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La Giovane Italia
L'intervista

Due chiacchiere con Claudio Bellucci

E' una delle piacevoli sorprese del Bologna 2002/03; che sia l'anno della definitiva consacrazione? In esclusiva per TMW, abbiamo sfogliato insieme il suo album dei ricordi, ma con uno sguardo anche al presente.
12.01.2003 11:46 di Germano D'Ambrosio   articolo letto 5203 volte

E' già sceso il buio al centro tecnico "Niccolò Galli" di Casteldebole quando, terminato da poco l'allenamento, Claudio Bellucci si presenta sorridente all'appuntamento per l'intervista. E' sereno, l'attaccante romano di San Basilio; basta un attimo per capire che sta vivendo un momento particolarmente felice, in campo e nella vita privata. Da un lato le soddisfazioni con la maglia del Bologna; dall'altro i primi mesi di vita del piccolo Riccardo. Dopo un anno di ambientamento, Bellucci è la rivelazione del Bologna 2002/2003: un giocatore brillante, tatticamente prezioso, che fin dalla coppa Intertoto ha dimostrato di poter essere utile alla squadra.

D: Le molte domeniche trascorse in panchina mentre il Bologna cercava di coronare il sogno europeo sono ormai un lontano ricordo; nel tuo presente partite ben giocate, passaggi smarcanti e tanto sacrificio in un ruolo non tuo. Cosa è cambiato e quali obiettivi hai per il futuro prossimo?
R: Quest'anno ho avuto molto più spazio e ho dimostrato di poter giocare in questa squadra. La concorrenza è tanta, ma adesso sento molto la fiducia di tutto l'ambiente e spero proprio di continuare così. Magari potrei fare qualche gol in più, ma sono comunque tranquillo, considerando che gioco in un ruolo non mio e cioè non propriamente da attaccante. Quanto agli obiettivi, per adesso pensiamo ai quaranta punti, ma è chiaro che l'ingresso in Europa, già svanito due volte (il 5 maggio a Brescia e a Londra contro il Fuhlam nella finale di Intertoto, ndr), è il sogno di tutti noi.

D: Finalmente sei importante in un gruppo che, cambiati gli orchestrali, continua a proporre la "solita" musica. Davvero una bella metamorfosi, la tua; un cambio di passo che ha un segreto ben preciso, vero?
R: Sì, Riccardo - dice Claudio con gli occhi che brillano -: la paternità mi ha regalato emozioni uniche e molta serenità. Guardarlo crescere è scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo. Mi sento bene, sono tranquillo e felice, così anche in campo riesco sempre a dare il meglio.

D: Non solo Riccardo, però, alla base del Bellucci per così dire ritrovato...
R: E' stato determinante trovare una società come il Bologna. E' perfetta: i conti tornano sempre in ogni contesto e tutto va a meraviglia. Dal Presidente al magazziniere, sono tutti coinvolti nello stesso progetto e i risultati si vedono. Già da alcuni anni il Bologna è una di quelle società di livello medio alto che possono disturbare le grandi.

D: Bologna si sta rivelando una tappa fondamentale per la tua carriera, dopo Genova, Venezia e Napoli. Che ricordi hai di quelle esperienze?
R: Alla Sampdoria sono cresciuto come uomo. Sono arrivato a tredici anni, mi ricordo la scuola, gli amici; a Genova ho vissuto la mia adolescenza. E grazie alla Samp sono entrato nel mondo del calcio che conta: in blucerchiato ho esordito in serie A e ho vinto pure una coppa Italia. Chissà, non fosse stato per la Samp, magari non avrei fatto neppure il calciatore.

D: Poi però hai scelto di trasferirti in laguna. Perché?
R: Venezia è una scommessa vinta: sono andato via da Genova per non sentirmi più un ragazzo della Primavera. Quando arrivi in Prima Squadra dal settore giovanile continui ad essere considerato un ragazzino, la seconda scelta dopo i campioni affermati. Ho rischiato, ma è andata bene: 20 gol con la maglia del Venezia e un ricordo di quell'esperienza che non può essere ché positivo.

D: Infine Napoli: bei ricordi e momenti difficili, gol e infortuni, cadute e rinascite prima di assistere all'inizio della fine. Come hai vissuto l'avventura partenopea?
R: La mia esperienza azzurra è divisa in due parti: la conferma dopo Venezia, con 10 gol in serie A e un secondo anno iniziato bene prima di infortunarmi, e la rinascita come calciatore dopo uno stop di un anno e mezzo. Fu bello tornare e contribuire con 6 gol al ritorno del Napoli in serie A. L'ultimo anno nemmeno lo considero: andò tutto male fin dall'inizio e purtroppo si aveva chiara la sensazione che per il Napoli il futuro non sarebbe stato roseo. Da parte della società mai un programma iniziato e portato a termine. La dimostrazione più eclatante l'esonero di Zeman: con poca qualità a disposizione, il tecnico boemo riesce comunque a tirare fuori il meglio dai giocatori, ma si sa che ha bisogno di tempo. La società fece una scelta precisa assumendolo, salvo poi rimangiarsi tutto dopo poche giornate.

D: Parlando di Napoli, si finisce inevitabilmente per parlare della crisi del calcio. Che idea ti sei fatto a riguardo?
R: Le crisi vere sono quelle del Napoli, della Fiorentina, della Lazio. Per il resto si parla tanto, ma poi si comprano i Nesta e i Rivaldo, che peraltro meritano i loro ingaggi, spendendo decine di miliardi. Il fatto è ci sono sempre le solite facce. Sono sempre gli stessi che fanno e disfano, che danno giudizi, ma parlano in un modo e agiscono in un altro.

D: Una crisi del sistema che però non è soltanto economica, ma di valori. Polemiche ovunque, dal campo ai "salotti buoni" della TV, con un contorno di minacce e aggressioni sempre più frequenti...
R: Anche se, potendo scegliere, giocare in Italia sarà sempre la mia preferenza, sono davvero troppi gli episodi deprecabili che si stanno verificando attorno al calcio nel nostro paese, a Nord come a Sud. Da una parte basterebbe semplicemente far rispettare le leggi che ci sono punendo i trasgressori. Dall'altra è vero che pure noi addetti ai lavori (giocatori, dirigenti, giornalisti...) contribuiamo al clima di eccessiva esasperazione anziché dare il buon esempio.

D: Serve dunque un cambio di mentalità?
R: Sì, un clima meno esasperato e un bel cambio di mentalità. Proprio come quello che in questi mesi ho apprezzato sul campo. C'è aria nuova dal punto di vista del gioco e il fatto che adesso tutti cerchino la vittoria ad ogni costo è molto importante. E' vantaggioso per i giocatori e per gli spettatori. E' senz'altro questa la sorpresa più positiva della prima metà di stagione.

D: Promossa la nuova mentalità, chi sono invece i bocciati a un passo dal giro di boa?
R: Fuori dal campo, ripeto, le esasperazioni di certi dirigenti, specialmente verso la classe arbitrale: a volte sarebbe meglio ammettere i propri errori anziché cercare sempre e comunque delle giustificazioni. Sul campo non dico la Roma, che può sempre fare sette, otto vittorie di fila, quanto piuttosto il Como. Ha molti buoni giocatori e pensavo che potesse fare molto meglio. E poi, lasciamelo dire, il fatto che il mio ex compagno Lamberto Zauli non giochi in serie A è una bocciatura per il calcio.

Per questo sport, ma soprattutto per molti dirigenti sportivi e allenatori ciechi come talpe. Una volta i grandi campioni sognavano l'Italia; adesso molti di loro dall'Italia se ne vanno o vengono cacciati ed altri, come appunto Lamberto Zauli, per giocare sono costretti a scendere di categoria. A tutto discapito di chi ama il calcio e le qualità tecniche più delle logiche di mercato e delle sponsorizzazioni.

Intervista realizzata da Tommaso Refini


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