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Winston Bogarde, "il fannullone" alla De Andrè

14.01.2007 13:58 di Giuseppe Di Napoli   articolo letto 29996 volte
Winston Bogarde, "il fannullone" alla De Andrè

Sarebbe stato un soggetto ideale per una canzone di Fabrizio De Andrè, l'indimenticato cantautore genovese che ampio spazio ha riservato alla sua poetica agli "esclusi". Tre anni or sono, dopo che Winston Bogarde, roccioso difensore centrale, aveva appeso le scarpe al chiodo, la rivista olandese Voetbal Internazionale aveva eletto il difensore "Il Fannullone dell'anno 2004". Non a caso Fabrizio De Andrè ai suoi esordi aveva composto proprio una canzone dal titolo "Il fannullone". Ma ne avrebbe avuto di materiale il compianto Faber: nel 1995 il prestigioso The Indipendent lo aveva bollato come "uno degli effetti più deleteri della sentenza Bosman" definendolo "il peggiore affare del Chelsea nela storia moderna". Pare che Abramovich, al suo arrivo allo Stamford Bridge, si sia persino rifiutato di assegnargli il numero di maglia!
Eppure dalla scheda si evince una carriera sontuosa: Ajax, Milan, Barcellona, Chelsea, praticamente i club più forti d'Europa nell'ultimo decennio.

Bisogna però saper leggere tra le righe e tra i numeri e lavorare con la memoria. Dell'esperienza rossonera gli italiani hanno una sola immagine stampata nella mente: Udinese-Milan, 21 settembre 1997, retropassaggio incomprensibile verso il portiere, Oliver Bierhoff si chiede se è su "Scherzi a parte", realizza e ringrazia.
Eppure era venuto all'ombra del Duomo con tanti squilli di tromba in un'era in cui i tulipani andavano di moda: 2 campionati, una Supercoppa d'Olanda, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale costituiva un curriculum niente male. In maglia rossonera aveva infatti disputato l'intero pre-campionato: tanto è bastato allo staff milanista per relegarlo in panchina dalla prima partita ufficiale. Un giorno il nostro si recò a Capello e gli chiese: "Non capisco perché non mi fa giocare". Da allora i rapporti tra i due furono definitivamente compromessi. "In realtà a Milano non mi sono mai sentito a casa - spiegherà poi il giocatore -, troppa nebbia, una città fredda. Mi piacciono solo la cucina e a moda". E qui si potrebbe aprire un capitolo a parte: era risaputo che Winston Bogarde amava fare shopping con la moglie per accaparrarsi i vestiti più esclusivi. Non a caso l'olandese ha vissuto nelle tre capitali mondiali della moda: Milano, Barcellona, Londra.
La sua passione da bambino, tuttavia, era il pallone. Racconta che la decisione di giocare a calcio l'abbia presa - insieme al fratello, più bravo e meno fortunato di lui - dopo aver ammirato il Brasile contro l'Unione Sovietica nei Mondiali di Spagna del 1982. La sua scelta di mettere gli scarpini fu a lungo osteggiata dal padre: mai contraddire i genitori...

Nei primi anni ha militato in alcune squadre minori di Rotterdam, sua città natale, ma il Feyennord non lo prese mai in considerazione. Aveva nei primi tempi anche una discreta confidenza con il gol: dopo l'esperienza nello SSV Schedam, nell'Excelsior Rotterdam e nello Sparta Rotterdam nelle cui fila, nell'ultimo anno, segnò 11 reti in una stagione, a 24 anni passa ai lancieri dell'Ajax. Ricorda quel primo giorno ad Amsterdam come un bambino nel paese dei balocchi: era la sua grande occasione ma l'impatto fu traumatico perché, come da lui stesso ammesso, non capiva nulla degli schemi complicati di Van Gaal. Con i biancorossi si toglierà non poche soddisfazioni - tanti trofei e un'indimenticabile doppietta in campionato contro il NEC - ma ricorderà anche con amarezza la finale di Champions League persa - a suo dire immeritatamente - nel 1996 ai rigori contro la Juventus.
Dopo la fugace esperienza rossonera, scappa al Barcellona dove ha la fortuna di rincontrare Van Gaal che tuttavia non gli assegnerà mai piena fiducia, tanto che Bogarde sarà sempre considerato l'anello debole della difesa blaugrana. Con i catalani aveva trovato due dei suoi grandi amici, Kluivert e Raiziger i quali, con Seedorf e Davids, rappresentano a suo dire "le persone migliori mai incontrate in un mondo del calcio ingiusto e ipocrita". Eppure il calcio sa essere anche molto generoso e non solo per il conto in banca: nel 2000 approda al Chelsea, trasferimento che Bogarde definì "l'errore più grande della mia vita". Peccato che la pensino così anche Gianluca Vialli e il direttore Colin Hutchinson che lo avevano acquistato. Il nostro è riuscito a guadagnare in 4 anni (!) ben 12 milioni di euro senza scendere praticamente mai in campo... A lui brucia ancora l'infortunio che non gli ha consentito di disputare la semifinale mondiale contro il Brasile nel 1998. La vita, a volte, sa essere proprio ingiusta...
Per fortuna ha il coraggio di ammettere: "Se non fossi stato giocatore, sarei stato un troglodita e avrei fatto una brutta fine".
Oggi si occupa di un progetto per lo sviluppo del calcio giovanile nel Suriname per chi è stato meno fortunato di lui: questo è il momento più bello della sua carriera...


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