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Diario da Rio - La tigre che l’Argentina rifiuta

Diario da Rio - La tigre che l’Argentina rifiutaTUTTOmercatoWEB.com
giovedì 04 luglio 2019 10:35Sudamerica
di Tancredi Palmeri

Essere rispettosi della propria natura, senza esserne schiavi. Spesso nella vita, tanto più nel calcio, e quindi figuriamoci nella Copa America, si tratta tutto di quello. Il Cile ha una natura chiara e semplice - che non significa facile. E da quella deve partire svilupparsi.
Il Cile ha senso se è consapevole della propria sofferenza. Di tutto quello che gli manca, e farne dunque una leva a proprio favore. Quando il Cile smette di essere la squadra - o l’entità - pronta a soffrire, lì è il momento che si disintegra. Dice: “eh bravo, ma questo vale per ogni squadra”.
Ma per alcune vale molto di più, anzi vale tutto. Il Cile che aveva sempre qualcosa da dimostrare, ha vinto in serie due Copa America e sfiorato la Confederations Cup in 3 anni, dal 2015 al 2017. E’ lì che si è sentito arrivato, ed è rimasto assurdamente fuori dai Mondiali.
Tutto questo panegirico per dare un senso a una delle semifinali dall’esito più assurdo degli ultimi decenni, e non solo in Copa America.
Perché che il Perù potesse transitare in finale, per quanto sorprendente non era da escludere, in una Copa America così livellata. Ma che l’abbia fatto spazzando via il Cile, anche oltre il 3-0 che il tabellino racconti, è assolutamente incredibile. I peruviani loro sì erano consapevoli del gap netto sotto tutti i punti di vista. E per questo hanno operato dall’inizio un pressing alto e implacabile ma mai scoordinato, e soprattutto l’hanno incredibilmente portato avanti per 90 minuti.
Ricordiamolo: il Cile fin qui era stato di netto la squadra migliore, giocando un calcio che non è assolutamente blasfemo paragonare ai migliori esempi attuali dei club europei.
Raramente è così chiaro che l’avversario più dotato sottovaluti così marcatamente l’avversario, da subito e per tutta la partita. Talmente chiaro che Rueda, il ct del Cile, nella conferenza del post ha detto semplicemente: “La squadra non ha ovviamente avuto il giusto atteggiamento mentale”.
Incredibili errori tecnici - il più clamoroso l’uscita amatoriale del portiere Arias che sul secondo gol ha lasciato la porta sguarnita per un’intera azione, lasciando che il Perù segnasse a porta libera da fuori area - approccio molle, supponenza.
Ha anche avuto occasioni nel Secondo Tempo il Cile quando ha provato a schiaffeggiarsi da solo, ma lì s’é riscattato Gallese con ben 7 parate, fino al cucchiaio di Edu Vargas neutralizzato su rigore, ultimo episodio ridicolo.
Ma la debacle cilena è stata possibile grazie a uno straordinario Perù. Possibile grazie a uno straordinario allenatore: Ricardo Gareca non è soltanto il fautore dell’intero ciclo che finora aveva portato in quattro anni due semifinali e la qualificazione ai Mondiali dopo 32 anni, prima di riportare il Cile in finale dopo 44 anni.
No. ‘El Tigre’, come lo chiamavano già da giocatore, è davvero l’anima cosciente, calma e costruttiva di un’intera identità calcistica. Lo dimostra più di tutti questa Copa America. Il Perù gioca bene all’esordio ma si fa mettere sotto sul piano della scaltrezza dal Venezuela, poi cancella la Bolivia, e infine contro il Brasile mette assieme la peggior partita dell’intero ciclo Gareca. Sembra già sull’aereo per Lima, e lì gli harakiri di Giappone e Paraguay lo rimettono dentro.
Gareca mantiene la calma, riconsidera le cose, analizza le prospettive. L’Uruguay nei Quarti è una sfida improba, e lui prepara una partita di totale sofferenza per applicare una omeopatica cura uruguagia all’Uruguay stesso. Sopravvive ancora, e con il Cile teoricamente sarebbe il capolinea.
E invece la genialata: come aveva giocato all’uruguagia contro l’Uruguay, così prova a giocare alla cilena contro il Cile. Non si chiude come i cileni ampiamente si attendevano, pronti a svariare su 70 metri di campo. No. Dà il pallone agli avversari, e poi si mette alla loro caccia. Panico, sorpresa, vittoria.
Vero stratega, vero comandante di uomini.
El Tigre Gareca è argentino, come la scuola recente più in voga degli ultimi anni. Ma da questa parte di mondo sono in pochi gli ottimi tecnici argentini a rimanere. Figuriamoci poi andare alla periferia dell’impero, come in Perù. Eppure Gareca ha saggezza e visione. Tutto quello che manca all’Argentina, dove la colpa non è tanto della guida tecnica momentanea, ma della federazione che sistematicamente svuota il tecnico di autorità (magari per darla a Leo…).
In molti in questi anni hanno proposto il nome di Gareca per la panchina dell’Argentina, invano. Non è un caso. L’Argentina rifiuta El Tigre, e probabilmente per ora è meglio così, finché l’unica prospettiva per una tigre sia vivere in gabbia.

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