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ESCLUSIVA TMW - Fulvio Collovati: "Ecco perchè passai dal Milan all'Inter..."

17.11.2013 05:30 di Chiara Biondini    articolo letto 42330 volte
Fonte: di Marco Conterio per TMWmagazine
ESCLUSIVA TMW - Fulvio Collovati: "Ecco perchè passai dal Milan all'Inter..."
© foto di Federico De Luca
La vita di Fulvio Collovati è fatta di dialetti, grandi uomini, colori. Di fotografie. Il cappello di Nereo Rocco. La tuta di Osvaldo Bagnoli. I silenzi di Nils Liedholm. Le tre dita al cielo di Sandro Pertini. L'urlo di Marco Tardelli. La prima istantanea arriva però da un paese di neppure mille anime. Teor, uno dei centotrentasei comuni di Udine, dove l'Italia lavora, suda, distante e nell'ombra. Silenziosa come il sogno di un ragazzo che, a sette anni, si trasferisce a Milano. Là dove le luci brillano e splendono, là dove le tende saranno piantate ma senza scordare l'iniziale porto. "Rocco parlava triestino, io friulano". Sorride, Fulvio Collovati. Perché chiudere gli occhi e far scattare nella mente quelle fotografie, rievoca dolci ricordi. Tutto inizia a Milano, nella Grande Mela d'Italia. "In provincia, per la verità. Ero a Limbiate, giocavo nell'Oratorio e mi manda a chiamare la squadra di Cusano Milanino. Che detta così potrebbe sembrare anche una squadra locale, ma aveva dato i natali a Trapattoni, a Prati...". Su quel ramo della metro di Milano, allora... "Già. Il Trap veniva a vederci, io avevo tredici anni e per me il calcio era ancora un divertimento. Nacque tutto per caso: i fratelli Crippa, a fine stagione, vennero da me e mi dissero: 'vuoi andare all'Inter o al Milan'? Non ebbi dubbi". Questioni di cuore? "Ero milanista, doc, da piccolo, la scelta arrivò automaticamente. Pulcini, Allievi, Juniores, Primavera: ho fatto tutta la scalata anche se col settore giovanile, a livello di squadra, ho avuto anche sfortuna. Due sconfitte al Viareggio, in finale, la prima col Dukla Praga, la seconda con la Sampdoria. Però mi sono tolto la soddisfazione di vincere il titolo di miglior giocatore del torneo". Dai baby ai grandi. "Con Giagnoni mi affaccio alla prima squadra a diciotto anni, poi dovevo andare in prestito. Però il ds Vitali viene da me e mi dice: 'non te ne vai. Arriva Marchioro e lui punta sui giovani, punta su di te'. E così fu. Giocai subito, c'era coraggio nel puntare sui ragazzi, mica come oggi. Vincemmo la Coppa Italia, ma fu una stagione di sofferenza". Una sofferenza alleviata dalle grandi figure che la circondavano: una era Nereo Rocco. "Uomo d'altri tempi. Viveva in collegio con noi, io ero in stanza con Baresi e per tutti i ragazzi era un periodo difficile, dove rinunciavi in parte all'adolescenza. Rocco parlava in triestino, ci chiamava 'mona', mangiava al tavolo con noi giovani e spesso eravamo noi ad andare con lui e coi senatori". Grande uomo di calcio, grande figura fuori. "E' stata una figura di riferimento. Ci chiedeva: 'dove andate stasera con le ragazze? State attenti'. Amo ricordarlo spesso, anche perché cercava di scavare anche nel profondo della persona e non solo del calciatore". Certi nomi rievocano un passato oramai andato. Come Nils Liedholm. "Fu il tecnico della mia definitiva consacrazione. Ho giocato trenta gare su trenta, a vent'anni, abbiamo anche vinto lo Scudetto nel '79. Un allenatore, poi, si giudica anche per il rapporto che ha con i suoi e lui era un personaggio unico. Parlava poco, è vero, ma lo si rispettava sempre. Mai discussioni, botte, ed assicuro che a volte accadono negli spogliatoi... C'era grande rispetto". Liedholm è, tra l'altro, legato anche alle sue questioni di cuore. "Mi sono fidanzato con mia moglie Caterina nel '79 e mi disse: 'ti sposi? Quando farai nascere un figlio, fallo nascere sotto il segno della bilancia come i grandi giocatori. Maradona, Tardelli, Sivori, Jashin, Charlton, Falcao, Rummenigge,Nordhal e molti altri sono nati così. Anche io'. E sa che l'ho fatto sul serio?" Davvero? "Già. Ma sono nate femmine...". Scorriamo il calendario: nel 1980, il Milan va in B. E' il primo grande caso di calcioscommesse in Italia. "Rimasi shockato, non volevo crederci. Retrocedemmo e io rimasi lì, il Milan era la mia vita. Ero in Nazionale, fu una scelta sofferta, rischiavo di perderla giocando in serie cadetta". Perché poteva essere poco considerato? "Macché. Solo che giocavo il sabato con la Nazionale e la domenica col club in B. Bearzot però lo accettò e lo feci tre volte". Altro che tour de force dei giorni d'oggi... "Arrivavo a Milanello alle due di notte, era stancante anche a livello mentale. Però la B è stata un'esperienza forte, seppur dopo la promozione il Milan sia di nuovo retrocesso. Stavolta sul campo, purtroppo". E lì, uno dei primi storici e discussi passaggi del Naviglio: dal Milan all'Inter, tanto che la stampa locale la dipinse come 'ingrato transfuga'. "Il passaggio fu clamoroso, sono stato uno dei primi dell'era moderna ma la verità è una e una soltanto. L'ho fatto perché avevo paura di perderla davvero la Nazionale, stavolta. A Como i tifosi del Milan ci contestarono, si disse che presero di mira me in particolare, ma ero il capitano ed il simbolo dei malumori dopo la retrocessione". Fu così che saltò sull'altra sponda del Naviglio. "Quattro anni meravigliosi, sia con il club che con l'ambiente. Mi porto dietro ricordi bellissimi, anche perché i tifosi mi hanno subito accolto bene". Ha giocato con grandi campioni. Uno, in particolare, le deve aver fatto sudare sette camicie in allenamento: Rummenigge. "Preferivo non marcarlo... Un grande amico ed una persona leale, corretta, che merita la grande carriera da dirigente (è presidente del Bayern Monaco, ndr) che sta facendo". Però non avete vinto niente. "Non me ne capacito. C'era lui, c'era Altobelli. Era una corazzata, ma non abbiamo conquistato nessun trofeo". Diceva di Rummenigge, prima: è il più forte mai affrontato? "Bettega, Boninsegna, Pruzzo, Rossi, Van Basten, Altobelli, Giordano. La lista è lunga, eh!". Dall'Inter all'Udinese. Ma è vero che poteva andare alla Fiorentina? "Non in questo frangente, ma dopo il Milan. Avevo già l'accordo con il Conte Pontello, ma Mazzola mi convinse a vestire la maglia dell'Inter". In Friuli, poi, è rimasto poco tempo. "Una tappa di passaggio, non mi sono trovato bene. L'Inter, praticamente, mi obbligò ad accettare, ma avevo una clausola per liberarmi a fine stagione". E così scelse la Roma, del presidente Viola. "Un personaggio unico, mitico, d'altri tempi. E poi c'era Liedholm... Dopo la telefonata, accettai subito, sono stati due anni bellissimi. Roma è una realtà diversa da Milano, è vero, ma mi sono ambientato subito bene. Lì, poi, il derby è vissuto in maniera viscerale. Faccio un esempio: dopo tre giorni, mi si avvicina un vecchietto e mi fa. 'Collovà, mejo annà in B che perde il derby'. Splendido". Dulcis in fundo, quadriennio al Genoa. "Mi chiamò Scoglio, altro grandissimo personaggio. Avevo trentadue anni ma allora a trenta si era già considerati più che maturi. Firmai così contratti annuali, volta dopo volta, e finii con Bagnoli. Anche se Scoglio cercò di convincermi a non appendere le scarpette al chiodo e di andare a Messina con lui, finendo a trentanove...". Il Professore. Altro grandissimo personaggio. "Un grande comunicatore. Mi disse, per convincermi: 'ti faccio tornare quello del 1982'. Lo chiamavamo Professore, gli vorrò sempre bene". Poi Bagnoli. "Con lui parlavo milanese. Era esigente, un padre di famiglia, praticamente. Poco comunicatore, poco uomo immagine. Veniva in tuta, aveva modi semplici. D'un tempo. L'ultima non fu con lui ma con Maselli in panchina e fu Genoa-Milan. Finì 2-2". Dal Milan al Milan. Il cerchio si chiude. "Amo ricordare quella partita perché fu anche l'ultima di Daniele Fortunato, che se ne andò dopo poco tempo. Un bravo ragazzo, grande persona, così come ricordo con tutto il mio cuore anche Gianluca Signorini. Sono stato cinque anni in camera con lui nei ritiri, purtroppo ho vissuto anche tutta la sua tragica malattia". In carriera ha incontrato figure uniche. Mitiche. Come Sandro Pertini, il Presidente della Repubblica nel 1982. "Quello è stato un Mondiale storico, per tanti motivi. Per quando l'hai vinto e per come l'hai vinto: Brasile, Argentina, Germania. Tutte sconfitte, tutte battute. E poi c'era Pertini, il Presidente più amato dagli italiani. Venne prima e dopo la finale del Bernabeu negli spogliatoi, dopo la vittoria andammo al Quirinale a mangiare con lui". Un'emozione dietro l'altra. "Tutto molto semplice, tutto da Pertini. Sembrava quasi di essere in trattoria. Ho ancora negli occhi il gesto delle tre dita, con cui sfogò la sua gioia, in finale. E poi quella partita a carte in aereo, con Zoff, Causio e Bearzot. Era un ambiente di un'umanità pazzesca". Già, Bearzot. Friulano come lei. "Almeno con lui parlavo in friulano -sorride Collovati-. Le dico una cosa: è stato sottovalutato Perché conosceva il calcio come pochi altri nella storia del nostro calcio e perché era una persona di infinita cultura ed intelligenza. Lo si additava, però, perché era 'uscito da Coverciano', perché non aveva fatto la gavetta dei club. Sbagliavano". E magari si sono anche ricreduti, in molti, dopo la vittoria... "Il bello è che, dopo il 3-1, Bearzot disse: 'mi dispiace per chi mi aveva criticato, ma non cerco vendette'. Poi si eclissò, si nascose, non si faceva trovare. Anche io lo chiamavo ma non rispondeva. Era fatto così". Chiuda gli occhi. "Devo?" Proviamo: le istantanee dei suoi ricordi del 1982. "Il gol di Rossi. L'urlo di Tardelli". Avanti, bene così. "Vedo Zoff che alza la Coppa, davanti a me. Lo vedo ancora. E poi Pertini, col suo fare gentile. Bearzot che fa il giro di campo con noi". Notti magiche. "Poi la festa nell'hotel. Gli ottantamila del Bernabeu che ci applaudono. I cinquanta chilometri di persone in festa da Ciampino fino al centro di Roma". Memorie di una vittoria memorabile. Per l'Italia, ma anche per voi. "E' stato il punto più alto della mia carriera ed hai così tante sollecitazioni che è impossibile renderle immagini adesso. Le ho sempre negli occhi, quelle istantanee, anche dopo trentuno anni". Vittorie che le hanno anche permesso di incontrare Sua Santità, Papa Giovanni Paolo II. "Un'altra figura grandissima, che ha fatto la storia dei nostri tempi. Era un grande appassionato di calcio, un vero sportivo. Sono stati due incontri istituzionali, è vero, ma entrambi forti, intensi". Come la sua carriera. Che intanto è finita. "Inizio subito a lavorare nella comunicazione, ma intanto collaboro col Piacenza. Ho subito voluto staccarmi dal mondo del calcio, il ruolo di ds è nato dal rapporto col club e da delle trasmissioni sportive che producevo". Come è andata? "Esperienza positiva, anche se sono stato uno dei pochi a dare le dimissioni, nel mondo del calcio. Ho portato a Piacenza due giocatori su tutti: Matuzalem e Campagnaro". Campagnaro dell'Inter? L'ha scoperto lei? "Ce l'hanno segnalato, sono stato in Argentina e per cento milioni di lire l'ho portato in Italia". Una curiosità: come nasce la passione per la comunicazione?"Quasi per caso". Come tutte le cose belle. "Ero a Genova, Spinelli mi chiede aiuto per organizzare la festa del Centenario, il 7 novembre del 1993. Porto Gino Paoli, Baccini, tanti personaggi del Genoa del passato. C'erano trentacinquemila persone al porto. Una vera emozione". Adesso, invece, fa l'imprenditore. "Gestisco la Mediacinque, con cui produco programmi sportivi su emittenti come Odeon e Canale Italia. Dove non vogliamo valorizzare tanto l'aspetto televisivo, quanto la qualità e puntiamo anche sul web, con lo sguardo al futuro". Perché questa 'vocazione'? "Sin da piccolo mi ha sempre attirato questo mondo: finanza, imprenditoria. Ambiti che, se non avessi fatto il calciatore, forse avrei frequentato sin dalla giovane età. Mi sarebbe piaciuto essere manager di una grande azienda e... Mai porsi limiti, no? Ho preso la maturità scientifica, ma avrei studiato nel ramo economico, sicuramente". Intanto, al fianco di questa avventura con la Mediacinque, c'è anche anche quella di commentatore. "Quella è l'ultima parte del Collovati ex calciatore. Da quindici anni seguo i grandi eventi con la Rai ed anche la Domenica Sportiva come opinionista". Last but not least, è sposato e, come diceva prima, padre di due figlie. "Ho conosciuto Caterina quando ero a Milano, il nostro rapporto è uno dei matrimoni più longevi del mondo del calcio. Le mie due ragazze hanno ventinove e diciannove anni, una è laureata in Legge e l'altra ha iniziato a studiare Economia". Da Teor all'imprenditoria. Poi Rocco, Scoglio, Bagnoli, Pertini, Liedholm, Rummenigge, Trapattoni, Baresi, Bearzot. Istantanee dal passato di un uomo Fotografie dell'Italia intera. Pezzi di storia romantica, passata. Sorride, Collovati. La sua storia, in fondo, abbraccia un po' tutti noi.

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