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TMW - Maldini integrale: "Paquetà è un giocatore che può far sognare"

13.10.2018 13:45 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 9594 volte
Fonte: Dal nostro inviato, Alessandro Rimi

Paolo Maldini, direttore sviluppo strategico area sport AC Milan, è stato protagonista dell’evento “Il calcio, il Milan: una storia infinita” di scena oggi al Festival dello Sport di Trento: “Ho iniziato a giocare da punta, ero innamorato della palla, la genetica mi ha portato a cercare di diventarne amico. E’ lo strumento che fa muovere il mondo del calcio. Record? Devi essere fortunato a giocare tanto e per una squadra performante. Non ho mai cercato glorie e premi personali: il calcio è lo sport di squadra e grazie a questa si vince. Sono soddisfatto della mia carriera. La storia della mia famiglia è legata alla maglia del Milan, dagli anni ‘50. Quando ho smesso giocava già mio figlio nei giovani rossoneri. Eredità pesante? Sono nato quando mio papà aveva già appeso gli scarpini al chiodo. Mi avevano raccontato di lui in ogni modo. La pressione sì che l’ho sentita, leggevo e sentivo commenti, ma alla fine non furono che ulteriori stimoli. Primo giorno di allenamento? Avevo dieci anni, era settembre, non sapevo che ruolo suggerire all’allenatore, ma mi fece giocare subito. Esempio? Difficile scindere persona e calciatore. Giochi in uno sport agonistico, fatto da professionisti che devono comportarsi bene. E’ quello che ho imparato da mio padre ed è quello che sto cercando di insegnare ai miei figli, anche al di fuori del campo. Emozioni? Me ne porto tante, non pensavo di poter arrivare a giocare in A prima di esordire. Presi consapevolezza di poter condividere il campo con grandissimi campioni. Assenza di talenti? Dipende dalle generazioni. Ci sono secondo me, ma il sistema non aiuta. Spesso magari vedi un fenomeno o un ragazzo non ancora pronto. Manca una via di mezzo. Il calcio deve seguire una linea precisa. Sacchi? Per noi è stato fondamentale, era ambizioso, con tante idee, rivoluzionario, è arrivato al Milan al momento giusto, mostrava quasi maniacalità. Lo stress lo ha consumato tanto come spesso accade ai geni. Il calcio si evolve, ma restano sempre quei principi di base. Capello? Manager e grande allenatore, diverso da Sacchi come percorso da tecnico. Finale ‘94? Il mister ci disse: ‘andiamo in campo e vinciamo sicuramente’. Non era pressante come Sacchi per colpa del quale ho ancora degli incubi. Prima, durante e dopo la gara era un martello, ma anche un insegnamento continuo. Chi mi ha insegnato davvero a giocare a calcio è stato Liedholm. Gli va riconosciuto di aver dato il via a una grande epoca rossonera. Ancelotti? Con lui è stato un ciclo bellissimo. Era un ex compagno, è un amico, le emozioni poi impari a gestirle a 35 anni e per questo sono riuscito a godermi ogni momento di quel periodo. Nel Napoli ha cambiato ruolo a due giocatori fondamentali come Hamsik e Insigne. Credo che vincerà tanto anche lì. Forti, ma solo in Europa con Sacchi? Amava giocare sempre in quel modo lì, in maniera quasi scrupolosa. Gattuso? Vediamo cosa riuscirà a fare. Ha un gran senso di appartenenza, quello che con Leo abbiamo cercato di trasmettere alla squadra in questi mesi. Rino dal punto di vista tecnico-tattico è cresciuto molto e per questo ha la nostra totale fiducia. E’ stato coraggioso a venire al Milan, ha conoscenze, sa gestire i calciatori e mediare bene con la società. Berlusconi? Un visionario, ci diceva che saremmo diventati i più forti al mondo. Ridevamo sotto i baffi, non era chiaro cosa ci avrebbe portato e invece… Scomparsa di figure forti nel calcio? Il calcio cambia e solo un imprenditore troverà difficoltà a gestire un club, ma la passione fa ancora la differenza. Monza in A? Secondo me ce la faranno, Galliani quando parla di calcio ti si illuminano gli occhi. Il calcio è una malattia, non si guarisce facilmente. Mi ha sorpreso il loro ritorno, ma è un qualcosa di bellissimo perché sono partiti proprio lì. Farò un po’ di tifo per loro. Rapporto con il condor? Chi sceglie i collaboratori ha idee chiare. Il passato non c’entra, i litigi sono normali ma abbiamo trascorso 25 anni insieme molto intensi. Vorrei sempre circondarmi di persone che non ti danno sempre e comunque ragione. Così si cresce. Definire me stesso? Difficile, ho giocato ovunque, certamente innamorato e spero anche corretto. A volte ero molto duro. Una volta a una premiazione con Maradona, mostrarono un nostro contrasto durissimo. Gli dissi: ‘Diego scusami, ma non ricordo di quell’episodio’. Istanbul? Forse insieme alla finale con la Nazionale persa ai rigori contro il Brasile il momento peggiore. Il calcio dà e toglie, ma alla fine bisogna sempre accettare il risultato, specie quando in campo dai tutto. La rimonta del Liverpool? Non facevamo calcoli, se riguardi la partita sul 3-3 abbiamo avuto tante occasioni. L’emotività della squadra può cambiare anche con un mezzo episodio. Se sei forte e hai mentalità puoi superare però certi momenti. Per fortuna lo abbiamo fatto. Otto finali di Champions? Lì non controlli le emozioni, vai e giochi. Maradona è stato il primo supercampione che ho affrontato, poi Ronaldo che era un giocatore completo e molto difficile da fermare. Messi o Ronaldo? Direi il primo, senza nulla togliere a quel fenomeno di Cristiano. Leo però è unico, l’essenza del calcio, mi ricorda Diego. Il più forte in assoluto per me degli ultimi quindici anni. Il 3 rossonero? La storia del Milan va avanti, bloccarlo è stata una decisione importante che dà orgoglio. Sono molto legato alla storia di questo club, se hanno deciso così accetto e sono molto contento. Noi invincibili come il Milan di Baresi? Una volta che arrivi al record vuoi mantenerlo il più a lungo possibile. Poi pensi anche a vincere il campionato, ma quel traguardo ti aiuta tanto. Gara di addio a San Siro? Il comportamento di un calciatore non consono alle regole, fa più rumore di altri cento che invece fanno qualcosa di buono. Lo ricordo quel giorno, resto convinto di essere una brava persona. Lo stadio fischiava ma non si capiva bene per cosa: sono contento sia successo, come di quel tributo che mi ha regalato il Franchi di Firenze. Italia? Ho detto di no nel 2006 e hanno vinto. Era destino. Ho avuto comunque una storia bellissima, stupenda. Vorrei rigiocare l’ottavo contro la Corea del Sud. Non mi sono mai arrabbiato con gli arbitri, ma quella sera era impossibile non farlo. Ho dato il peggio di me quanto a parole, rigorosamente in spagnolo che ho imparato da mia moglie. Nuova avventura al Milan? Mi chiamò Leo, io ero in vacanza, mi raccontò di essere stato contattato proponendomi di entrare. Ci siamo messi d’accordo in 48 ore. Ci dividiamo l’area sportiva, che vuol dire gestire squadra, giocatori e allenatore. Un lavoro intenso tutt’altro che semplice. Sono arrivato in periodo di mercato, quello peggiore che non ha nulla a che vedere con il calcio giocato. Quando terminò finalmente si aprì il dialogo con i giocatori. Paralleli col passato? In base alla nostra esperienza cerchiamo di ritrovare quei principi. Al Milan devi avere chiaro che bisogna andare a vincere qualcosa. L’obiettivo è quello di tornare competitivi quanto prima in Europa. Abbiamo contratto triennale: non tantissimo tempo, ma ci proveremo. Stimolo per i giocatori? Sentire una società forte al fianco era importante per noi, lo è quindi anche per i giocatori attuali. Sono ragazzi e il dialogo continuo resta di fondamentale importanza. Non nego che parlare di qualificazione di Champions League visti i risultati passati è stato difficile, ma siamo convinti di poterci arrivare. E’ il nostro primo obiettivo. Paquetà? Il mercato è chiuso (ride, ndr), lui ha talento, non ancora formato al 100%, ma è un giocatore che può far sognare. Derby? Negli ultimi anni è stato bellissimo. Sarà un derby tra squadre competitive che si giocano qualcosa di importante. Entrambe puntano in alto. Salto di qualità? Dobbiamo rimanere attaccati alle prime quattro. Abbiamo avuto Napoli e Roma, avversari particolari. Manca ancora la gestione della fase critica delle partite e ci stiamo lavorando. Europa League? Il trend è cambiato, l’anno scorso le italiane hanno fatto molto bene. Parliamo di una Coppa che ti dà l’accesso diretto alla Champions il che è stimolante. La rispetteremo e la giocheremo al massimo, anche perché non l’abbiamo mai vinta”


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