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Le meteore

Pacheco, la zappa del Casal

18.08.2008 00:00 di Germano D'Ambrosio   articolo letto 34114 volte
Pacheco, la zappa del Casal

Giocatore sudamericano rivelatosi poco adatto ai ritmi europei, conteso da varie big e finito poi per fare flop all'Inter. Antonio Pacheco, attaccante di scuola Penarol, è il prototipo delle meteore, e non a caso la sua storia è un grande classico del genere. TMW lo aveva colpevolmente trascurato in questi anni, ma eccoci qui a tappare la falla. Ecco a voi uno dei "capi-meteora" più prestigiosi del nostro campionato...

Antonio "Tony" Pacheco D'Agosti nasce a Montevideo l'11 aprile 1976, e si forma nel settore giovanile del Penarol. Debutta in prima squadra nel 1993, a soli 17 anni, andando ad inserirsi in un reparto d'attacco che qualche tempo dopo sarebbe emigrato in blocco verso l'Italia: con lui ci sono infatti Dario Silva, Federico Magallanes, Marcelo Otero e Luis Romero (quest'ultimo penosa meteora del Cagliari). Nel corso degli anni successivi vestiranno la casacca giallonera anche Marcelo Zalayeta, il torinista Franco, ma anche i vari Bizera, Giacomazzi e Pablo Garcia. Insomma, è un gran viavai tra il club di Montevideo e le compagini di serie A, ma l'unico a non partire sembra essere proprio Pacheco, il quale tuttavia si toglie non poche soddisfazioni in patria. Tra il 1993 e il 1999 vince cinque scudetti consecutivi, segnando con continuità e arrivando anche ad essere convocato nella sua Nazionale per la Confederations Cup del 1997, dove lo si vede impiegato al fianco di un giovanissimo Recoba contro Sudafrica ed Emirati Arabi. Nel 1999 - anno in cui viene nominato, tra l'altro, miglior giocatore del campionato uruguaiano - parte per la Copa America in Paraguay; sconfitta con il Brasile in finale a parte, Pacheco disputa un discreto torneo, offrendo una valida alternativa alla coppia Magallanes-Zalayeta. Allo sbocciare del 2000, il suo procuratore Paco Casal ritiene il giocatore idoneo per il grande salto verso l'Italia. A maggio lo adocchia la Reggina, e viene proposto al Napoli di Zeman; il club azzurro si dice pronto a sborsare oltre 10 miliardi di lire, ma poi non sferra l'attacco decisivo. In autunno - quando Pacheco ha già ricominciato il campionato con il Penarol - la sfida per accaparrarselo è addirittura tra Juventus e Barcellona, con i bianconeri che vantano un accordo sulla parola con il giocatore e meditano di parcheggiarlo in prestito al Grasshopper. Ma Paco Casal escogita un colpo di teatro. Giunto a Milano a fine dicembre 2000 per il rinnovo di contratto di Alvaro Recoba, propone Pacheco all'Inter come "bonus" in cambio di un sostanzioso rialzo d'ingaggio per il Chino. Moratti, fregandosi le mani per aver scippato il giocatore ai rivali bianconeri, accetta: Recoba firma un quinquennale da 15 miliardi di lire a stagione, e il ricercatissimo Pacheco poche settimane dopo sbarca il Lombardia. L'Inter elargisce al Penarol circa 10 milioni di lire per la metà del suo cartellino - meno di quanto avrebbero speso Barça e Juve, che pure sembravano in vantaggio -, con la possibilità di riscattarlo completamente nel 2002. Su di lui, oltre che Luisito Suarez (che l'aveva consigliato a Moratti in tempi e a costi non sospetti), garantisce proprio il neo-miliardario Recoba: "Antonio può giocare sia prima che seconda punta, esterno o dietro due attaccanti. Rispetto a me, comunque, è più uomo d'area. Gioca ugualmente bene con tutti e due i piedi, è rapido e soprattutto ha grandi doti tecniche, grazie alle quali riesce a segnare spesso gol spettacolari. Li vedrete anche qui". Pure il tecnico Marco Tardelli gongola: ha preferito Pacheco all'esperto Romario, il quale si era proposto all'Inter a cifre non impossibili. Ma a chi gli chiede, nello specifico, se questo nuovo uruguaiano sia una punta o piuttosto un fantasista, non sa che rispondere. Per i tifosi nerazzurri non è un bel segnale.

Pacheco, va detto, capita in un'annata disgraziatissima per l'Inter. La squadra è un coacervo di nazionalità e colori, e durante il mercato di gennaio la Pinetina si trasforma in un porto di mare, con un numero tale di trasferimenti da far venire il capogiro. L'uruguaiano, da parte sua, ha il torto di non scegliere inizialmente il low profile, anzi... "Con me a destra e il Chino a sinistra nulla è proibito - spiega poco prima di sbarcare a Milano -. Alvaro mi ha detto che la squadra ha potenzialità enormi, un grande gruppo e che possiamo essere in grado di affrontare ogni avversaria alla pari. Io arrivo e devo darmi da fare, il campionato italiano, si sa, è una sfida... Il Chino mi ha parlato del presidente Moratti che soffre con la squadra e per la squadra. La sua fiducia è per me una grande spinta, non voglio deluderlo". Alle sei di pomeriggio del 2 gennaio 2001 Pacheco è alla Malpensa insieme al vice-Casal, Daniel Delgado: guarda caso, sull'aeroporto in quelle ore si abbatte una potente bufera di neve. Ma la sua allegria scioglie il freddo inverno milanese: "A me piace il calcio, io entro in campo sempre per divertirmi. Dicono tutti che le mie giocate sono spettacolari e i miei gol sono sorprendenti. Io delle volte mi sono rivisto e mi sono piaciuto". Sulla classica domanda circa i suoi modelli calcistici, si destreggia dignitosamente ("Enzo Francescoli, ma assomiglio molto a Pato Aguilera"); meno lucido appare nei giudizi sui giocatori del nostro campionato ("Per me il più forte in assoluto è Recoba, poi vengono Shevchenko e Totti"). Soprattutto, l'uruguaiano non chiarisce le perplessità sul suo ruolo in campo, dichiarando testualmente alla Gazzetta dello Sport: "Io sono una seconda punta. Posso giocare anche da trequartista, ma soprattutto da seconda punta. Mi piace muovermi in prossimità dell'area di rigore. Credo di avere una buona capacità conclusiva. Ho un tiro preciso, piuttosto forte. Insomma una seconda punta che sa crearsi situazioni pericolose, che può fare assist e può segnare. Il piede naturale è il destro, ma non ho problemi a calciare con entrambi e a muovermi su tutti e due i lati del campo". Bah. In ogni caso, pur se con Ronaldo fermo, l'attacco dell'Inter è piuttosto affollato: oltre a Recoba ci sono già Vieri e Hakan Sukur a contendersi una maglia. Tardelli timidamente lo fa esordire il 20 gennaio contro la Lazio all'Olimpico, regalandogli gli ultimi dieci minuti di gara, poco dopo aver incassato il definitivo 2-0. "Potrà risolverci delle partite, lasciamo che si ambienti" chiosa Moratti, che nel frattempo per cautelarsi prende l'esperto Ferrante dal Torino; del resto Pacheco ha alle spalle 38 gol in 96 partite con la maglia del Penarol, e dunque ci si può aspettare da lui qualcosa di importante. Il 22 febbraio, come all'Olimpico, l'uruguaiano viene spedito in campo con i suoi sotto per 2-0, nel ritorno di Coppa Uefa contro l'Alaves. La rabbia dei tifosi nerazzurri per l'eliminazione dal torneo si abbatte anche contro di lui. Mentre i nerazzurri navigano nei bassifondi della classifica, di Pacheco si perdono completamente le tracce fino a marzo, quando segna un gol nell'amichevole contro il Seregno. Poi solo tribuna, con sporadiche apparizioni in panchina (siede a bordocampo l'11 maggio, assistendo così impotente all'umiliante 0-6 contro il Milan). Al suo posto si alternano Vieri, Ferrante e Sukur, seppure con risultati non sempre brillanti. Alla fine l'Inter agguanta un insperato quinto posto, e Moratti chiama il tecnico Hector Cuper in vista della stagione 2001/2002. El hombre vertical valuta Pacheco nel corso del ritiro prestagionale, ma il ritorno di Ronaldo e l'arrivo di Ventola e Kallon appaiono chiari segnali di chiusura. Il giocatore in estate va vicino al trasferimento al Malaga e al Defensor Sporting, ma deve attendere ancora qualche mese prima di lasciare l'Inter, dove nel frattempo viene messo ai margini della rosa anche a causa di un misterioso (e probabilmente diplomatico) infortunio. Il 25 gennaio 2002 il giocatore viene spedito in prestito con diritto di riscatto all'Espanyol, che nelle stesse ore prende anche il centrocampista Paulo Sousa. Nel club di Barcellona, l'attaccante trova il connazionale Mauro Navas, reduce dall'infelice esperienza all'Udinese. Il compagno giusto con cui dire peste e corna del campionato italiano.

All'Espanyol, Pacheco riesce quantomeno a rivedere il campo, anche se la media gol lascia sempre a desiderare: tre centri (contro Rayo Vallecano, Las Palmas e Villarreal) in 12 partite giocate da gennaio a giugno. I biancoblu rispediscono dunque il giocatore all'Inter, che opta per un altro prestito in Spagna, stavolta al neopromosso Albacete. Qui l'uruguaiano diviene titolare inamovibile, e l'assoluta sterilità dell'attaccante (7 reti in 33 gare) non sembra essere d'intralcio per il club castigliano, che anzi a fine 2003 ne riscatta l'intero cartellino dall'Inter. Pacheco ripaga la fiducia mettendone dentro, nella stagione successiva, 12 in 34 partite, e attestandosi dunque a livelli analoghi rispetto a quelli di inizio carriera. Ma a giugno 2005 l'Albacete retrocede in seconda divisione, e così a gennaio il giocatore si concede una fugace avventura in prestito con l'Alaves (sì, quello che batté l'Inter in una delle sue due uniche presenze in nerazzurro), riuscendo ad imporsi all'attenzione del tecnico Banuelos, tanto che a giugno inaspettatamente il ct Tabarez lo richiama in Nazionale per la gara contro il Perù. Ad ottobre, in seguito a dissidi con il tecnico Cesar Ferrando, l'attaccante rescinde con l'Albacete per tornare a gennaio in Sudamerica, precisamente al Gimnasia La Plata, con cui firma un triennale. In Argentina Pacheco non riesce però ad ambientarsi, accumulando solo 4 presenze; decide allora di rifugiarsi in patria, tornando al Penarol nell'estate del 2007. L'aria di casa, come al solito, giova: sette gol in 12 partite nel Torneo di Clausura. Recentemente l'uruguaiano, divenuto capitano della squadra, ha rinnovato il proprio contratto fino al giugno del 2009. Per gli ultras gialloneri è un idolo incontrastato: qualche settimana fa la tifoseria organizzata gli ha regalato un quadro di dimensioni un metro per un metro, con la sua immagine e la scritta "¡Gracias, Tony!". Una copia dell'opera è stata regalata pure alla madre. Per il Penarol, insomma, è un pezzo di storia, e tutto sommato lo è anche per l'Inter. Un caposaldo delle meteore, un pezzo pregiato di questa rubrica. E allora "Grazie Tony" anche da parte nostra.


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