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Mauri, il preparatore di Ancelotti: "20 anni insieme, da Parma a Monaco"

31.12.2018 15:23 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 7564 volte
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport

Non sono nato ieri nel calcio, sono in questo mondo da 30 anni e, nella mia umile opinione, è il miglior preparatore al mondo”. Quando a Monaco di Baviera i tedeschi tentarono di addossargli le colpe della ricaduta di Neuer, Carlo Ancelotti difese così, pubblicamente, il suo storico collaboratore Giovanni Mauri. Hanno lavorato insieme oltre vent’anni, vincendo tutto quello che c’era da vincere e facendo rendere al massimo una lista di campioni sterminata, da brividi, grazie a un metodo di lavoro perfezionato di anno in anno, che si è evoluto insieme al calcio stesso. A Napoli si sono “separati” per la prima volta dal 2001, anche se nello staff di Carletto un Mauri c’è ancora: è Francesco, classe ‘88, suo figlio. “Sostanzialmente, però, la mia collaborazione con Carlo continua”, confessa Giovanni a Tuttonapoli, che saluta il 2018 con una lunga intervista ripercorrendo la sua straordinaria carriera e, quindi, quella dell’attuale mister azzurro.

Com’è nato il sodalizio con Ancelotti? “Ci siamo conosciuti a Parma nel 1996, da lì in poi abbiamo lavorato insieme per vent’anni. Non l’ho seguito soltanto nella sua esperienza alla Juventus: ci ritrovammo al Milan”.

Otto stagioni indimenticabili. Il ricordo più bello? “La prima Champions, senza dubbio”.

Di fronte c’era proprio la Juventus, i cui tifosi non hanno mai stimato Carlo. “Credo che la loro antipatia sia nata durante un Juve-Parma. L’arbitro era Collina, vincevamo 1-0 e lui assegnò un rigore che ci parve molto dubbio. Carlo fu allontanato e nel post-gara dichiarò che per vincere contro la Juve bisognava batterla anche fuori dal campo. Credo sia stata la causa scatenante di questo lungo astio”.

Fu difficile, dopo tanti anni in Italia, adattarsi all’Inghilterra e alle esigenze del Chelsea? “Esperienza nuova, ma il calcio è uguale dappertutto: cambiano le forme, però i gesti sono sempre gli stessi. Avevamo una squadra fatta di campioni, gestita bene, che ha portato a casa grandi successi”.

Nel 2012 l’approdo al PSG, il cui nuovo progetto era ancora in fase embrionale. “In quel club abbiamo costruito tutta la filosofia e la metodologia di lavoro. Era una società che stava rinascendo per entrare nell’ottica dei grandi: ci aiutò tantissimo Nick Broad, collaboratore straordinario che ci seguì dopo l’avventura al Chelsea, di cui abbiamo un ricordo magnifico (morì in un incidente stradale a Parigi nel 2013, ndr). Alcuni dei nostri preparatori sono rimasti lì, sapevamo che la macchina fosse ben oliata ed eravamo convinti che, col tempo, sarebbero arrivati i risultati. Così è stato”.

Dopo Parigi, la splendida missione madridista con la leggendaria Décima.“E non solo quella, vincemmo anche la Coppa del Re, una Supercoppa, un Mondiale… Il ricordo è bellissimo, nonostante il finale. Passai da essere definito ‘genio oculto’ a ‘el nominado’, ma solo per motivi dirigenziali. Nonostante questo, per me fu il momento più soddisfacente della carriera. Peccato sia finito in quel modo, avremmo potuto continuare a vincere ancora parecchio, come ha fatto poi il mio amico Zidane”.

Ancora oggi a Madrid si chiedono il motivo di quell’incomprensibile esonero. “Dicevano che la sconfitta contro la Juventus fosse colpa della nostra preparazione atletica, la definivano ‘blanda’. Noi sappiamo bene cosa c’era dietro… In quell’anno stavamo andando fortissimo, raggiungemmo il record di vittorie consecutive del club, ben 23. Penso che questo dica tutto”.

Lì conobbe Modric, uno dei tanti Palloni d’Oro con cui ha lavorato. “Quest’anno lo meritava, così come tanti altri giocatori che non l’hanno mai ricevuto. Si premia sempre il bomber, il realizzatore… Uno degli scandali di questo premio è che Paolo Maldini non l’abbia mai vinto, per esempio”.

Dovesse fare un podio dei suoi calciatori più forti, chi sceglierebbe? “Dissi che Cristiano era senza dubbio il più potente con cui ho lavorato, ha dei picchi superiori agli altri, ma se dovessi scegliere un podio farei dei torti a lasciar fuori qualcuno. Preferisco fare un solo nome, proprio quello di Paolo Maldini. Professionalità, serietà, qualità: è il mio Pallone d’Oro ideale. Non a caso, ha giocato fino a 41 anni”.

La sua ultima esperienza fu quella al Bayern, finita malissimo. “Pensavamo di trovare una mentalità aperta, la trovammo chiusa. Immaginavamo condivisione e collaborazione, invece c’era un sistema verticistico nel quale i collaboratori tedeschi volevano essere comandati. La democrazia, il lavorare insieme, per loro significava che tu non fossi valido. Arrivammo, inoltre, in un momento di poca chiarezza societaria: Hoeness usciva da una situazione giudiziaria particolare, noi avemmo soprattutto rapporti con Rumenigge, che in quel momento sembrava il deus ex machina del club. Purtroppo, non decollarono”.

Anche lì arrivò l’accusa di far lavorare poco la squadra. “Non voglio far nomi, ma alcuni collaboratori tedeschi erano legati ancora a una tradizione di lavoro nella quale i volumi sono fondamentali a discapito della qualità. Per loro è importante lavorare tanto, per noi è importante farlo bene”.

È vero che i giocatori iniziarono a remarvi contro? “I calciatori sono stati condizionati, ovviamente. Quando abbiamo perso a Parigi hanno fatto di tutto per liberarsi di noi, ma anche io sono stato giocatore, so bene come funzionano certe cose. Poi a Monaco passarono tutta la stagione a darci contro, anche se non c’eravamo più: a distanza di mesi dal nostro addio, continuavano ad addossarci le colpe degli infortuni, ma non c’entravamo nulla”.

Contrasti che stonano con il vostro straordinario percorso. “Senza dubbio, in tutti i posti nei quali siamo stat, i i calciatori e i dirigenti ci hanno voluto bene e ancora oggi siamo sempre felici di ritrovarci. Abbiamo avuto ottimi rapporti anche con personaggi dal carattere fortissimo come Ibrahimovic, per esempio, figuriamoci...”.

Ci spieghi qual è la vostra filosofia di lavoro. “Il discorso è semplice: il calciatore ha quasi raddoppiato i suoi impegni, quelli di grande livello hanno una calendarizzazione agonistica esagerata. Gli stress da gara sono altissimi e alla lunga, determinano infortuni. Aumentando le intensità di lavoro e riducendo i volumi riusciamo a creare le condizioni ideali per una prestazione di alto livello che duri nel tempo”.

Troppa acqua ammazza le piante, vi disse Cristiano Ronaldo. “Esatto, perché ridurre i tempi di lavoro non significa lavorare meno. Il decadimento cognitivo, leggendo un libro da seduti, avviene dopo 40 minuti. Provi a pensare cosa accade se io, oltre a pensare una tattica, sono anche in movimento. Dopo 30 minuti al massimo inizia il decadimento cognitivo e, siccome nessun muscolo può funzionare bene senza cervello, a livello muscolare e articolare vado in allarme e sono soggetto a un potenziale infortunio. Poi magari non avviene, ma spesso si sommano microtraumi che alla lunga causano danni enormi”.

Quando avete scelto questa metodologia? “Abbiamo iniziato a lavorare verso questa direzione da Londra. Già da Parma, in realtà, avevamo dei mezzi innovativi rispetto alle altre squadre: lavoravamo nella sabbia, in salita… Col tempo abbiamo ridotto sempre di più il lavoro senza palla, aumentando a dismisura quello con l’attrezzo”.

Suo figlio spiegò l’importanza dell’abolizione della ‘corsa lenta’, un classico per qualsiasi calciatore. “Sì, abbiamo eliminato tutta quella parte del lavoro che era ormai diventata una tradizione, una ritualità agonistica. Con questo tipo di metodologia abbiamo ulteriormente abbassato il numero di infortuni. La schiena dei calciatori, in molti casi, è rovinata: provi a immaginare i traumi alle articolazioni che possono causare 40 minuti di corsa lenta, ogni settimana, per un calciatore con la struttura fisica di Ibrahimovic. Bisogna compensare la potenza aerobica attraverso altri mezzi: nel caso di Zlatan, utilizzammo la boxe, che a lui piaceva tanto”.

Negli ultimi anni sono sempre più frequenti infortuni gravissimi alle ginocchia. Da cosa dipende? “I motivi sono molteplici. Innanzitutto, la calzatura del calciatore è ‘ignorante’, anche se negli ultimi anni è migliorata molto, necessita ulteriore studio sui suoi tacchetti, sulle suole. Rivedo quelle che utilizzavo io quando giocavo in Serie C e mi rendo conto dei rischi che correvamo. Nella casistica del crociato subentrano le scarpe, i terreni, i disequilibri muscolari, le cattive flessibilità articolari… So di cosa parlo perché io stesso, nel 1980, durante una partita di Coppa Italia mi infortunai al menisco interno, al collaterale mediale e al crociato anteriore. La mia carriera durò poco, in seguito: non c’erano le tecniche sviluppate oggi, grazie alle quali un calciatore può tornare in campo dopo 7-8 mesi”.

Anche meno, ormai c’è la moda dei cosiddetti ‘recuperi lampo’. “Alla quale sono assolutamente contrario. Deve essere il ginocchio a dirti quando ricominciare. C’è questa moda, invece, che fa iniziare la riabilitazione a tre giorni dall’operazione. Un calciatore per recuperare non il prima possibile, ma il meglio possibile, deve farlo con calma, aspettare che sia il suo ginocchio a ‘parlargli’. Il nostro staff è stato l’unico a mettere in campo un giocatore di 41 anni e uno di 40, Paolo Maldini e Alessandro Costacurta: un risultato possibile solo con una struttura pulita. Accelerare i tempi magari ti riporta rapidamente a disposizione, ma col tempo causa dei processi artrosici inibenti la perfomance. Ci sono calciatori che a 30 anni hanno ginocchia da ottantenni”.

Impossibile non chiederle un’opinione sul recupero di Milik e Ghoulam. “La gestione è stata intelligente, senza dubbio. I due giocatori stanno ritrovando le tematiche agonistiche che avevano prima degli infortuni. Ma sono in ottime mani: lo staff di Ancelotti, è tra i migliori d’Europa se non il migliore in assoluto”.

Leggendo i libri di Ancelotti, si ha la sensazione che, a parte quello al Milan, ogni addio successivo lo abbia ferito. Al Bayern diceva di voler aprire il ciclo di successi più lungo della sua vita. “Carlo, come tutti quelli che svolgono la loro professione con passione, si affeziona alle persone con le quali lavora. Anche io sono come lui: al Milan ci siamo resi conto che più stai insieme a una squadra, più è facile lavorare. Conosci meglio gli atleti, gli uomini che ti circondano: è un discorso d’empatia”.

Quindi i napoletani devono aspettarsi un‘era Ancelotti molto lunga? “Penso proprio di sì. Sento Carlo contento sia di società e squadra, che di città e pubblico. Ci sono le basi per un progetto lungo ma, ovviamente, nel calcio dipende tutto dai risultati”.

Si aspettava la chiamata di De Laurentiis e il ‘sì’ di Carlo? “Arrivò nel momento giusto. Avevamo tutti voglia di tornare in Italia, anche io ero abbastanza stufo di stare all’estero. In realtà, io ero proprio stufo di continuare...”

Per questo il suo nome non figura nello staff partenopeo? “La somma di tante piccole cose ha portato a questa scelta, che è stata di gradimento completo. Tanto la mia collaborazione con Carlo, anche se non c’è più formalmente, dal punto di vista sostanziale prosegue. Poi, lì c’è mio figlio”.

Cosa le sta piacendo del nuovo Napoli? “Mi è piaciuto globalmente, ritengo che abbia un’ottima rosa. E attendo con grande curiosità la carriera di Meret: per me il club ha fatto un grandissimo investimento con lui”.

Si aspettava un adattamento così rapido e prolifico? “Carlo capisce di tattica e di uomini. È partito giocando sulla falsariga di Sarri, poi ha messo a posto le sue coordinate”.

Ecco, a proposito di coordinate: ci aiuta a orientarci per indovinare qualche formazione? Da quando c’è lui, non ne becchiamo una. “Posso dirti solo che bisogna ragionare per reparti, di uno in uno (ride, ndr). Se gioca un certo centrale o un certo terzino, condizionerà anche le altre scelte… Carlo non è uno sprovveduto, non mette in campo la squadra più scarsa o più forte. Sceglie quella che gli dà affidamento, e se avete difficoltà a beccare i suoi 11 vuol dire che la rosa è competitiva in toto”.

Dove può arrivare il suo Napoli? “Non ci sono limiti ai sogni. La rosa è competitiva, la società è seria, i supporters sono caldi, la città è meravigliosa: c’è tutto. La sfortuna di quest’anno è stata la Champions, tutti gli episodi sono girati male…”.

A partire dal sorteggio. “Ti dirò, quando è uscito il sorteggio ero convinto che si passasse il turno. E come me, lo erano anche mio figlio, Carlo e Davide, al di là delle dichiarazioni”.

Ma era il peggior girone possibile! “Noi, però, sapevamo bene come lavorano sia Klopp che Tuchel. Secondo lei, invertendo gli allenatori e mettendo Ancelotti al Liverpool o al PSG, questi club si sarebbero qualificati all’ultima giornata? Le dico di no, che lo avrebbero fatto con 13, 14 punti”.

Ora però c’è l’Europa League, competizione che il club azzurro può puntare a vincere. “Ma questa squadra poteva vincere anche la Champions. Con un po’ di fortuna nel sorteggio agli ottavi, magari potevi ritrovarti ai quarti e da lì in poi accade di tutto. Abbiamo giocato quattro finali, sappiamo cosa vuol dire: ho fatto 123 partite di Champions, Carlo sarà a 140, 150. Una volta che parte, Ancelotti è difficile da fermare. Uscire, a causa di episodi anche casuali, è stato un peccato. Certo, l’Europa League è un obiettivo stimolante sia per lui che per la società. È una competizione molto importante, vedremo lo stesso Napoli agguerrito che ha dato battaglia a Liverpool e PSG”.

Per lo scudetto, almeno quest’anno, il discorso sembra chiuso. “Non è detto, a volte basta poco. Una squalifica, un infortunio… Una cosa è certa: se la Juve non avesse Cristiano, il Napoli le sarebbe molto più vicino”.

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