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Napoli e l'Argentina, i trionfi e le cadute: addio a Maradona. L'impossibile ricordo di Dios

Napoli e l'Argentina, i trionfi e le cadute: addio a Maradona. L'impossibile ricordo di DiosTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
mercoledì 25 novembre 2020 17:47Serie A
di Ivan Cardia

Genio e sregolatezza è una banalità, non basta per raccontare Diego Armando Maradona, scomparso quest'oggi. Dios, per Napoli e per l’Argentina, per tutto il mondo del calcio. Un punto di riferimento, il più forte di tutti, il più forte di sempre, anche per chi, per ragioni anagrafiche, l’ha vissuto solo sfiorandolo, quando il suo talento infinito era stato risucchiato da mille difficoltà e cadute, nel continuo e complicato tentativo di risollevarsi. 60 anni a mille all’ora, con quel mancino così unico, amato perché lontano dagli stereotipi. Perché grandissimo anche dove nessuno avrebbe mai pensato di poterlo essere. Senza un Pallone d’Oro in bacheca, perché quando giocava i sudamericani non potevano vincerlo. E tanto ne avrebbe fatto incetta, di riconoscimenti non ha mai avuto bisogno.

Argentinos Juniors, Boca, Barcellona, Napoli. Argentina. Grande in patria e in Europa, dapprima ragazzo prodigio della squadra che più di tutte ha regalato talenti all’Argentina, poi nel “suo” Boca. Infine al Barcellona: nel Vecchio Continente, arriva ventiduenne, in blaugrana combatte prima con l’epatite e poi col tremendo infortunio subito per l’intervento di Goikoetxea. Su e giù tra le difficoltà, come tutta la sua carriera. Nel 1984, il capitolo più significativo della sua carriera tra i club: Napoli. L’abbraccio col San Paolo è quello di ottantamila persone che aspettano un fuoriclasse. Mille lire: tanto costava il biglietto. In azzurro si scontra con la Juventus di Platini e sovverte le gerarchie: nel 1987 regala il primo scudetto a chi non sarebbe mai immaginato, nel 1990 addirittura il bis. Il Pibe de Oro conquista i cuori di Napoli e della Serie A. Ma va oltre, il capolavoro è il mondiale del 1986: Maradona si mette sulle spalle un’Argentina forse sottovalutata ma lontana anni luce dalle possibilità del suo 10. Che però dribbla tutta l’Inghilterra e s’arrampica in cielo, aiutato dalla celebre Mano de Dios. Non è mai stato politicamente corretto, Maradona.

La caduta, il ritorno. Poi fuori dal campo. A Napoli, Maradona vive in campo, ma anche in strada. E iniziano i problemi: il 17 marzo 1991 un controllo antidoping ne ravvisa la positività alla cocaina. Inizia la lunga lotta per tornare a essere il più grande di tutti, saluta l’Italia e va in Spagna, al Siviglia. Resta fermo un anno e mezzo, poi torna in patria, al Newell’s Old Boys. Nel 1993, dopo tre anni di assenza, torna a vestire la casacca albiceleste dell’Argentina, che indossa ai mondiali di USA ’94. Non è più il ragazzo potente e trascinante di un tempo, ma tanto basta per stendere Grecia e Nigeria, far immaginare il canto del cigno. Un altro controllo antidoping lo ferma, la FIFA lo esclude dai mondiali, l’Argentina esce contro la Romania. Dopo un’ultima parentesi da giocatore al Boca Juniors, inizia nuova carriera, non meno travagliata. Guida il suo Boca, va in tv, diventa il ct dell’Argentina. Da allenatore ci prova a più riprese: tenta una prima volta in patria, con club minori. Poi guida Al Wass, Fujairah, Dorados e Gimnasia La Plata. Avvicinarsi ai fasti da calciatore sarebbe stato impossibile. E forse anche inutile: lo ricorderemo così, una serpentina e un calcio di punizione a due in area. I palleggi con Live is Life in sottofondo. Inarrestabile sul campo, rivoluzionario fuori. Spesso fuori le righe, poche volte in pace. Un’icona, per tutti. Che, da grandissimo, non ha bisogno d’essere esaltato. La sua vita è stata una corsa senza freni, meravigliosa come poche altre. E il fatto che il mondo intero lo pianga dice tutto: raccontarlo, a chi l'ha vissuto e a chi non ha potuto farlo, è impossibile. Perché Maradona è stato tanto, forse troppo, di sicuro molto di più di quel che le parole potranno mai dire.

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