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L'Inter del Triplete - La svolta di Stamford Bridge: la squadra si scopre grande col 4-2-3-1

L'Inter del Triplete - La svolta di Stamford Bridge: la squadra si scopre grande col 4-2-3-1TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Alberto Fornasari
venerdì 22 maggio 2020 18:15Serie A
di Simone Bernabei

“La svolta arrivò nell’ottavo col Chelsea. Dopo anni di sofferenza in Europa, capimmo di essere una squadra vera. Mou fece un capolavoro tattico”. Pensieri e parole firmate Massimo Moratti che si riferiscono al turning point dell’anno del Triplete. Perché la finale col Bayern ha segnato la storia e la gara di ritorno col Barcellona fatto capire a tutti che l’impresa era possibile, questa volta davvero. Ma per l’allora numero 1 dei nerazzurri, così come per tantissimi tifosi e addetti ai lavori, la partita più importante dell’intera stagione fu il ritorno contro il Chelsea. I nerazzurri arrivarono a Stamford Bridge con uno scricchiolante successo casalingo per 2-1. Per uscire indenni dall’impianto londinese però sarebbe servito altro. E altro arrivò, ovviamente grazie al deus ex machina di quella squadra.

Mourinho vara il 4-2-3-1 - L’Inter aveva bisogno di affermarsi in Europa. Aveva bisogno di un successo pesante, di una prova convincente su quello che ai tempi era uno dei campi più difficili d’Europa. Citando l’attuale tecnico Conte, l’Inter aveva bisogno di essere credibile. Ai suoi occhi, ma soprattutto a quelli degli avversari. E questo fu proprio ciò che successe. Come detto da Moratti, Mourinho sfoderò dal cilindro un capolavoro tattico. E dire che lo Special One era reduce da una sfuriata con pochi precedenti dopo il ko contro il Catania: la squadra, evidentemente, recepì i concetti. Il portoghese schierò i suoi con l’inedito 4-2-3-1, con Thiago Motta e Cambiasso a fare da filtro e davanti la classe di Eto’o, Sneijder e Pandev alle spalle del Principe Milito. Una veste diversa dal solito che sorprese il Chelsea di Carlo Ancelotti. La squadra seppe soffrire e vivere nel modo giusto i momenti della partita. Al resto, poi, ci pensò Samuel Eto’o, uno dei primi protagonisti di quell’indimenticabile Triplete.

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