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Serie A

Lazio, addio a Felipe Anderson: le magie, i fischi e la poca continuità

14.07.2018 10:00 di Riccardo Caponetti   articolo letto 20971 volte
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport

Se ne va con una valigia piena di speranza, Felipe Anderson. La speranza di completarsi come giocatore, di fare il salto di qualità e di diventare quel fuoriclasse che con la maglia della Lazio si è soltanto intravisto. Sì, perché è innegabile che il 25enne brasiliano abbia un talento puro, cristallino, al di sopra della media. Una qualità tecnica invidiabile, rara. Lo si vede quando tocca la palla, quando la tiene attaccata al piede mentre sprinta a velocità supersonica, quando salta come birilli gli avversari. A tratti è imprendibile, ti dà la sensazione di venire da un altro pianeta. Gol, assist e giocate sopraffine alternate però a periodi di buio, a passaggi a vuoto incredibili. Come un interruttore: on e off. Si spegne e si accende a suo piacimento, senza una logica. La continuità, a lui sconosciuta, è la sua nemica più grande. Il motivo che gli ha impedito di spiccare il volo con l’Aquila sul petto.

ALLA LAZIO - Eppure dal 2013 ci ha provato. Alti e (tanti) bassi. Un sali e scendi continuo. Il suo primo anno a Roma è difficile, non si riesce ad ambientare in fretta. Gioca poco e male. Subisce tanti fischi, diventa bersaglio di critiche. Poi la magia e con Pioli in panchina alza la testa in una fredda serata milanese. Dicembre 2014, Inter-Lazio 2-2: fa una doppietta nella Scala del calcio. Da lì in poi è una crescita continua. Impressiona, vince le partite da solo e porta la Lazio al 3° posto in classifica (10 gol e 8 assist). La continuità, però, è a lui sconosciuta. Così l’anno dopo risente delle difficoltà della squadra e non è più frizzante come pochi mesi prima. Complice un carattere timido, introverso, non da leader. Le stagioni passano, le gare si susseguono ma su Felipe Anderson resta sempre un grande punto interrogativo. “Qual è quello vero?”. Silenzio, nessuna risposta: non c’è. Con Inzaghi ha fin da subito un rapporto strano. I due si stimano e al brasiliano viene concessa sempre tanta fiducia che il più delle volte non viene ripagata. In questa stagione, complice il suo infortunio iniziale e l’ascesa di Luis Alberto, sembra essere più una valida alternativa che un titolare fisso. Ruolo che gli sta stretto: perché lui vuole giocare, vuole sentirsi la stella della squadra. Chiude comunque l’ultima annata in biancoceleste con un discreto bottino (8 gol e 10 assist) ma con la consapevolezza di non aver ancora trovato un’identità precisa.

NUOVA VITA - Volo per Londra. Gatwick o Heathrow poco importa. Taxi. “Destinazione Olympic Stadium grazie”. La (nuova) casa del West Ham per una nuova vita. Dovrà lottare Felipe Anderson in Premier League, un campionato tanto affascinante quanto impegnativo e diverso dalla nostra Serie A: per agonismo, ritmo e intensità non ci sono paragoni con quello italiano. Sicuramente ci sarà meno attenzione alla tattica e per un giocatore imprevedibile come ‘Pipe’ non potrà che essere un bene. Il West Ham crede molto in lui tanto da investire poco più di 40 milioni di euro: è l’acquisto record nella storia degli Hammers. La sua valigia è piena: c’è tanta voglia, tanto talento e sopratutto tanta speranza. “Qual è il vero Felipe?”, abbiamo bisogno di una risposta.


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