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Borghi: Picasso del pallone, "cocco" di Berlusconi. Ma non di Sacchi

04.06.2014 07:30 di Gaetano Mocciaro    articolo letto 62577 volte
Borghi: Picasso del pallone, "cocco" di Berlusconi. Ma non di Sacchi
© foto di Nicolo' Zangirolami/Image Sport
Quando nel febbraio 1986 Silvio Berlusconi divenne il nuovo proprietario del Milan la sua mission fu chiara: costruire la squadra più forte del mondo. Uno dei capisaldi di questa costruzione era un giocatore ammirato soltanto qualche mese prima, a Tokyo. È il dicembre del 1985 e si gioca l'Intercontinentale fra Argentinos Juniors e Juventus. Tra i sudamericani c'è un giocatore che calcia come se pennellasse. Michel Platini, che era in campo quel giorno, definì quel giocatore: "Il Picasso del calcio". Il giocatore in questione era Claudio Daniel Borghi.

Nato nel 1964 Claudio non passa un'infanzia facile: perde il padre abbastanza presto, deve arrabattarsi sin da giovane con vari lavori per vivere. È religioso, precisamente mormone: niente sesso prima del matrimonio, niente alcool, niente fumo: basterebbe solo questo per non passare inosservato in un mondo come quello del calcio. Ma Borghi ha anche del talento, purissimo, che lo porta ad esordire nel 1982 con la maglia dell'Argentinos Juniors, raccogliendo l'eredità di un certo Diego Armando Maradona. L'accostamento è tanto scomodo quanto inevitabile: Borghi è considerato Pibe de Oro.

Si consacra campione del Sudamerica, incanta e viene convocato dalla nazionale argentina per la spedizione in Messico nel 1986. Oltre alle evidenti doti tecniche ha un colpo in particolare che lo caratterizza: la rabona. Quando un giornalista gli chiese il motivo per il quale eseguisse questo colpo rispose: "perché non sapevo calciare con la sinistra. Così non avevo altra possibilità che usare la rabona per sfruttare quel piede".

Di Borghi, dicevamo. Su di lui mette gli occhi Silvio Berlusconi. E non solo. Gianni Agnelli ha in mente di affidargli il dopo-Platini. Il Mondiale giocato sotto tono non scoraggia nessuno dei due contendenti e alla fine la spuntano i rossoneri, che lo acquistano nel 1987.

Borghi assaggia il rossonero nel Mundialito per Club di quell'estate. Parte forte, segna un gol al Porto e trascina la squadra alla vittoria del torneo, venendo eletto miglior giocatore. In panchina siede un giovane Fabio Capello, chiamato a stagione in corso per rimpiazzare Nils Liedholm e che con l'argentino instaura subito un ottimo rapporto.

Peccato che Berlusconi abbia altri piani per la panchina. Il numero uno rossonero punta su un tecnico emergente, che l'ha colpito in un Milan-Parma estivo: Arrigo Sacchi. Nel frattempo il club ha pescato dall'Olanda Ruud Gullit e Marco van Basten. Tre stranieri ma solo due sono tesserabili che fare? Borghi è poco incline agli allenamenti del tecnico di Fusignano, ritenuti troppo duri e persino inutili: "Perché fare tante ripetizioni? Perché correre per kilometri se il campo è 100 metri?" E poi: "I giocatori di talento devono dosare le forze, perché altrimenti la fatica annebbia le idee". Questo è il Borghi-pensiero, antitesi del Sacchi-pensiero, che infatti non ci pensa due volte e scarta l'argentino, tenendosi i due olandesi.

Che fare allora? C'è la Sampdoria pronta a prenderlo in prestito. Arriva il veto di Berlusconi: "Non a una rivale per il titolo". Si decide di parcheggiare Borghi al Como: è l'inizio della fine.

In una squadra che per salvare la pelle deve usare la sciabola (leggasi catenaccio, corsa, botte e contropiede) il fioretto del talentuoso, ma lento Borghi è un lusso praticamente inutile. Bastano un paio di rabone per suggerire prima ad Agroppi poi a Burgnich di puntare su altri: saranno appena 7 le presenze per lui, che a distanza di anni non le manderà a dire, definendo entrambi gli allenatori: "L'anticalcio, due che mi pensavano a dirmi cosa non fare in campo, ma non a cosa fare".

Nonostante l'infruttuosa esperienza a Como Berlusconi è pronto a riabbracciarlo e lanciarlo per davvero. Il presidente è sempre presente rincuorando Borghi durante l'esilio comasco. Nasce la leggenda del "cocco del presidente" e nell'estate del 1988 quando le squadre di Serie A hanno il via libera per tesserare un terzo straniero è naturale pensare che sia Borghi ad aggiungersi a Gullit e van Basten, a maggior ragione dopo un'amichevole estiva in cui Borghi segna due reti al Manchester United a Old Trafford. Ma a mettersi in mezzo è di nuovo Arrigo Sacchi.

Il tecnico è riuscito a guadagnarsi un credito notevole, vincendo lo scudetto al termine di una clamorosa rimonta ai danni del Napoli. Un credito tale che lo porta persino a imporsi a Silvio Berlusconi: "Ci serve Rijkaard" è la richiesta categorica. Berlusconi cede, il Milan vincerà due Coppe dei Campioni consecutive (in una è decisivo proprio un gol di Rijkaard in finale), nasce il mito degli Invincibili e Sacchi entra nell'Olimpo dei grandi allenatori.

E Borghi? Lascia l'Italia per non tornarci più: Svizzera, Argentina, Brasile, Cile. Delizia la platea con le sue rabone fino al ritiro a 34 anni a seguito di un infortunio al ginocchio.
Inizia ad allenare in Cile e ottiene un buon successo: trascina l'Audax Italiano dalla zona retrocessione al quarto posto, poi va al Colo Colo e vince quattro campionati. Passa in Argentina, all'Independiente nonostante dichiari di essere tifoso sin da bambino del Racing Avellaneda, ossia il più acerrimo rivale. Poi Argentinos (vincerà un altro campionato), nazionale cilena, Boca Juniors e ancora Argentinos.

È tanto apprezzato in Cile che gli viene persino affidata una cattedra all'Università Cattolica di Santiago: insegna calcio: moduli, storia, regole. Incredibile per uno come lui, poco incline alla disciplina in allenamento. Per la cronaca ad affiancarlo c'è un'altra meteora del calcio italiano, con la quale prima di allenare ha condiviso anche il mestiere di procuratore (poi abbandonato da Borghi per via di una scarsa attitudine alle pubbliche relazioni): il suo nome è Hugo Rubio, e nel 1988 venne acquistato dal Bologna, che per lui rinunciò a un allora sconosciuto Ivan Zamorano...

Chiudiamo con una curiosità: nell'esperienza al Milan Borghi ha coltivato buoni rapporti con gli allora compagni di squadra, tanto da chiamare il suo secondogenito Filippo, in onore di Filippo Galli. E anche l'odiato Arrigo Sacchi è stato perdonato, anche perché: "Avendo vinto tutto aveva ragione". Gli stessi insegnamenti del tecnico di Fusignano sono stati utili all'argentino per la sua carriera di allenatore e docente universitario. Con un appunto: "Io Borghi giocatore l'avrei fatto giocare".

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