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Editoriale

Dal contatto Iuliano-Ronaldo e le parole di Ceccarini fino alle polemiche su Allegri, il triste derbqy di Milano e il ko Juve col Real. Tutto collegato ed è sempre la stessa vecchia storia

Nato a Firenze nel 1985, è caporedattore di Tuttomercatoweb.com e speaker di RMC SPORT. Già firma de Il Messaggero e de La Nazione, è stato voce e conduttore per Radio Sportiva.
08.04.2018 07:37 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 27395 volte
© foto di Image Sport

Nei giorni in cui la Juventus tracolla contro il Real Madrid e la Roma fa lo stesso contro il Barcellona, ci ritroviamo ancora a discutere del fallo o non fallo tra Mark Iuliano e Ronaldo. Delle parole dell'arbitro Piero Ceccarini, delle reazioni di Luigi Simoni e di tutti gli altri protagonisti di qualcosa che accade vent'anni fa. E non è giusto per sentirci tutti un po' più vecchi, o meno giovani. E' purtroppo perché non riusciamo a metter da parte il passato, a posare le asce, a scordare viceversa gli antichi fasti, che non riusciamo ad andare avanti. Figuriamoci se citiamo la parola Calciopoli: apriti cielo e dischiudetevi inferi.

Il punto è che le ferite non si rimarginano solo in chi non ha la forza per curarsele. Il punto è che celebriamo un derby di Milano in prima pagina, dedicandogli pagine e speciali, titoli e aperture, perché riguarda due squadre che hanno ampio bacino d'utenza e perché c'è comunque attenzione ma in pochi hanno saputo sottolineare che era un derbino, una partita che non aveva neppure l'ombra della gloria che fu. Inter e Milan, tra spending review e nubi societarie, l'una aggrappata all'obiettivo Champions e l'altra che dai proclami d'estate ha cambiato allenatore e che carica il peso di un attacco che doveva mirare in altissimo e che ora mira all'Europa League, dalla quale è peraltro anche fuori, su quello che doveva essere il terzo attaccante d'estate.

Il punto è che il tifoso italiano, a ogni latitudine, non s'accorge della dimensione attuale della sua piazza e, allargando il cerchio, della nazione calcistica in cui vive. Prendete la Juventus: il fatturato e gli investimenti sono ben al di sotto rispetto a quelli delle colossali industrie pallonare europee. Due finali Champions negli ultimi tre anni sono dei miracoli, vincere per sei anni di fila il titolo non è sintomo solo di maggior forza economica ma anche di progetto. In breve, si può dire che in Europa la Juventus è riuscita quasi a fare quel che in Italia nessuno si avvicina da anni a raggiungere. Eppure Massimiliano Allegri è sulla graticola, eppure Paulo Dybala un giorno è Messi e uno è Esnaider. Manca equilibrio, se non si realizza che il Real Madrid ha uno stipendio medio annuo di 6,6 milioni di euro per calciatore e che Cristiano Ronaldo ne guadagna come Higuain, Dybala, Douglas Costa e Buffon messi insieme o che Modric guadagna come Khedira, Matuidi e Pjanic sommati l'uno con l'altro. Allegri ha sbagliato probabilmente la formazione all'Allianz Stadium ma era senza Rugani e Pjanic. Zidane li aveva tutti e in panchina poteva contare su Bale che guadagna 15 milioni all'anno, il doppio di Higuain.

La Juventus aprirà un nuovo ciclo, lo faranno presto tutte le altre ma le vittorie, quando, se e come arriveranno, saranno episodiche a grandissimi livelli. Perché i Paul Pogba vanno dalla Juventus al Manchester United e non più viceversa. Perché sarà sempre il Real Madrid a cercare Mauro Icardi e non il contrario, non l'Inter. Suning e la nuova guida cinese del Milan ci avevano regalato un bagliore di grandeur, subito scontratasi con la realtà degli investimenti e delle proprietà o future tali. James Pallotta ci ha provato, ma il sogno americano si è infranto con la burocrazia dello Stadio, con una realtà che è ben diversa dallo sport-business a cui è abituato negli Stati Uniti. Così discutere di vittoria Champions, oggi, è assurdo e sbagliato per tutti. Chi ci arriverà, a quelle finali, come ha fatto la Juventus, è solo perché sarà in grado di fare un miracolo, un'impresa, ma non più da favorita, non più perché avrà delle basi concrete.

Non ci sarà da stupirsi se Allegri, che pur pare destinato a un altro anno in bianconero, deciderà di provarci laddove c'è terreno fertile per farlo e come lui Sarri. E' questo l'assunto da cui ripartire. Come tornare ad averle, quelle basi concrete, affinché ai grandi allenatori italiani, loro come Conte, Ancelotti e Mancini (che per inciso pare il nome destinato a guidare l'Italia che verrà) non abbiano più l'ardire e l'ambire di allenare altrove ma di farlo in Serie A perché è la terra migliore per farlo. Non serve più, per tornare lassù, vivere d'espedienti e di speranze. Non più solo con l'acume tattico dei Sacchi ieri e dei Sarri oggi. Non basta, non nel 2018. C'era un tempo, semmai, in cui quella dottrina tattica italiana era forse abbastanza. Solo che era almeno vent'anni fa e ci saremmo stancati di riascoltare antichi nastri, rilucidati, dove si discute di un campionato polveroso. Dove ci si aggrappa ancora alla polemica che fu, senza capire che il terreno sotto ai piedi, oggi, si fa sempre meno solido.


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