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Le meteore

Gonzalo Sorondo, il nuovo Montero

03.09.2005 14:06 di Germano D'Ambrosio   articolo letto 18341 volte

Pochissimi sanno che il suo nome completo è, per la precisione, Gonzalo Amaro Sorondo. Un doppio cognome, come i nobili, del quale lui raramente ha fatto uso, facendosi chiamare semplicemente "Sorondo". In effetti "Amaro" non suonava bene, anche se col senno di poi sarebbe stato un appellativo più che appropriato. Sapete cosa vi dico? A me questo cognome piace. E allora bevetevi la storia dell'Amaro Sorondo, l'in-digestivo meno amato dagli interisti.
Gonzalo Amaro Sorondo nasce il 9 Ottobre 1979 a Montevideo. Con la palla al piede fin dall'età di 7 anni, inizia a tirare i primi calci in due club giovanili della sua città, il San Martin (divenuto poi Racing) e il Maeso, cimentandosi peraltro come attaccante. Grazie all'intuito del tecnico Fuentes, arriva poi a vestire la maglia del Defensor Montevideo, con la quale debutta in prima squadra (da difensore) il 10 Maggio 1998, contro l'Huracan Buceo. Quasi contemporaneamente, entra nel giro della Nazionale Under 20, con la quale disputa un Campionato Sudamericano e un Mondiale, entrambi nel 1999. Fino all'anno successivo, tuttavia, per Sorondo c'è soprattutto tanta panchina (11 presenze totali in due stagioni al Defensor). La stagione 2000/2001 è quella della consacrazione: il difensore diventa titolare inamovibile e mette a segno anche cinque reti; sempre nel 2000 veste per la prima volta la casacca della Nazionale maggiore (debutta il 15 Agosto, perdendo 1-0 contro la Colombia). "E' un giocatore molto intelligente - commenta l'allora tecnico della Nazionale Victor Pua - e può giocare senza problemi sia a sinistra che a destra. Nonostante la sua giovane età, ha molta personalità: pensate che nel 1998 aveva appena perso suo padre, e nonostante questo venne con noi a disputare il Torneo Sudamericano". L'Amaro Sorondo è proprio così: testa bassa e olio di gomito, poche interviste, profilo basso. Va sempre "todo bien": sembra che le preoccupazioni, le tensioni, i problemi, gli scivolino addosso. Alto, possente, ma anche rapido, è un giocatore che sembra potersi adattare ai ritmi del calcio internazionale. Nel 2001, a soli 22 anni, è ormai una colonna della sua Nazionale e disputa da protagonista le qualificazioni al Mondiale nippo-coreano; con il Defensor gioca anche in Copa Libertadores, ovvero la Champions League sudamericana. Alcuni club europei cominciano a drizzare le antenne.
Quella del 1 Luglio 2001 è una data che Sorondo ricorda di sicuro con grande piacere. Il suo Uruguay affronta il Brasile in una delle ultime per le qualificazioni ai mondiali; i carioca vengono non vincono da due turni, e devono ancora affrontare la temibile Argentina. Nella formazione uruguagia, oltre al nostro Amaro preferito, militano moltissimi "italianizzati": Carini, Mendez, Montero, Pablo Garcia, Gianni Guigou, Dario Silva, Recoba, Magallanes. Ed è proprio grazie ad un gol di Magallanes, su calcio di rigore, che al termine dei 90 minuti il Brasile viene clamorosamente sconfitto. Sorondo gioca una delle migliori partite della sua carriera, riuscendo ad annullare completamente un certo signor Romario. Il tribuna ci sono osservatori di varie società, e anche quelli dell'Inter, i quali si stropicciano gli occhi e decidono di portare il ragazzo a Milano. Il suo procuratore, del resto, è quella vecchia volpe di Paco Casal (il "negoziatore" di Recoba), che con le sue doti di grande affabulatore riesce a far sborsare ai nerazzurri ben 18 miliardi di lire, una cifra stratosferica se paragonata agli standard di oggi. L'Inter batte dunque la concorrenza del Real Madrid e si assicura il centrale che, nei piani di Hector Cuper, dovrebbe sostituire il partente Laurent Blanc e concorrere con Materazzi, Cordoba e Simic per un posto da titolare. Sorondo firma un contratto fino al 2006 da 2,5 miliardi netti a stagione. Troppi? Si vede che non avete mai avuto a che fare con l'ipnotizzatore Casal...
Nel primo pomeriggio del 18 Settembre 2001 Gonzalo Sorondo sbarca all'aeroporto di Malpensa, e dopo essersi sottoposto alle visite mediche di rito si aggrega subito ai suoi compagni. In Italia pochi ancora lo conoscono, ma il connazionale Pablo Montero rassicura tutti dicendo: "Se lo lascerete crescere in pace diventerà il nuovo Montero". Sorondo si schermisce: "Magari diventassi come lui, anche se un po' più tranquillo in campo. Sono forte nel gioco aereo e veloce, ma qui in Italia si gioca il calcio più competitivo del mondo e tutti gli stranieri devono mettersi in discussione. Sono pronto ad adeguarmi alle esigenze di Cuper: sarà lui a decidere dove e come farmi giocare". Poi cita le parole del suo amico Recoba: "Mi ha raccomandato di allenarmi con grande intensità e concentrazione e di stare tranquillo visto che sono in un club che è un'istituzione del calcio". Frasi che proprio non riesco a immaginare come possano uscire dalla bocca del 'Chino'...
Indossata la maglia numero 16 ("Ho sempre indossato, anche in nazionale, quella col 3, ma pur di giocare nell'Inter va bene tutto"), l'Amaro Sorondo debutta contro il Verona al Meazza contribuendo ad una rotonda vittoria per 3-0, e facendo ben sperare pubblico e critica. Poi si rivede all'Olimpico contro la Roma, ed è tutto un altro spettacolo: sembra di vedere in campo la brutta copia di quell'ammazza-Romario che tutti si aspettavano. Di fronte a questo giovanotto lento e clamorosamente impacciato, che riesce a farsi ammonire in 12 minuti di partita giocati, ai tifosi nerazzurri sembra di assistere ad un film già visto più volte, scritto e diretto dal solito Massimo Moratti. Dopo un'apparizione contro il Brescia (deve marcare Tare e lui segna di testa), c'è la memorabile gara casalinga contro il Chievo, persa per 2-1 con gol di Corradi e Marazzina, entrambi facilitati da svarioni pazzeschi dell'uruguagio. Il mitico Peppino Prisco, bontà sua, ha deciso di lasciare questo mondo solo qualche giorno prima e dunque si risparmia fortunatamente il poco decoroso spettacolo (chissà con quale battuta caustica avrebbe liquidato la situazione...). Nella successiva gara a Piacenza, Sorondo addirittura serve un assist a Gautieri, complicando terribilmente le cose ai suoi, che riusciranno ad avere la meglio sui locali (2-3 il risultato finale) solo negli ultimi minuti grazie a un supergol di Vieri. Poi poco altro: lo si vede in campo contro Lazio (pareggio), Perugia (vittoria, ma lui gioca solo tre minuti), Bologna (sconfitta), Brescia (pareggio evitato all'ultimo minuto da Ronaldo), Chievo (pareggio con papera sul primo gol) e Piacenza (vittoria, e ultima apparizione di Sorondo). Totale: 11 partite giocate, zero gol all'attivo, voti in Gazzetta mai superiori al 6 (ma spesso inferiori...). In quell'amaro 5 Maggio contro la Lazio all'Olimpico, per sua fortuna l'altrettanto Amaro Sorondo non scende in campo ma siede comodamente in panchina. Ciò non gli evita di essere messo sulla graticola, come i vari Gresko, Vivas, Padalino, Simic, Georgatos e chi più ne ha più ne metta. Contrariamente alla previsioni, tuttavia, Sorondo resta di proprietà dei nerazzurri anche l'anno successivo, nonostante in estate accumuli altre figuracce al Mondiale (in concorso di colpa con il suo Uruguay, chiaramente, che torna a casa dopo tre pareggi). "E' giovane - dicono da Via Durini - e bisogna dargli fiducia". Ma fine stagione 2002-03 il suo tabellino recita 0 presenze, il ché lo esenta almeno dalle critiche per la pessima annata (stravinta dalla Juventus).
Il difensore viene dunque mandato in prestito allo Standard Liegi in chiusura di mercato (23 partite giocate, insieme al futuro nerazzurro Carini), e poi nel 2004 al Crystal Palace (16 presenze). Nonostante l'Inter cerchi continuamente di utilizzarlo come pedina di scambio per arrivare ad altri giocatori, in Italia nessuno vuol più sentire parlare di Sorondo, che nello scorso Luglio ha intrapreso nuovamente la via dell'Inghilterra, questa volta al Charlton, sempre in prestito. Questo è il dettaglio raccapricciante della storia dell'Amaro Sorondo: che è ancora dell'Inter, e dunque potenzialmente ancora pericoloso per le coronarie dei tifosi nerazzurri. Come si dice spesso nei migliori thriller, "l'assassino è ancora tra di noi...e la prossima vittima potresti essere tu!". Finché quel cartellino non scomparirà dalle mani di Moratti. Solo allora l'incubo sarà finito. Forse.


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