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ESCLUSIVA TMW - Palermo, Sagramola: "Se non vinciamo saremo fessi"

03.12.2019 19:38 di Andrea Losapio    articolo letto 8627 volte
Fonte: Dall'inviato a Palermo
ESCLUSIVA TMW - Palermo, Sagramola: "Se non vinciamo saremo fessi"
© foto di Andrea Ninni/Image Sport
Il Palermo riparte dalla Serie D, con 37 punti in tredici partite, frutto di dieci vittorie consecutive, un record. TMW racconta la ripartenza dei rosanero, dopo il fallimento di Zamparini e l’epopea Tuttolomondo, ripartendo da Castagnini, Sagramola e Pergolizzi

“Zamparini voleva sempre il massimo, più per uno stimolo suo che per richieste della città”. Rinaldo Sagramola, attuale amministratore delegato del Palermo Calcio, racconta la nuova avventura con i rosanero, dopo una prima esperienza durata fino al 2012, proprio con l’ex proprietario rosanero. “Lui si fidava di quel che facevamo noi dirigenti. Quindi per me lavorare con lui era più semplice. Invece l’allenatore era sempre sotto osservazione, perché per lui il risultato era tutto”.

Cosa ha incrinato il rapporto con la piazza?
“Pensava che gli fosse tutto dovuto, dal suo punto di vista. Non ha mai fatto tanto per coltivare il rapporto, si è preoccupato solo del risultato. Pensava fosse tutto. Lo faceva più per se stesso, mandava il cuore oltre l’ostacolo, senza fare i conti. Gli anni sono stati straordinari, anche per merito suo. Ha comprato una sfilza di giocatori importantissimi”.

Qualcuno pensava volesse retrocedere.
“Ok il paracadute, ma attutisce la caduta, non è che non cadi. La prima volta non c’era il maxi paracadute e ti facevi male. Dovevi risalire… E poi si è circondato di persone senza mai dare la fiducia a uno solo. C’era confusione anche con i piccoli problemi. Dispiace molto sia finita così, per la piazza ma anche per lui”.

Com’è nata l’idea di ritornare a Palermo?
“Sono stato coinvolto sin da subito da Mirri, attuale azionista, che già a febbraio aveva tentato di salvare il club. Inizialmente versando gli stipendi di novembre-dicembre, per evitare la penalizzazione, poi per rilevare il club. C’è un’antica conoscenza, con Dario, mi chiamò ai tempi e mi chiese se potessi accompagnarlo in questo approccio. Poi le cose vanno come tutti sanno, il club viene ceduto a Tuttolomondo, in quel momento pensavamo di fare una squadra sull’onda della Lodigiani, mia precedente esperienza, con un bel settore giovanile. Così, per divertirci”.

E invece…
“La mancata iscrizione del club, a giugno, ha cambiato tutto. Era giusto mettersi in discussione come soggetto, indicato poi dal Comune, per ricominciare. Per presentare la continuità storica del calcio cittadino. Poi è arrivato Di Piazza, italoamericano molto attento alle vicende palermitane. Lui ha mantenuto l’affetto della regione di provenienza, è appassionato di sport. C’è stata intesa tra lui e Mirri sul modus operandi. È una vicenda che ho seguito dal primo giorno, mettendo giù programmi poi premiati. C’erano altre cordate che si sono proposte, ma non le conosco. Quella dell’assegnazione è stata la prima partita vinta”.

Così torna a Palermo.
“Sono sempre stato bene qui, è la quinta città d’Italia, c’è una passione sana da parte dei tifosi. Si può fare calcio a buon livello, anche ottimo, come ha fatto Zamparini nei suoi momenti migliori. Il progetto era appassionante, ricostruire dalle fondamenta”.

Come la Lodigiani.
“Lì iniziammo con un torneo interaziendale, nel 1972. Poi salimmo nei professionisti e ebbi l’intuizione di presentarci come la terza squadra romana, giocando di sabato, così tutti gli osservatori sarebbero venuti a vederci: alla domenica qualcuno si divideva fra Roma e Lazio. Io ero vicepresidente ma facevo tutto, non c’erano direttori o organizzatori. Qui non c’era nulla. Nemmeno gli uffici…”.

Dove siamo ora?
“Il sindaco ha intimato lo sgombero. C’erano ventisette persone, ora siamo in cinque, al Barbera: ci siamo impegnati ad assumere le persone della vecchia società, chiaramente a parità di qualifiche. All’inizio ci appoggiavamo negli studi della società di Mirri, anche ora lo stabile è parzialmente occupato dalla vecchia società. Mobilia e documenti, non abbiamo la disponibilità totale dell’impianto”.

Addirittura.
“Siamo partiti da zero. Lo ripeto, da zero. Ma è stato molto stimolante. Il motore di un’azienda calcistica è la società, la squadra rappresenta le ruote. Cito personaggi più famosi di me. Qui abbiamo ricostruito il settore giovanile, selezionando giocatori tra 1200 ragazzi. Abbiamo cinque squadre, non era facile dopo il fallimento, visto che tutti erano andati per i fatti loro”.

Merito di?
“Della mia squadra. Castagnini, Rinaudo, Argento. In quindici giorni abbiamo messo in piedi una squadra competitiva, pur strabica: con un occhio all’oggi ma già competitiva per la Serie D. Qui siamo obbligati a vincere, abbiamo tutto da perdere. Perché se perdi sei un fesso. Con Renzo c’è un rapporto di amicizia e professionalità che ci lega, ci siamo rimessi tutti in gioco. C’è la consapevolezza di avere un nucleo forte per costruire una rosa competitiva anche in C. Ma dobbiamo risalire almeno in B. Almeno, per poi organizzarsi per la A”.

Come il Parma.
“Sono stati molto bravi, ma anche fortunati. Lo spareggio con il Pordenone, sì, ma anche la promozione in A. Il Frosinone che pareggia, il Palermo che frena nel momento peggiore. Speriamo di essere altrettanto bravi e fortunati. Quello di D è un campionato difficile, ma è molto più complicato quello di Lega Pro. Qui ne sale una su diciotto. In Lega Pro sono 4 su 60 e c’è gente che spende molto. I playoff sono una lotteria”.

E nel Girone C gli investimenti non mancano.
“È anche più difficile, ci sono città importanti. Bari, Catania, Reggina, Catanzaro. Una di queste andrà in B, ma sono bacini di alto livello. In D ci sono impianti al limite della regolarità, le differenze tecniche possono annullarsi. L’aggressività e l’entusiasmo di chi gioca contro di noi, poi, fanno da padroni. Spesso chi vince la Lega Pro, invece, fa il doppio salto, come SPAL o Frosinone, lo stesso Parma. Vai con una struttura già importante. Se dovessimo fare come loro sarà motivo di vanto”.

C’è stato un passaggio a vuoto.
“Dobbiamo essere felici di vincere ogni partita, tutti i campionati. Dopo le dieci vittorie consecutive stavamo banalizzando, forse è anche meglio così”.

Che personaggio è Dario Mirri, il presidente?
“Alle volte si abusa dell’etichetta di primo tifoso. Ma lui lo è davvero, ha seguito con entusiasmo le vicende del Palermo, è nipote di Renzo Barbera, a cui è intitolato lo stadio. Conosce la responsabilità di questo ruolo. Lui non vuole raccontare fesserie, spera in una società aperta, trasparente, che propone obiettivi per cui può competere. Ha l’ambizione di lasciare qualcosa che gli sopravviva alla sua esperienza dirigenziale. Siamo tutti di passaggio, nei club come nella vita. Vogliamo puntare su stadio e centro sportivo”.

Non vuole tornare a Boccadifalco?
“Siamo in affitto, per noi è una seconda casa ma è un solo campo di allenamento. Molto bello, ma uno. Noi vogliamo un vero centro sportivo”.

Come il Catania?
“No, ha fatto una cosa diversa. Noi vogliamo fare come l’Atalanta a Zingonia. Con Zamparini facemmo un progetto, forse ambizioso, con un centro commerciale e i negozi. Ma lo stadio deve stare in piedi con quello che produce”.

Il Barbera è da ristrutturare?
“Beh, sì. Il terzo anello è provvisorio, fu aggiunto nel 1990, è ancora lì. La nostra idea è quello di ridimensionare”.

Addirittura?
“Prima o andavi allo stadio oppure leggevi la partita sul giornale. Adesso è diverso, puoi guardare le gare da casa con pizza e con gli amici. È successa la stessa cosa ai cinema negli anni ottanta. Allo stadio vivi il plus del colore, ma chi la segue in tv la vede meglio, ha il replay, gli spogliatoi… secondo me la capienza giusta è di circa 25 mila”.

Non riuscirebbe a riempire lo stadio in A?
“Qualche partita, ma alla fine lo spettacolo è anche avere l’impianto pieno. Senza contare che uno stadio sempre e comunque tutto esaurito ti porta altri benefici. C’è chi rinnova la tessera perché ha paura di non avere il posto. Lo stadio, in Italia, deve essere al centro della città. Chi non abita nei pressi difficilmente ci capita se non nel matchday”.

Diversamente dal calcio inglese.
“Anche lì è questione di contesto. È bello anche perché gli stadi sono pieni. Noi vogliamo un centro polifunzionale, che si viva anche in settimana. E che magari possa ospitare qualche concerto. Ora non possiamo, le porte sono troppo piccole e i camion non ci passano. Poi c’è un altro aspetto: qui la gente, di domenica, va a Mondello a mangiare, arriva sul filo di lana alla partita e poi scappa”.

Quindi lo Juventus Stadium non è piccolo, per lei?
“Secondo me no. Su 105 impianti ce ne sono solo 5 di proprietà: l’Atalanta è in un momento di grazia, ma ha una identificazione di versa, anche dal punto di vista territoriale. A Palermo non c’è, a Brescia nemmeno. E poi c’è sempre stata una proprietà bergamasca, Percassi, Ruggeri, Bortolotti. C’è un fortissimo rapporto con gente e città. Dalle altre parti no: anche a Firenze ci sono stati problemi con Della Valle, vedremo con Commisso che, al momento, è all’inizio. Ripeto: 25 mila posti sempre pieno è meglio di 30 con sold out occasionale”.

Però c’è anche Udine…
“Non sono riusciti a innescare un circolo completamente virtuoso perché la città è piccola, spesso lo stadio è mezzo vuoto e i seggiolini sono pitturati sul modello Alvalade dello Sporting Lisbona. Però i ricavi permettono di ammortizzare i costi in 8-10 anni, quindi è stato un buon investimento. Lo stadio dev’essere funzionale e, ripeto, in città, con la viabilità che c’è già. Per una fruizione quotidiana”.

Qual è l’obiettivo di questo Palermo?
“Abbiamo progetti, entusiasmo e responsabilità. Siamo coinvolti tutti, professionalmente, io più degli altri perché ho accompagnato la cosa sin dall’inizio. C’è l’entusiasmo di partecipare a un progetto importante. Poi se vai in Serie A si aprono mondi diversi, è chiaro”.

È più difficile fare calcio al Sud che al Nord? In A ci sono solo Napoli e Cagliari.
“Io ho lavorato a Brescia, Vicenza, Genoa. No, secondo me no. Poi dal punto di vista commerciale è più difficile a realizzare, dal punto di vista economico c’è un tessuto diverso. Per dire, a Brescia ci sono più aziende, ma anche altre problematiche. I rapporti con tifosi e istituzioni non cambiano”.

Il calcio italiano è legato ai diritti tv?
“Sì. Ora c’è questa nuova frontiera di una televisione fatta in casa, per una ulteriore possibilità di sviluppo, ma per ora sei schiavo di questa situazione. Hai solo una fonte di approvigionamento, finché non ci sono gli stadi di proprietà. All’estero c’è più sfruttamento del giorno partita”.

Ultima: avete riportato 20 mila tifosi allo stadio, come?
“La risposta è stata straordinaria, perché stimolata intelligentemente. Hanno avuto di fronte un proprietario diverso: Mirri ha saputo far vibrare le corde giuste, parla da tifoso e palermitano. Da orgoglioso palermitano che vuole dimostrare che non bisogna essere sotto dominio straniero per fare qualcosa di importante”.

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