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Gagliardini-Caldara, una simpatica zuffa a suon di milioni. Le spallucce di Montella, le spallucce del Milan. La Champions della Juve passa da Dybala

14.01.2017 00.00 di Mauro Suma   articolo letto 24435 volte

Una volta si cantava vengo anch'io no tu no. Oggi si canticchia all'avversario l'hai pagato di più tu, no invece tu. Non sappiamo chi si contenterà, ma certamente chi gode è l'Atalanta. Visto che il motivo del contendere è chi ha speso di più fra Inter e Juventus, fra Gagliardini e Caldara, su un punto non c'è il minimo dubbio: ha incassato tutto e solo proprio il Club bergamasco. Che, nella storia, ha avuto il merito di sfornare Donadoni e Bonaventura, Pazzini e Montolivo, Morfeo e Ganz, giocatori cioè risolti, compiuti, definiti, per lo più Nazionali. Ma dallo stesso vivaio sono usciti anche Donati e Zenoni, Lazzari e Dalla Bona, Peluso e Padoin, Rossini e Cigarini, giocatori cioè rispettabilissimi ma senza i picchi di rendimento che giustificherebbero gli investimenti appena fatti per Caldara e Gagliardini. Fra i quali c'è già una differenza: sul piano mediatico, non certo da parte interista, c'è stato chi ha giustificato l'esborso per Caldara, salvo poi un minuto dopo criticare quello per Gagliardini. Sul piano dei giocatori, invece, Caldara ha mosso i primi passi in silenzio, anche perchè sbarcherà a Torino fra un anno e mezzo, mentre sul neo-interista è partita una grancassa mica male. I giovani meritano sempre incoraggiamenti, e questo vale assolutamente anche per Gagliardini. Quello che lascia abbastanza di stucco, non da parte sua, ma dai propri ambienti mediatici, è la ricerca del paragone con Manuel Locatelli. Che ha tre anni di meno, che ha sempre e solo giocato nel Milan e che si è preso anzitempo grosse responsabilità. Ognuno faccia la sua strada e a medio termine si tireranno le somme. Dice, Juventus e Inter imitano il Milan nella politica dei giovani italiani. Non tanto, da Donnarumma a Calabria, da De Sciglio a Locatelli, con la sola eccezione di Romagnoli, il Milan i suoi giovani se li alleva per lo più in casa, non ha come regola quella di acquistarli a suon di 20-25 milioni cadauno.

Ogni volta che il Milan vince una partita, parte una Guantanamera niente male. Dallo stile di Lapadula all'infortunio di Alex Sandro, dai gol nel secondo tempo (notoriamente valgono solo nei primi tempi, i gol, nel calcio) al Torino che si suicida, la nenia non cambia mai. Il Milan non ha mai meriti, eppure se avesse giocato e magari vinto a Bologna sarebbe terzo, eppure è nei Quarti di finale di Coppa Italia dopo aver eliminato il Torino (un anno fa negli Ottavi il Milan vinse a Genova contro la Samp), eppure ha vinto la Supercoppa di Lega. E l'ostentazione della minimizzazione, con il quale il gruppo di Montella ha imparato a convivere e che soprattutto ritiene con la massima disinvoltura estraneo alla propria annata. Altro discorso è quello extra campo. Fino a poco tempo fa, non mancavano mai le bacchettate sulle dita per i soldi spesi. Oggi, invece, l'accusa è esattamente quella di non spendere. Appena qualcuno spende, è bravo. Il Milan che invece non spende, un pirla o quasi. In realtà dovrebbe essere un titolo di merito avere una spina dorsale (Donnarumma, Paletta, Romagnoli, Bonaventura, Locatelli, Suso) costata 31,5 milioni di euro sul mercato, poco, pochissimo, più del solo Gabigol. Troppo ragionevole, vero? Bisogna invece, a forza, fare i giochi delle tre carte con i punti di forza e i punti deboli. Tornando alle cose semplici, nel Milan c'è l'allenatore giusto al momento giusto (anche se lui saprebbe far bene anche in un Milan, con tutto il rispetto, di maggiore qualità e prestigio), c'è la squadra e ci sono i singoli. A guardar bene, anche il gioco e il gruppo. Non ci sono i fuoriclasse di altre epoche, ma bisogna saper contestualizzare da una parte e amare lo stesso dall'altra. Se invece il nasino di chi giudica i rossoneri non riesce a raddrizzarsi e se il pancino di chi li "ama" continua a far male, tutto questo continuerà a essere un non problema per uno spogliatoio ormai poco interessato al resto e molto appassionato di sè stesso.

Non sappiamo se Giovanni Branchini sia andato davvero, alla luce del sole (di Gennaio?) ma certamente sotto la luce dei riflettori, a Vinovo per promettere alla Juventus la mano di Mattia De Sciglio. Ma se così fosse, si sbagliano tutti quelli che sono sicurissimi di un divorzio Allegri-Juventus a fine stagione. De Sciglio è infatti il giocatore per eccellenza di Allegri. L'occhio del tecnico livornese lo ha beccato quando Mattia non era costantemente nemmeno titolare nella Primavera del Milan. Quante volte la frase "è di un'altra categoria" è stata accostata dall'allenatore toscano all'esterno milanese. Quindi, se così fosse, i giochi sarebbero tutt'altro che fatti, anche se abbiamo colto anche noi qualche segnale di stanchezza in Allegri. La sua però è una vicenda che non sarà decisa a Gennaio o a Febbraio. Deciderà la Champions, come sempre nelle buone famiglie. Una buona, ma anche una grande avventura primaverile in Champions, non necessariamente vincerla ma contare il più a lungo possibile, riproietterebbe Allegri nel firmamento bianconero. Continuiamo a pensare che, nonostante la sostanza e la legna del croato, per centrare l'obiettivo Allegri debba finalmente affrancarsi da Mandzukic e amalgamare come si deve, in campo e fuori, Pjanic, Higuain e Dybala. Proprio lui, Dybala. Quanto più riuscirà il tecnico a renderlo delizia e quanto meno croce, a quel punto cresceranno le sue percentuali Champions prima e di permanenza poi. Pjanic e Higuain, però, un loro patto di muto rendimento lo hanno già fatto. Li vediamo spesso dialoganti e complici. Dybala è ancora un pò sulle sue. Non sappiamo se per motivi economici o caratteriali, ma la Champions juventina prossima ventura passa da questi equilibri molto delicati. Dybala è decisivo, in certi momenti tocca necessariamente a lui e solo a lui far andare la Juventus da una parte piuttosto che dall'altra. Doha lo ha illustrato e raccontato molto bene.


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