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Daniele Cargnino, poeta granata: "Il Toro è nei miei versi e nella mia vita"

"Se i granata fossero scrittori? Valentino Mazzola sarebbe Pavese, Meroni sarebbe Jack Kerouac. Belotti, invece, è un po' come Hemingway"
14.07.2019 08:35 di Claudio Colla    per torinogranata.it   articolo letto 152 volte
Daniele Cargnino, poeta granata: "Il Toro è nei miei versi e nella mia vita"
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Daniele Cargnino, poeta torinese e grande cuore granata, ha di recente dato alle stampe la sua opera prima, "La sposa nella pioggia", per la casa editrice Ensemble. Lo abbiamo incontrato, scoprendo come il Toro, per Daniele, sia costantemente al centro della cifra artistica del suo sforzo letterario, e della sua poiesis.

Innanzitutto, Daniele, quale ritieni sia il punto d’incontro tra la tua passione per la letteratura e quella per il calcio (in primis, naturalmente, per il Toro)? 

Innanzitutto grazie a te, alla redazione di TorinoGranata.it, e a coloro che avranno la pazienza di leggere. Complimenti anche per la scelta delle domande, molto intelligenti e stimolanti. Dunque, il punto d’incontro tra la passione per la letteratura e quella per il calcio probabilmente nasce nei miei anni della scuola media, quando scopro sia il piacere di leggere e scrivere (cosa che poi mi porterò dietro, scegliendo successivamente il Liceo Classico), sia l'amore per il calcio, e per il Toro. L’amore per i colori granata, in parte, mi è arrivato anche dalla famiglia: mio padre tifa l'altra squadra di Torino, ma mio nonno, granata fin da ragazzino, ha visto giocare il Grande Torino, e le prime partite al Delle Alpi le ho viste con lui. Ma la trasformazione vera e propria l’ho avuta grazie agli amici: le partite di pallone, il sentirsi parte di qualcosa, sapere le formazioni a memoria, e così via. Quando poi il Toro è tornato al Comunale - mi piace chiamarlo ancora così (ride) - che tra l’altro è a due passi da casa mia, mi sono unito alla banda dei tifosi in modo più frequente e assiduo, e ho approfondito il capitolo legato al Grande Torino. Una storia che per ovvie ragioni anagrafiche non ho vissuto, ma che mi fa versare litri di lacrime, ogni volta che il mio pensiero vola verso Superga.

La tradizione di autori calciofili, dal ‘900 a oggi, è ricca di nomi: da Stefano Benni a Nick Hornby, passando per niente meno che Albert Camus e Sir Arthur Conan Doyle. Ci sono personaggi che, in tal senso, ti hanno influenzato?

Il primo nome che mi è venuto in mente, in effetti, è stato proprio quello di Nick Hornby, grande tifoso dell'Arsenal. Ma anche Irvine Welsh, tifosissimo dell'Hibernian. C'è poco da fare, gli inglesi sul calcio non scherzano...d'altronde il football l'hanno inventato loro! Per quanto riguarda gli autori italiani, mi era piaciuto “Ecce Toro” di Giuseppe Culicchia, ma la vera narrativa sul calcio secondo me è quella scritta dai tifosi per i tifosi. Mi vengono in mente i libri sugli hooligan inglesi - ancora loro! -, o i racconti dei nostri tifosi, ambientati qua e là per le trasferte italiane e europee. Quella è vera letteratura! C'è poi la narrativa legata al Grande Torino, di cui ho davvero consumato di tutto, dai libri ai video. E ogni volta penso che la storia degli eroi granata di Superga sia il più bel romanzo calcistico di tutti i tempi.

Stai tuttora promuovendo, lungo tutta la Penisola, la tua opera prima, “La sposa nella pioggia”. Tra le poesie in essa contenuta, ce ne sono alcune che parlano espressamente di Toro? I colori granata ne hanno invece ispirate alcune che trattino altre tematiche?

Quella che scrivo è una poesia “quotidiana”, e, per forza di cose, anche il Toro, che fa parte della mia quotidianità, rientra tra questi argomenti. Ci sono i momenti in cui la tua squadra segna, e la persona che ami è di fianco a te, in curva. Ci si abbraccia, entrambi vestiti di granata, vivendo così la forza di due amori in uno: quello per la tua lei, e quello per la tua squadra del cuore. Ma ci sono anche il ricordo e la nostalgia di quando guardi una vecchia foto, che ritrae una persona che indossi una maglietta del Toro, e non puoi fare a meno di guardare, insieme, quel volto e quei colori. Diciamo che, in generale, parto già sapendo ciò di cui voglia scrivere, perché le tematiche come lo stadio e il tifo fanno parte delle mie esperienze, del mio vissuto. Perciò non devo inventare nulla.

Se Urbano Cairo ti chiedesse di organizzare un evento, o un rituale ricorrente per squadra e tifosi, che coniughi il Toro e la letteratura, cosa ti inventeresti?

Innanzitutto sarebbe un onore...però, più che un festival solo letterario, coniugherei tutte le altre arti con il Toro, incluse le altre mie grandi passioni, come la musica, il cinema, la pittura, il teatro, la fotografia! Mi sento dunque di lanciare un appello a tutti i tifosi granata: uniamo le forze come solo noi sappiamo fare! Non conta essere artisti, non ci sono allievi o professori: l’importante è questa grande festa di nome Toro!

Oltre a essere uno scrittore pubblicato, sei musicista e conduttore radiofonico. Qual è la playlist che proporresti a Mazzarri per caricare e far rilassare la squadra?

Ecco la domanda musicale a cui ogni tifoso vorrebbe rispondere, se avesse davvero la possibilità di far mettere in pratica i propri suggerimenti al mister! Dunque, partiamo dal relax...anche se non è un concetto che applicato ai nostri giocatori mi faccia impazzire, dato che li vorrei sempre vedere sudare e con la bava alla bocca. Come dei veri tori! Comunque, per distendersi, direi del post-punk new wave, dell’era 1978-1984, soprattutto di scuola inglese. Invece per la carica, non ci sarebbero dubbi: in virtù di quello che sono, e di ciò che ascolto, punk-hardcore senza freni. Prima, durante, e dopo la gara!

Se dovessi abbinare i tuoi tre autori preferiti ad altrettanti giocatori del Toro, del presente o del passato, quali sarebbero le tue scelte?

Anche questa domanda vale "il prezzo dell'intervista"...dunque, iniziamo dal più grande di tutti: Valentino Mazzola. Al suo fianco collocherei il più grande scrittore italiano del '900, nonché il mio preferito: Cesare Pavese. Un genio, il migliore nel suo ruolo, e, nonostante avesse Torino ai piedi della sua penna, capace di rimanere un uomo umile, "normale". D'altri tempi, intento a dare sempre il massimo. Come il nostro grande Capitan Valentino.

Non può mancare, poi, Gigi Meroni: artista tout court, in campo e fuori. Sul “suo” autore non ho dubbi: Jack Kerouac. Il più grande scrittore americano di sempre, un ribelle, un fuorilegge. Proprio come la Farfalla Granata. Infine, scegliendo un calciatore di oggi, ovvero Andrea Belotti, lo abbinerei a Hemingway. Per la voglia di lottare sempre, caricare a testa bassa, e non mollare mai. Un po' come lo scrittore americano: un passo avanti, sempre a metterci la faccia da vero leader per trascinare la squadra.

Visto che questo gioco ci è piaciuto, mi sembra d’uopo porti la stessa domanda con i personaggi della musica.

Facciamo così: piuttosto che i solisti, che a dire la verità non ho mai sopportato tanto, trasformiamo tre formazioni del Toro in altrettante band. Sulla prima, ovvero il Grande Torino, il più forte di tutti i tempi, sono indeciso tra un'orchestra che esegua una lirica di Wagner, in tutta la sua potenza, o un ensemble jazz, in cui fantasia e improvvisazione la facciano da padrone. Non può mancare, poi, il Toro che vinse l'ultimo scudetto: visto che fu un campionato lungo, sofferto, e pieno di colpi di scena fino alla fine, opterei per una band hard rock, con tanti assoli, determinata a finire al meglio la scaletta del concerto, e a ricevere l’ovazione dei propri fan. Infine, la squadra di Mondonico, quella che nel ‘92 arrivò a un passo dalla finale di Coppa UEFA: ero troppo piccolo per averne ricordo, ma per la rapidità di esecuzione, e per come colpì le avversarie (e i pali, mannaggia alla Juve), ne faccio una band punk. One, two, three, e battiamo pure il Real. 

Da artista poliedrico, ti diletti anche di regia. Per che tipo di ruolo scrittureresti Mazzarri, Cairo, e i principali calciatori dell’attuale Toro? Viceversa, in un film sulla compagine granata, da chi potrebbero essere interpretati i nostri beniamini?

Dirigere il Toro...che sogno! Dunque, in realtà io credo ancora a un Toro “popolare”, seppur nell’ambito di un calcio moderno che ha, ormai, perso i propri valori originali. Però la favola del Piccolo Grande Toro mi piace, quindi, in un certo senso, vedo i giocatori nella parte dei banditi che resistono e contrattaccano, in quel grandissimo film western che è “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah. Soli contro tutti. Ogni domenica dovrebbe essere così. Viceversa, farei interpretare i giocatori ai veri protagonisti del calcio, cioè noi tifosi. Perché un calcio senza tifosi è nulla. 

Dopo aver giocato un po’, tornando ai topos della tua raccolta, quali senti siano lì, nel tuo cuore, accanto al tuo amore per il Toro?

Guarda, ci sono effettivamente dei temi ricorrenti. Te ne dico tre; se poi la lettrice o il lettore vorranno farsi un'idea più precisa, leggeranno il libro. Il passato, sotto forma di ricordi e nostalgia; l'amore, quello vissuto e quello solo sognato; la città, il senso di appartenenza, in comunione con le proprie radici.

Grazie della disponibilità, Daniele, e naturalmente un grande in bocca al lupo per il tuo futuro. Ti chiediamo un saluto per i nostri lettori; naturalmente, se vuoi, in versi.

Grazie a voi, è stato un onore, dico davvero. Vi saluto con un pezzo di una poesia tratta dalla mia raccolta, "La Sposa nella pioggia", che fa così: 

“ Vorrei che mi cantassi

 Quel coro sentito in curva allo stadio

 Solo per vederti muovere le labbra”

Un saluto e un abbraccio,

Daniele


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