Il Milan smontato pezzo dopo pezzo: oggi è una squadra senza una reale prospettiva
Per mesi si è provato a raccontare altro. Le vittorie sporche, la solidità ritrovata, il primato in classifica durato più del previsto, l'esperienza di Allegri come garanzia nei momenti decisivi. Alla fine, però, il campo ha presentato il conto. Ed è un conto devastante.
Il Milan chiude sesto, fuori dall'Europa che conta davvero, senza nemmeno la scusa delle coppe europee a congestionare il calendario. Una squadra che ha avuto tempo per preparare ogni partita, che era stata in testa al campionato, che aveva costruito un margine importante sulle inseguitrici e che è riuscita comunque a dilapidare tutto nel momento decisivo. Cinque sconfitte nelle ultime otto giornate, tre nelle ultime quattro partite casalinghe. Numeri che da soli raccontano un tracollo sportivo difficilmente giustificabile e prevedibile.
Nessuno può seriamente sostenere che questo Milan non avesse i mezzi per raggiungere il proprio obiettivo minimo, ma sarebbe un errore ridurre tutto alle ultime settimane. Il crollo finale è soltanto la conseguenza di due anni di gestione societaria disastrosa. Una società che sembra aver smarrito qualsiasi logica calcistica, dove le lotte di potere hanno spesso avuto più peso delle competenze e dove gli squilibri interni hanno sotterrato la visione sportiva. Il simbolo di questo caos è una struttura dirigenziale che negli anni non ha mai chiarito davvero chi comandasse e soprattutto con quali competenze. Giorgio Furlani è diventato l'uomo forte del club senza che i risultati abbiano mai giustificato una simile centralità. Zlatan Ibrahimovic, presentato come figura chiave della nuova era rossonera, è apparso più come un ambasciatore mediatico che come un dirigente realmente influente nelle scelte sportive. Geoffrey Moncada, dopo alcuni colpi iniziali, ha accumulato errori di valutazione e costruito una rosa piena di giocatori discreti (spesso strapagati) ma povera di veri leader e campioni. Igli Tare è arrivato per portare esperienza e competenza ma è sembrato immediatamente ingabbiato in un sistema che limita chiunque provi a cambiare le cose. Quanto a Paolo Scaroni, continua a rappresentare una presidenza sempre più distante dalle questioni calcistiche e sempre meno incisiva nei momenti che contano.
Il risultato è una squadra senz'anima e senza gerarchie. È significativo che i veri punti di riferimento della stagione siano stati il 40enne Luka Modric, un Adrien Rabiot discontinuo ma spesso decisivo e un Christian Pulisic trascinatore fino a gennaio, prima di spegnersi insieme al resto della truppa. Troppo poco per una società che dovrebbe ambire a vincere. E poi c'è Massimiliano Allegri. Sarebbe ingeneroso attribuirgli tutte le colpe, ma sarebbe altrettanto sbagliato assolverlo. È stato scelto per riportare pragmatismo e gestione dei momenti difficili, ha invece finito per lasciarsi trascinare dalla mediocrità dell'ambiente. La squadra, fino a un certo punto, ha difeso meglio rispetto al passato; poi è stata letteralmente travolta dagli eventi. Quando il Milan ha dovuto fare il salto definitivo, si è bloccato; quando servivano idee, coraggio e personalità, sono arrivate paura e confusione. Un tecnico della sua esperienza non può uscire indenne da un finale del genere.
La sensazione più amara è che in appena quattro anni sia stato distrutto quasi tutto ciò che era stato costruito con pazienza. Lo scudetto del 2022 sembrava l'inizio di un ciclo, si è rivelato invece il punto più alto prima di una lenta ma costante demolizione. Oggi il Milan ricorda pericolosamente quello smarrito tra il 2012 e il 2019: una società allo sbando, una squadra senza identità e una tifoseria costretta ogni anno a ripartire da promesse che non vengono mantenute.
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