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#iorestoacasa - Le storie della buonanotte: Miguel Reina e quella finale persa senza guanti

#iorestoacasa - Le storie della buonanotte: Miguel Reina e quella finale persa senza guanti
domenica 05 aprile 2020 01:05Serie A
di Ivan Cardia
#iorestoacasa - Tuttomercatoweb.com propone ai suoi lettori delle storie di calcio per tenerci compagnia in queste giornate tra le mura domestiche

I tifosi più giovani dell’Atlético Madrid ricordano in maniera drammatica la finale di Champions League del 2014. Contro gli odiati rivali del Real, vinta fino a un minuto dalla fine, quando Sergio Ramos pareggia il vantaggio iniziale di Godin. Poi il sogno sfuma, sbatte sul definitivo 4-1 delle merengues nei tempi supplementari. A tanto così dal trionfo, da quel successo che la squadra oggi guidata dal Cholo Simeone non ha mai conquistato. A tanto così, appunto. Come quarant’anni prima. Quando a decidere, forse, sono stati un paio di guantoni tolti troppo presto.

Il 1974 è l’anno di Rebel, rebel e Never, Never Gonna Give You Up. Di The rumble in the jungle, della strage di Piazza della Loggia e del disastro del treno Italicus. È l’anno in cui due studenti inventano un nuovo linguaggio: si chiama basic, i due si chiamano Paul Allen e Bill Gates. È l’anno in cui la garrota, il feticcio del franchismo per le esecuzioni dei nemici del regime, uccide per l’ultima volta: i nomi sono quelli dell'anarchico catalano Salvador Puig Antich e del criminale tedesco-orientale Georg Michael Welze. La Spagna sta cambiando: nel 1973 Francisco Franco ha rassegnato le sue dimissioni da Presidente del Governo. Resterà reggente fino al 1975, ma l’epoca del Generalisímo volge al termine.

Un’altra dittatura ha i suoi effetti sulla Coppa dei Campioni 1973-1974. Le squadre in corsa dovrebbero essere 32, ma sono 31. La Dinamo Tirana è costretta a rinunciarvi, sotto le direttive del regime comunista di Enver Hoxha, che si avvicina in quel periodo alla svolta autarchica. La questione del numero dispari è presto risolta: avanza agli ottavi l’Ajax campione in carica. Peccato che i lancieri, reduci da tre titoli consecutivi, abbiano perso in estate Johan Cruijff, passato al Barcellona: escono alla prima partita, eliminati dal modesto CSKA Sofia. La finale è in programma il 15 maggio a Bruxelles, in uno stadio che dal 2000 si chiamerà Stade Roi Bauduin, ma nel 1974 è ancora noto come Heysel e qualche anno dopo diventerà la metonimia di tragedia.

La dittatura franchista favorisce le squadre della capitale. I beniamini del regime vestono la camiseta blanca del Real Madrid, la squadra della nazione. Ma l’Atlético Madrid non è certo paragonabile al Barcellona, simbolo della resistenza catalana, né all’Athletic Club di Bilbao, espressione sportiva dell’indipendentismo basco: si dice che Franco, in privato, fosse addirittura un sostenitore dell’Atleti. Che però resta la squadra della working class di Madrid. I Colchoneros, biancorossi come la tela con cui si rivestivano i materassi a inizio '900, utilizzata dai primi soci del club per farne casacche, perché poco costosa e di facile reperibilità. All’inizio degli anni ’70, l’Atlético vive momenti di gloria: nel ’72-’73 ha vinto la Priméra Division e nel ’73-’74 si piazza secondo alle spalle soltanto del Barcellona di Cruijff. L’allenatore è un argentino, con trascorsi italiani di un certo peso, come Simeone: la storia ha corsi e ricorsi. Si chiama Juan Carlos Lorenzo, è nato e morto a Buenos Aires, ma nel mezzo ha trovato il tempo di girare il mondo, dalla Francia alla Spagna passando per l’Italia. Dove ha giocato nella Sampdoria e allenato Roma e Lazio.

Il percorso verso la finale è netto. L’Atletico si presenta imbattuto all’appuntamento del 15 maggio, con la miglior difesa della competizione visti i soli due gol subiti, peraltro entrambi nella stessa partita, mentre in attacco si fatica, con nove gol come bottino della truppa di Lorenzo. Il suo mantra è la solidità: lo spettacolo conta fino a un certo punto, per vincere basta segnare un solo gol in più dell’avversario. Come nel primo turno contro il Galatasaray: 0-0 in casa, 1-0 a Istanbul dopo i tempi supplementari. Agli ottavi c’è la Dinamo Bucarest di Mircea Lucescu: i romeni vengono spazzati via, a Bucarest l’Atleti vince 2-0. In Spagna finisce 2-2, l’Atlético subisce gli unici due gol della competizione, eccezion fatta per le finali, suda le proverbiali sette camicie, ma a conti fatti s’invola verso i quarti. C’è la Stella Rossa di Dragan Džajić e Vladimir Petrović: l’Atletico vince ancora in trasferta, a Belgrado, 2-0. Pareggio a reti bianche a Madrid. Stesso risultato, ma invertito, contro il Celtic in semifinale: gli scozzesi giocano la prima in casa, si aspettano di dare battaglia e si trovano di fronte una squadra coriacea ai limiti della scorrettezza. La partita finisce 0-0 e con tre espulsi. Al ritorno, nella capitale spagnola, non c’è storia: 2-0 dell’Atlético. Che vola a Bruxelles.

Di fronte, nella serata belga del 15 maggio 1974, c’è il Bayern Monaco. Allenati da Udo Lattek, i tedeschi si preparano a subentrare all’Ajax come dominatori assoluti del calcio europeo. Il fuoriclasse è Gerd Müller, capocannoniere della Coppa dei Campioni con otto gol in dieci presenze. Il loro percorso non è stato privo di insidie: il Bayern ha il miglior attacco del torneo, venti gol, ma anche una delle peggiori difese, con quattordici reti subite. Il tutto corredato da due sconfitte: i tedeschi hanno faticato, molto più dell’Atlético. Giocano col 4-3-3, la formazione tipo è una parata di stelle. Tra gli altri: Maier in porta, Beckenbauer e Breitner in difesa, Kapellmann a centrocampo, Hoeneß in attacco. E poi, già citato, Müller: 0,92 gol di media a partita in carriera sono un discreto biglietto da visita.

L’Atletico ha meno campioni. Di Lorenzo e delle sue analogie con Simeone si è già detto. Il portiere, che è il protagonista di questa storia, lo lasciamo per ultimo. Difesa arcigna: il più titolato è Heredia, 20 presenze con l’Argentina. La stella della squadra è Luis Aragonés, che da allenatore diventerà il padre del ciclo d’oro della Spagna. Gioca a centrocampo, lo chiamano Zapatones per via della calzata più che ampia, è il metronomo dei biancorossi. Con lui giocano due onesti mediani e Javier Irureta, l’istinto predatorio dell’undici di Lorenzo, l’elemento di fantasia e di rottura degli schemi avversari. Sarà anche lui un grande allenatore, in grado di portare il modesto Deportivo La Coruña alla vittoria della Liga nel 2000 e poi su fino alla semifinale di Champions nel 2004. Gli giocano davanti José Eulogio Gárate e José Ufarte. El ingeniero del área, per i tre titoli da Pichichi e perché Garate è davvero un ingegnere. El espanhol, perché Ufarte, brasiliano, gioca da sempre in Spagna e in patria lo conoscono così.

E poi c’è Miguel Reina. Il portiere. Tra i migliori della sua generazione, due volte vincitore del Trofeo Zamora come estremo difensore meno battuto del campionato. È il padre di Pepe, che in Italia abbiamo visto indossare le maglie di Napoli e Milan. Sarà ricordato per sempre per questa finale. Ma non corriamo.
La partita è sonnacchiosa. I 90 minuti del tempo regolamentare scorrono via tra qualche calcione, Beckenbaue che spadroneggia in difesa, gli attacchi che non riescono a fare male alle retroguardie avversarie. Si va ai supplementari, senza poter puntare ai calci di rigore: proposti qualche anno prima da un arbitro tedesco, faticano ancora a imporsi a livello internazionale e saranno accettati dall’UEFA solo a partire dall’Europeo del 1976. La data per l’eventuale replay è già fissata nel 17 maggio, una prospettiva che spaventa soprattutto i madrileni.

L’Atletico passa in vantaggio a sei minuti dalla fine. Ci pensa Aragonés. Punizione dal limite dell’area tedesca, Maier mette sei uomini in barriera e non può vedere la palla che parte. Zapatones la fa alzare quel tanto che basta, la spedisce all’angolino alla destra dell’estremo difensore dei bavaresi. Che non si tuffa neanche: la sfera lambisce il palo ed entra in rete, l’esecuzione è perfetta, l’Atlético passa in vantaggio e tutta la squadra abbraccia l’eroe di giornata. E qui gli spagnoli riprendono il loro gioco: mancano sei minuti, basta chiudersi e non prendere gol.

Mancano venti secondi alla fine, si può iniziare a festeggiare. E arriviamo a quella che forse è una leggenda. I video non aiutano a chiarire quel che succede. Le interviste dei protagonisti raccontano una storia. Quella di Reina che, convinto di aver ormai ottenuto la vittoria, esulta, si toglie i guanti, li regala a un fotografo di Marca che segue la partita a pochi passi dalla sua porta. Una storia, appunto: oggi non sappiamo se sia vera o meno. Fatto sta che della possibilità non se ne accorge quasi nessuno, tranne Schwarzenbeck, il compagno di difesa di Beckenbauer. Lo chiamano Der Putzer des Kaisers, l’uomo delle pulizie del Kaiser. Chiede palla a 40 metri dalla porta di Reina e lascia partire un tiro che è una fucilata. Il padre di Pepe, forse per l’assenza dei guanti o forse perché semplicemente non si aspetta quel tentativo, si tuffa sulla propria destra ma non riesce a respingere e rimane a terra mentre la palla s’insacca alle sue spalle. È 1-1, la partita si deve ripetere.

Reina si chiude nello spogliatoio dell’arbitro. È la versione del tecnico Lorenzo, che a distanza di anni definirà “imperdonabile” la presunta leggerezza del suo portiere. Rivedendo le immagini della partita oggi, è difficile capire che percentuale di responsabilità abbia realmente: il tiro è potente ed angolato, è credibile che non sarebbe riuscito a evitare il gol del pareggio a prescindere dall’avere o meno i guanti. Ma la storia ha bisogno di aneddoti per essere tramandata e il portiere di Córdoba gliene ha appena fornito uno, sin troppo succoso.

La versione di Reina. I giornali spagnoli ci ricamano, quella che è forse una leggenda diventa l’episodio saliente di una carriera intera. Il diretto interessato ci è tornato di recente, intervistato da as: “Hanno scritto di tutto su quella partita, l’unica verità è che il difensore del Bayern ha colpito la palla e questa è entrata. Il più scarso della squadra ha avuto un tiro fortunato”.

La finale si rigioca due giorni dopo. Sempre all’Heysel, davanti a un pubblico appena meno numeroso, forse cosciente che il destino è già stato scritto da quei guantoni (forse) sfilati prima del tempo. L’Atlético cambia uno dei due attaccanti, la fascia da capitano passa da Aragonés a Heredia. Reina è di nuovo fra i pali, ma la sua maglia non ha il numero 1 sulla schiena. La partita di ripetizione è giocata alla perfezione da parte tedesca, ma priva di verve per gli iberici: il Bayern passa in vantaggio nel primo tempo e chiude con un rotondo 4-0, laureandosi per la prima volta campione d’Europa, un titolo che vincerà anche nei due anni successivi. L’Atlético resta lì a ripensare a quei venti secondi che sono costati un trionfo, senza sapere che quarant’anni dopo ne perderà un altro per un’altra manciata di attimi. Ma questa è un’altra storia.

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