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Editoriale

Credere che un uomo solo potesse internazionalizzare il Napoli, è stato un atto altamente provinciale

07.06.2015 00.00 di Raffaele Auriemma   articolo letto 43102 volte
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews

La Juventus con Buffon, Bonucci, Barzagli, Chiellini, Pirlo, Marchisio, Sturaro, Padoin; la Lazio con Marchetti, Parolo, Cataldi, Mauri, Candreva; la Roma con De Sanctis, Astori, De Rossi, Florenzi, Totti. Non è un caso se l'ossatura delle prime tre squadre del campionato di serie A sia composta prevalentemente da calciatori italiani, quelli che hanno tenuto il gruppo solido nei momenti difficili e ne hanno guidato la riscossa quando si è trattato di schiacciare il piede sull'acceleratore. Probabilmente ragioni economiche legate alla consegna delle fideiussioni all'atto dell'acquisto hanno consigliato alcuni presidenti di prendere la strada estera, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. A cominciare dal Napoli: in un biennio 135 milioni spesi in cartellini, un monte ingaggi da 70 milioni (netti) a stagione, senza raggiungere la Champions che avrebbe portato 80 milioni di euro nelle casse del Napoli. La Coppa Italia e la Supercoppa non possono di certo bastare per considerare sufficiente la gestione Benitez, pesata sul bilancio del Napoli per un ammontare di 20 milioni nel biennio, compreso gli stipendi dei suoi collaboratori. L'idea di rendere grande il Napoli con l'ingaggio di un tecnico dal nome altisonante è stato un errore del quale De Laurentiis ha preso coscienza con colpevole ritardo e adesso lo costringe ad un'opera di ricostruzione con l'utilizzo di gente di sostanza piuttosto che da personaggi celebrati dai risultati ottenuti altrove. Pensare che il Napoli potesse essere internazionalizzato con l'arrivo di Benitez è stato un flop, anzi, un atto altamente provinciale e per nulla rispettoso di ciò che l'Italia ha sempre prodotto in termini di calcio, quello puro e non condizionato dalle ricchezze portate da sceicchi e zar. E poi, quali e quanti spagnoli hanno fatto la differenza in serie A? Si contano sulle dita di una mano e lo stesso Benitez ha dovuto abbandonare la nostra realtà rapidamente, per assenza di risultati concreti: le piccole squadre sono andate a nozze tutte le volte che dovevano sfidare il Napoli. Di contro, ci sono due tecnici italiani, Capello e Ancelotti, che hanno lasciato il segno nella Liga. A me non dispiace che Emery abbia rifiutato il ricco contratto propostogli da De Laurentiis, si rischiava un altro buco nell'acqua, con un altro coach che avrebbe chiesto tanto e, forse, ottenuto poco. Ora De Laurentiis ha voluto sparigliare tutto con l'arrivo di un allenatore poco avvezzo ai palcoscenici internazionali, ma con quella fame da lupo che serve adesso che bisogn muoversi sulle macerie lasciate dall'ultima gestione tecnica. Il desiderio di rivedere un Napoli combattivo, tenace, mai domo e con quella dote tecnica che caratterizza le squadre di Sarri, è forte, anche se azzardato. Sì, De Laurentiis sta correndo un rischio, in effetti calcolato, perché con l'organico attuale difficilmente si potrebbe fare peggio del quinto posto. Dipenderà anche dalla capacità dei tifosi nell'accettare il cambiamento e pensare che il passo indietro era stato fatto investendo ingenti risorse per un allenatore che in due anni le ha sperperate tutte. Il Napoli internazionale va creato con i calciatori italiani e non cercandola nello straniero che troppo spesso porta con sè il forziere, ma senza i gioielli al suo interno.

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