio sulle dichiarazioni che sento di poter riprendere la competizione". Se la FIGC dovesse decidere di giocare a luglio o agosto, però, sarebbe un'autonoma e lecita scelta delle istituzioni sportive.

Dove sta il realismo? Di primo acchito, le parole di Gravina sanno di ottimismo e quelle di Cairo reclamano realismo. È una chiave di lettura, non l'unica. Perché la convinzione del presidente federale parte da un altro assunto: non ripartire vuol dire mandare in fumo 700 milioni di euro, lo abbiamo già scritto tante volte. Una batosta micidiale, per i bilanci sgangherati del nostro calcio. La reggeremmo? Chi lo sa. E allora anche voler tornare a giocare a tutti i costi diventa realismo, di altra natura: senza ripresa, il rischio di un crollo strutturale è dietro l'angolo. Too big to fail è un mito, lo abbiamo già imparato in altre circostanze e altre crisi. A voler usare toni drammatici, l'alternativa all'accanimento terapeutico è staccare la spina. Cosa che nessuno, ovviamente neanche Cairo, si augura. Le considerazioni del presidente del Torino, d'altra parte, hanno una loro verità incontestabile: per capirsi, giocare (almeno) 13 partite in 40 giorni sarebbe un vero e proprio tour de force. Pronto a diventare qualcosa in più, se dopo poche settimane dovesse ripartire un nuovo campionato, magari da 22 squadre, con tanto di Europeo in fondo alla stagione. E non di soli soldi si vive, se è vero che per tornare a giocare sarà necessario garantire l'incolumità degli atleti, degli altri addetti ai lavori, se ci potranno essere degli spettatori. Tra realismo e ottimismo, in questo momento, una ricetta non c'è. Non possiamo che stare a guardare il corso degli eventi. E sperare di non darla vinta al nemico invisibile.

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