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ESCLUSIVA TMW - DJ Serse Cosmi: "In campo mi trasformo"

08.06.2013 06:45 di Chiara Biondini   articolo letto 21094 volte
Fonte: Di Simone Bernabei per TMWmagazine
© foto di Federico De Luca

Una casa splendida immersa nel verde delle colline che circondano Perugia. Un tavolo di vetro poggiato su una moto d'epoca con intorno vecchie sedie dei cinema restaurate. La piscina, la palestra e il piano con la consolle. E i dischi. E Colla, il cane di famiglia. Questo il contesto in cui mister Serse Cosmi ci racconta la sua storia, le sue passioni e i ricordi di una carriera spesa sui campi di calcio. Serse, come il fratello di Fausto Coppi, ci tiene a spiegare:
"Serse lo scelse mio padre, che era un appassionato maniacale del ciclismo. Dire che era un tifoso di Fausto Coppi forse è riduttivo, non rende merito all'ammirazione che aveva per questo grande sportivo. E infatti decise di chiamarmi come il fratello, Serse Coppi, che perse la vita in un incidente durante una gara". Suo padre era tifoso di Coppi. Lei ha un ciclista preferito? "Ero un grandissimo fan di Marco Pantani. Indubbiamente il migliore". Quindi ha ereditato la passione di suo padre, a quanto pare... "Da maggio in poi, quando chiudo col calcio, mi dedico esclusivamente al ciclismo. Mi piace seguire il Giro d'Italia e tutte le altre competizioni, senza esclusioni".

E al calcio invece come ci si è avvicinato? "Ho iniziato a giocare nella squadra del mio paese, Ponte San Giovanni. Non sono io che ho scoperto il calcio, e lui che è venuto da me. E' stata da subito la mia più grande passione. Ho iniziato per strada, i primi allenamenti li ho fatti a 7-8 anni".

Che carriera ha avuto mister Cosmi come calciatore? "Nel calcio giocato non sono mai arrivato in alto. Ho sempre girovagato per squadre per lo più dilettantistiche con la parentesi della Ternana nel '75-76. Ero un 10, e infatti la mia tesi a Coverciano l'ho intitolata 'Il Trequartista'".

Quando ha scoperto che la carriera da allenatore si confaceva meglio alle sue caratteristiche? "Io non ero partito con l'idea di allenare. Mi ero diplomato all'Isef e in più facevo l'istruttore di nuoto. Poi un bel giorno decisi di seguire quella che comunque era la mia passione e mi sedetti su una panchina. La prima squadra fu l'Ellera, ma mentre seguivo i ragazzi insegnavo anche alle scuole elementari".

Quando il salto verso categorie più importanti?"Quando sono andato al Pontevecchio, era la prima squadra vera che allenavo e in quell'esperienza vinsi anche due campionati".

Si dice che a quel tempo portasse la squadra a mangiare in un ristorante gestito da un mago... "Considerate che l'ambiente era molto familiare all'interno della squadra. Uno dei ragazzi conosceva questo ristorante in cui il vecchio proprietario faceva dei primi al tartufo fuori dal mondo, davvero eccezionali. Di stregoneria ci fu veramente poco, ma in effetti i nostri risultati cambiarono radicalmente perché vincemmo 10 partite consecutivamente e riuscimmo a salvarci dopo una serie di risultati sfortunati. Il ristoratore chiaramente entrò a far parte della rosa".

Quindi la grande occasione: la chiamata dell'Arezzo. "La squadra era in serie D e come presidente c'era Ciccio Graziani. Io mi misi a lavorare ed il progetto era molto ambizioso. Con me la squadra salì due categorie arrivando fino alla serie C1, fu un bel risultato. In Toscana rimasi 5 anni, e quello fu il periodo fondamentale in cui mi formai come allenatore".

Tanto che la notò Luciano Gaucci. Quali sensazioni provò quando dall'altra parte della cornetta sentì la voce del presidente? "Per me era un sogno che stava prendendo corpo. Tutto avrei pensato meno che potessi diventare un giorno l'allenatore della mia città... che soddisfazione, fu una gioia incredibile". Ma è davvero così difficile fare il profeta in patria? "Le responsabilità sono enormi, specialmente per chi come me sente particolarmente le situazioni in cui si trova. Una persona così si sente troppo partecipe delle vittorie e delle sconfitte. Detto questo fu senza ombra di dubbio un'esperienza meravigliosa".

Ci scatta la foto del momento più significativo? "Ne scelgo due: la vittoria di San Siro contro il Milan, quando vincemmo 1-2, e la vittoria dell'Intertoto con l'accesso alla Coppa Uefa". Quindi una nuova sfida lontano dalle sue terre: il Genoa di Preziosi."Ricevetti la chiamata del presidente, e l'idea mi intrigò da subito anche se ci voleva molto coraggio a ripartire dalla serie B dopo 4 anni in A. Io però credevo nel progetto e il Genoa credeva in me, tanto che firmai un contratto triennale".

Però il rapporto non arrivò alla conclusione naturale. Cosa successe? "Premetto che considero Genova una piazza incredibile per le motivazioni che riesce a trasmetterti. Questo lo sentivamo sul campo e infatti quell'anno giocammo benissimo arrivando a vincere il campionato e centrando la promozione in serie A. Poi però arrivò la retrocessione per i fatti che tutti conoscono e le nostre strade si divisero".

C'è del rammarico nelle sue parole... "Moltissimo. Mi sento dentro qualcosa di incompiuto. Ero entrato dentro lo spirito di quella città e di quella squadra... un giorno mi piacerebbe tornarci a lavorare".

Dopo la serie B, il salto europeo con l'Udinese. Emozioni particolari la musica della Champions? "Alt. A quell'epoca la musica della Champions non la facevano sentire prima delle gare dei preliminari, iniziavano solo dalla fase a gironi. Quindi per ascoltarla dal vivo dovevamo battere per forza la Sporting Lisbona. La prima volta che l'ho ascoltata mi è passato davanti agli occhi il film della mia vita".

L'urna di Nyon, però, non fu clemente nei vostri confronti... "Il girone era di ferro, trovammo il Werder Brema, il Panathinaikos ed il Barcellona di Ronaldinho e Eto'o. L'epilogo di quell'esperienza purtroppo fu amaro nonostante avessimo espresso un buon calcio e fatto risultati importanti. Uscimmo solo per la differenza reti e interrompemmo il sogno di approdare agli ottavi".

Ma il peggio doveva ancora venire. Perché il presidente Pozzo la esonerò? "Quel momento fu l'inizio della fine del mio rapporto con l'Udinese. Per me fu un duro colpo, tanto che la situazione sfociò nel primo esonero della carriera, anche se secondo me era stato perso un po' il senso della storia e degli obiettivi del club".

Insistiamo: detta così sembra un esonero immotivato. "Udine forse non era l'ambiente giusto per me. Arrivai dopo Spalletti e già questo era difficile. Per di più venivo da un ambiente caldo come quello di Genova, mentre a Udine sono professionisti seri ma con meno passionalità rispetto ai genoani. Fu un'esperienza vera, ma non avevo la condizione psicologica giusta per portare a termine il lavoro".

Poi un periodo di stop prima di approdare al Brescia. Che ricorda di quel campionato di serie B con la Juventus? "Intanto dico che successe una cosa molto strana, perché attorno al mio nome si creò un silenzio inquietante. Sembrava che nessuno all'improvviso apprezzasse più il mio lavoro. Poi dopo 13 mesi mi arrivò la chiamata del presidente Corioni. Facemmo un ottimo finale di stagione battendo anche la Juventus dominatrice del campionato. Arrivammo sesti ma quella stagione i play off non vennero disputati e noi restammo in serie B".

A Brescia arrivò il suo secondo esonero. "L'anno successivo perdemmo i play off, e nella stagione seguente io e la società facemmo un grave errore: io non ero convinto di restare, loro non erano convinti di tenermi. Risultato: esonero dopo appena 5 partite, per me fu come una morte professionale". Quindi Livorno. "L'inizio della fase delle situazioni disperate. Credevo che l'esperienza all'Ardenza potesse andare meglio, nonostante tutto mantenni una media il linea con quella della salvezza".

Fra le sue esperienze c'è anche quella recente di Palermo. Se la sente di fare qualche riflessione? "A Palermo arrivai con grande entusiasmo. Credevo di trovare un ambiente caldo e stimolante, che invece mi snobbò da subito. Ma la gente era innamorata di Delio Rossi, e io intuii subito questo sentimento. Tutto si concluse con l'epilogo farsa di Catania. Parlai tutta la mattina col presidente: lui voleva far giocare Pastore, io Miccoli. Visto questa discussione, la sconfitta e la piazza che voleva Rossi fui allontanato. Mi piace vederla come una vacanza pagata di 40 giorni a Mondello".

A Lecce ha trovato il calore che tanto cerca nella gente? "Dico solo che a Lecce ho ritrovato il gusto di allenare. I tifosi salentini sono il massimo, meglio di qualsiasi altra tifoseria. E poi giocatori, società e la gente erano al di sopra di tutto il resto d'Italia. La retrocessione fu figlia di molte situazioni, ma furono 6 mesi straordinari. Ringrazierò per sempre la gente di Lecce, mi sono rimasti nel cuore. E mi hanno regalato anche un quadro magnifico".

Chiudiamo col Siena. "La penalizzazione di inizio campionato era pesantissima. Sapevamo di dover fare tantissimi punti per salvarci, e soprattutto a livello psicologico questo è stato un bel macigno da sopportare. Se non ci fosse stata quella penalizzazione però probabilmente non avrei mai accettato l'incarico a Siena. Vi immaginate che impresa sarebbe stata salvarsi con 6 punti di penalizzazione?".

Anche con un'occhiata sommaria ci si può rendere conto che lei ha avuto a che fare con presidenti vulcanici. Ci disegna un profilo di ognuno di loro? "Un mio amico una volta mi ha definito un 'sofisticato collezionista di presidenti', ed aveva ragione. Diciamo che mi sono confrontato con presidenti che non facevano certamente annoiare. Il primo fu Gaucci: è molto diverso da come viene dipinto. Posso dire che è un uomo generoso sotto tutti i punti di vista. Poi Spinelli. Un tipo molto particolare, che come molti suoi colleghi a volte pensa di capirne più dell'allenatore. Zamparini invece è proprio ciò che mi avevano raccontato. Ha una sua idea di calcio molto particolare. Infine Preziosi: quando sono arrivato era molto ambizioso, voleva fare grande il Genoa. Forse ha seguito troppi consigli sbagliati di chi gravita attorno alla società".

Serse Cosmi il motivatore. Questa è sempre stata l'etichetta che le hanno appiccicato in fronte, o per meglio dire sul cappellino...
"Io riesco a fare il motivatore quando mi permettono di farlo, quando ho libertà di azione. Però ci tengo a precisare una cosa..." Prego. "Mi hanno classificato come un motivatore, ma non sono solo questo: in molte esperienze e con le giuste condizioni ho fatto giocare molto bene le mie squadre. Però ripeto: deve esserci il contesto giusto. Questo vale per me come per tutti gli altri tecnici del mondo". Fra i suoi metodi fece molto scalpore il film hard fatto vedere ad una sua squadra... "Questa cosa ci tengo a precisarla. Ero al Pontevecchio e l'ambiente era amichevole. Nella squadra giocavano 3 cugini di mia moglie e molti miei conoscenti. Venne fuori la proposta di vedere un film hard (e non porno) quasi per scherzo, era una cosa goliardica fra amici. Detto questo la squadra poi vinse, e visto che nel calcio la scaramanzia conta riproponemmo l'esperimento. Si era creata una complicità diversa, fu un modo molto utile per fare gruppo". E' risuccesso? "Venne fuori in Intertoto quando andammo in Olanda a giocare e dovetti subire il moralismo della stampa locale. Ma non era vero niente. Comunque a me piace avere un rapporto diretto con i ragazzi, ma nel calcio di oggi purtroppo è sempre più difficile".

Vuol dire che i calciatori sono cambiati? "Il calcio è cambiato, e i giocatori sono più diffidenti. Oggi un rapporto diretto è impensabile, ma secondo me è una perdita, perché il calcio non è solo quello che si vede in campo. La tattica ormai la possono spiegare tutti, ma è l'aspetto psicologico che fa la differenza".

La pensa come Mourinho, in parte. "Josè è un grande tecnico. Quelli che usano i suoi metodi e che vincono fanno sempre discutere, ma Mourinho è in assoluto uno dei migliori tecnici degli ultimi decenni".

Fra le altre cose lei è stato classificato anche come allenatore rude, un po' burbero... ricorda l'imitazione di Maurizio Crozza in cui minacciava Materazzi e Liverani, oltre che benzinai e dentisti di turno? "Come dimenticarlo. E' stata una cosa molto simpatica, con Maurizio da quel momento è nata anche una amicizia. Era un modo per sdrammatizzare la situazione molto simpatico, mentre adesso si fa più fatica. La satira è stata istituzionalizzata, penso ad esempio a Gene Gnocchi che per farla deve andare in studio alla Domenica Sportiva. Tornando a Crozza, la gente per strada mi ricorda ancora quelle scenette. In tante menti, purtroppo, è rimasto solo quel Cosmi. Io ho cercato di sdoganare queste credenze, ma non è stato facile".

Vuol dire che lei non è così "verace" come sembra? "Io in campo mi trasformo e vivo tutto con la massima passione. Mi lascio trasportare dalla partita, ma fuori sono una persona normale, quasi tranquilla". Allora restiamoci, fuori dal campo. Lei ha scritto un libro dal titolo "L'uomo del Fiume". Chi è questo personaggio? "Gli amici mi chiamano così perché sono cresciuto sulle rive del Tevere, ma in realtà era mio padre l'uomo del Fiume. Scrivere un libro mi sembrava una cosa strana, non ci avrei mai pensato perché credevo fosse presuntuoso. Poi mi è capitata l'opportunità e devo dire che è venuto meglio del previsto".

Nel suo salotto vediamo una consolle e molti dischi. Chi è il dj di casa? "Quella roba è tutta mia. La musica è una delle mie più grandi passioni. Ascolto di tutto, non ho un genere preferito". Un cantante però ce l'avrà..."Nasco ascoltando Gaber e De Andrè. Ma anche De Gregori e Vasco Rossi. Poi il jazz. E la musica house, come dimostra la mia consolle. Ah, dimenticavo... ascolto anche la musica immortale tipo quella dei Pink Floyd. Mi piace spaziare, insomma".

Non l'ascolta e basta a quanto pare. In quali occasioni indossa le cuffie e suona? "Quando mi va. Lo faccio spesso per far ballare gli amici quando organizziamo feste e ritrovi. Lo dico sorridendo, ma la musica house che faccio io non è quella che si trova nei locali italiani... è musica di qualità, da club di Miami oserei dire (il tutto detto con la massima simpatia, ndr). Mi hanno chiesto, specialmente a Lecce, di prendere parte ad alcune serate pubbliche ma ho sempre declinato gli inviti. Feste in casa per gli amici, dj Serse si ferma a questo". E a tavola come se la cava mister Cosmi? "Piuttosto bene direi. I miei piatti preferiti sono la pasta alla Gricia (l'antenata dell'Amatriciana, ndr) e i cappelletti di mia suocera. Proprio quelli intendo, gli altri non li considero così speciali". E' vero che da bambino era tifoso della Roma? "Verissimo. Avevo scelto la Roma perché forse mi sono sempre piaciute le squadre che vincevano poco! In realtà la squadra giallorossa rappresenta al meglio la città, e poi la maglia ha dei bei colori, no? Da allenatore l'ho affrontata molte volte e sono sempre stato in grado di far prevalere la professionalità. Anzi, ho spesso fatto ottimi risultati contro la Roma". Ultimamente sempre più spesso la parola calcio fa rima con razzismo: lei cosa pensa di questo fenomeno? "Il razzismo è una brutta bestia di per sé, e il calcio dà solo modo di esprimerlo. Alle spalle di chi fa certe cose però credo che ci sia una situazione un po' complessata. Alcune città hanno una cultura più chiusa di altre, ma io credo che vadano distinti i vari casi: se un giocatore è antipatico viene fischiato anche se è bianco. Comunque non credo che i provvedimenti presi fino ad oggi abbiano dato frutti accettabili". E l'omosessualità esiste negli spogliatoi di calcio? "Non deve essere un problema. Comunque sarei preoccupato se non ci fosse". Chiudiamo con un gioco: il top 11 allenato da Serse Cosmi. "Tutte le volte che lo faccio mi viene diverso. Partiamo con un 3-5-2. Dico Viviano; Di Loreto, Materazzi e Felipe; Ze Maria, Tedesco, Liverani, Baiocco, Grosso; Miccoli, Bazzani".

Serse Cosmi - fotografato per TMW Magazine © foto di Federico De Luca

Serse Cosmi - fotografato per TMW Magazine © foto di Federico De Luca


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