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Calcio2000

Saudati: "Nel Milan ammiravo Lentini, il mio idolo era Vialli"

Il 10 Gennaio esce il nuovo numero di Calcio2000
01.01.2018 11:14 di Chiara Biondini  Twitter:    articolo letto 4576 volte
Fonte: N.231 Calcio2000 intervista di Stefano Borgi
© foto di Federico De Luca

Detesta i procuratori, non vuol fare l'allenatore, si arrabbia se vede un suo allievo col telefonino. Questo è Luca Saudati, gol d'autore e più di 25 tatuaggi.

"Quando il pallone si sgonfia, rimane la persona. Se hai avuto atteggiamenti positivi, vai avanti. Agli altri, invece, andrebbe ricordato che dopo il calcio c'è la vita, la vita vera. E quella non perdona”. Luca Saudati non le manda a dire, anzi... Sui procuratori, ad esempio: “Loro sono la rovina del calcio – accusa. Più a livello giovanile che a livello professionistico. Sono veramente deleteri. Io dal 2005 ho scelto di stare senza procuratore e mi sono trovato benissimo. Nel 2007, dopo un'ottima annata con l'Empoli (14 reti in 34 partite, qualificazione in coppa Uefa ndr.) ebbi diverse offerte da squadre importanti. Invece rimasi ad Empoli, perché era la mia dimensione. Avevo già moglie e due bambine, presi la mia decisione in completa autonomia”. Infine l'ultima stilettata: “Del calcio rimpiango solo lo stipendio. Certo ho vissuto momenti bellissimi, ma quando ho smesso ero saturo fisicamente... ed anche mentalmente. Non faceva più per me”. Insomma, l'ex giocatore di Milan, Empoli e Atalanta,Luca Saudati in quattro e quattr'otto sgonfia il pallone, e non intende rigonfiarlo, come ha raccontato in una lunga intervista nel numero di Calcio2000 uscito a Novembre.

Torniamo allora a quei momenti bellissimi. L'esordio in Serie A...
“Come dimenticarlo? Verona-Milan del 26 gennaio 1997, entrai al 79' al posto di Dugarry. Perdevamo 3-0, ma non mi importava più di tanto. Esordivo in Serie A con la maglia del mio Milan, con Sacchi allenatore, e mi vennero in mente i pomeriggi passati a San Siro con mio padre e mio fratello. Ovviamente milanisti”.
Chi sono stati i sui idoli?
“Ricordo le prime finali di Champions, ricordo il trio olandese: Gullit, Van Basten e Rijkaard. Però se devo dire il mio vero idolo, extra Milan, dico Gianluca Vialli. In maglia rossonera ci sentivo per Gianluigi Lentini. Secondo me gli somigliavo, ma che vuole... sono pensieri di un ragazzino”.
E quel ragazzino come andava a scuola?
“Ho fatto appena le medie, e due anni di operatore d'ufficio in una scuola semplicissima. Lasciamo perdere. Se non avessi fatto il calciatore avrei fatto il meccanico nell'officina di mio cugino. Vede, la mia era una famiglia umile ed i sacrifici dei miei genitori sono stati di grande insegnamento. Per questo ho messo grande impegno nel diventare calciatore. Volevo arrivare a tutti i costi, vedevo che me la cavavo e questo mi spingeva a dare il 110%. Oggi vedo questi ragazzini con telefonini da 1000 euro, perdono un po' la fame. Peccato...”
Il suo primo provino...
“Non so se dirglielo, è una cosa un po' particolare...La mia prima squadra fu la Pejo, ex Lorenteggio, e mi selezionò l'Inter per un provino. Capirà, io milanista fino al midollo, ci andai... ma non ero convinto. Insomma, per fortuna il provino non andò bene e non mi presero”.
Per fortuna?
“Certo, anche perché l'anno dopo ebbi l'occasione di fare un altro provino, stavolta col Milan. E fu un trionfo. Feci tre gol da centravanti vero ed arrivò la lettera di convocazione. Una gioia infinita”.
Dal '97 al '99 cambia quattro squadre: Lugano, Monza, Lecco e Como. Un tempo lo chiamavano 'farsi le ossa'...
“Fu importante sopratutto l'anno di Como in serie C. Segnai 11 gol e perdemmo i play-off contro la Pistoiese. Poi nel 1999 un grande anno ad Empoli con Silvio Baldini allenatore: 14 gol in 28 partite e la grande occasione in Serie A col Perugia di Serse Cosmi. Era il 2000-2001, feci 7 gol (uno anche al Milan dove non esultò ndr.) di contro un finale di stagione con qualche problema fisico”.
Ormai di lei si erano accorti in parecchi, soprattutto l'Atalanta di Ivan Ruggeri.
“Quell'anno l'Atalanta fece grandi investimenti: pagò il mio cartellino 18 miliardi, poi c'erano Rossini e Comandini, insomma... un attacco niente male. Ma le cose non andarono bene, a Bergamo non mi ambientai. Soprattutto non sopportavo la commistione obbligata con i tifosi: molti se l'andavano a cercare per avere la tranquillità quotidiana, in primis l'allenatore Vavassori. Quello fu il primo anno nel quale ebbi difficoltà nei rapporti umani, lo soffrii molto”.

Non quanto l'infortunio con Peruzzi in quell'Empoli-Lazio...
“Fu l'anno dopo, il 3 novembre 2002. Frattura di tibia e perone e due anni fermo. Per un calciatore fisico come me, che gli piaceva correre, pressare, attaccare la profondità, fu un colpo durissimo. Prima fisicamente ma anche mentalmente. Dopo cambiai il mio modo di giocare, ero meno incisivo come attaccante, venivo più incontro alla palla... Insomma, dopo tre operazioni non fu più come prima”.

Torniamo ai momenti belli: la coppa Uefa ad Empoli.

“Stagione 2006-2007, certamente la più bella della mia carriera. L'ho detto, giocavo diversamente, rientravo a cercare il pallone, realizzai anche diversi gol da fuori area. Alla fine furono 14 in 34 partite, raggiungemmo i quarti di Coppa Italia, sopratutto ci qualificammo per la coppa Uefa. Il punto più alto nella storia della società empolese”.
Che però durò poco...
“Lo spazio di due partite. Giocammo il preliminare contro lo Zurigo: 2-1 in casa e sconfitta per 3-0 fuori. Fummo subito eliminati. Un vero peccato, la società gestì male quell'evento: in Svizzera andammo con le mogli, deconcentrati, sembrava una scampagnata. E alla fine la pagammo cara. Peccato perché eravamo un gruppo unito, giovani emergenti come Marchisio, Antonini, Abate, un allenatore esperto come Cagni. Bastava un po' di attenzione in più...”
A quel punto aveva 30 anni, pochi per il calcio moderno. Però?
“Però, come ho detto precedentemente, cominciavo ad essere saturo. I due anni di inattività cominciarono a farsi sentire, avevo la pubalgia, una stanchezza fisica e mentale. Feci altre due stagioni ad Empoli, poi l'ultima allo Spezia richiamato dal mio ex-compagno di squadra Alessandro Pane. Ma anche lì, due stiramenti in poco tempo e la decisione di smettere. A soli 32 anni”.
A questo punto nasce il Saudati imprenditore.
“Ho investito nel settore edile, come fanno molti calciatori. Se invece si riferisce al ristorante in società con Flachi, le dico che fu un caso. Rimasi coinvolto nell'operazione, speravo che il nome di Flachi facesse da traino (il ristorante si chiamava Flet e sorgeva in San Frediano, quartiere tipico fiorentino ndr.) e invece... Aprimmo il 1° maggio e già ad agosto io e Francesco non ci parlavamo. Eravamo persone totalmente diverse. Comunque fu un'esperienza, negativa ma formativa. Servono anche quelle...”
Ben diversa la storia della scuola calcio.
“Assolutamente. Ho da poco acquistato la Floria 2000, società dilettantistica fiorentina. Tutti i pomeriggi mi dedico alla cura del settore giovanile. Diamo ai ragazzi le prime regole a livello comportamentale, di rispetto, educative. Prima sei istruttore mentale, poi allenatore. Si va dai “piccoli amici” del 2012 fino ad arrivare agli “allievi ad elite” del 2001. In più stiamo sviluppando un progetto con dei ragazzi cinesi della Mongolia, verranno giù per sei mesi per migliorare il loro livello tecnico. Futuro da allenatore? No, non credo. Chi vuole allenare deve portare soldi, sponsorizzazioni, non c'è meritocrazia... Non è un ambiente che fa per me”.
Chiudiamo con un tema a sorpresa: i tatuaggi. Si dice ne abbia più di 25...
“No va beh, che c'entra? (pausa... poi ride ndr.) Si lo ammetto, ad un certo punto mi sono fatto prendere la mano, ma non li ho mai contati. Cominciai un po' per gioco, mi piacevano quei simboli, ma senza dare loro un significato. A parte il nome di mia moglie e dei miei tre figli”.
A proposito, la famiglia come sta?

“I miei figli, due femmine ed un maschio, vivono ad Empoli. Se spero che Emanuele diventi un calciatore? No, ha solo tre anni e poi farà quello che vuole. Non sarò uno di quei genitori che impone il futuro ai propri figli. Arrivo a dire che se vorrà fare danza... farà danza. Nessun problema”.
Ci levi una curiosità, e se un giorno vedesse uno dei suoi allievi con un tatuaggio? Si arrabbierebbe?
“No, mi arrabbierei di più se avesse un pacchetto di sigarette in mano. Li mi arrabbierei davvero...”


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