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Editoriale

I dolori del giovane Andrea Agnelli: se gli obiettivi futuri della Juventus valgono davvero questo danno d'immagine, per il club stesso, e per Gigi Buffon. Gravissima l'accusa di malafede a Collina

Inviato di beIN Sports, opinionista per la CNN, ogni settimana presenta la Serie A in 31 paesi stranieri
18.04.2018 00:00 di Tancredi Palmeri  Twitter:    articolo letto 18837 volte

È passato tutto in cavalleria. No, non di certo le parole di Buffon o di qualcun altro. Le uscite dei giocatori hanno fatto molto clamore, anche se qua in Italia si è trattato solo di rumore, mentre all'estero è stato disgusto e condanna, in un tragico giro del mondo che ha fatto un danno d'immagine all'Italia e alla Juventus che va ben al di là del non raggiungere un risultato, visto che adesso dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, ci danno dei mocciosi viziati senza alcuna classe in caso di sconfitta.

Eppure, anche quello è il meno. Perché in fondo si può capire la reazione di Buffon, la cui espulsione probabilmente è stata ingiusta, ma che a prescindere è comprensibile come possa perdere la calma quando la sua ultima partita di Champions in 20 anni di carriera gli sta scappando via, e a poco vale dire "Ma perché ha continuato a tenere lo stesso atteggiamento anche fino a due ore dopo il fischio finale", perché l'adrenalina dopo una partita simile rimane altissima fino alle 3 di notte per noi giornalisti che siamo solo osservatori, figuriamoci allora per i protagonisti. La reazione di Buffon è stata molto meno grave di quella di Zidane nel 2006, entrambe non condivisibili (quella di Zidane imparagonabile) ma in un certo senso comprensibili (quella di Zidane, molto meno) proprio perché reazioni di nervi a una situazione che fa leva sul calore delle parole.

Buffon si può capire. Andrea Agnelli no. Un presidente che non parla mai direttamente, e che pensa all'occupazione della postazione televisiva immediatamente dopo il fischio finale per indirizzare immediatamente la comunicazione e la linea politica del club, che a cascata ha segnato la via alla critica giornalistica, e gli atteggiamenti che ne sono seguiti sono solo la conseguenza delle sue parole.
Ma in un certo senso, visto la posta in palio, si potrebbe anche giustificare. In fondo, come si è sempre detto, Andrea Agnelli non è solo un presidente o un bravo presidente, ma prima di tutto è il primo tifoso.

E il punto non è nemmeno il teatro dell'assurdo messo su per un rigore assolutamente accettabile. Un rigore che può fare rabbia. Ti può far recriminare e protestare. D'accordo. Ma qua si è trattato di qualcosa di completamente diverso, che è incredibile sia passato in cavalleria.

Andrea Agnelli ha in pratica accusato Pierluigi Collina di penalizzare scientemente le squadre italiane così da conservare il proprio posto da designatore Uefa, in modo da non poter essere tacciato di interessi campanilistici.
L'avesse accusato di incapacità, di inadeguatezza, insomma fosse entrato nel merito dell'essere all'altezza del ruolo, si sarebbe potuto anche discutere. Non dico condividere, ma per carità tutti sono criticabili.

Ma l'accusa è un'altra: Andrea Agnelli ha sostenuto che il designatore Collina praticamente abbia una malafede nei confronti delle squadre italiane, e che - perché altrimenti non si spiega come altro possa farlo - praticamente dia precise indicazioni agli arbitri designati in Europa con le italiane, cioè di adottare con loro un metro diverso dalle altre.

E' l'accusa più grave che ci sia. In assoluto. Pensateci. Il presidente leader del calcio italiano che sostiene una cosa simile, urbi et orbi. Ce n'è a sufficienza addirittura per fare causa per diffamazione, cosa che non avverrà ovviamente perché nelle istituzioni Uefa sono naturalmente portati a rabbonire gli scontri.

E noi non siamo certo né gli avvocati di Collina né di Andrea Agnelli. Ma questo è quello che è stato detto, e con intenzione. Pianificato. Non sono state parole scappate per sbaglio.

Forse Andrea Agnelli avrà cominciato a vincere la prossima Champions con quelle parole. Perché se è successo un casino simile (nel mondo, non solo in Italia) per un rigore che c'era, figuratevi il prossimo anno con che serenità un arbitro potrà assegnare un rigore contro la Juventus in Europa, sapendo che rischia il posto o una gogna simile.

Forse è stato il primo grande acquisto della prossima campagna Champions che il giovane Andrea Agnelli ha operato per curare i propri dolori.
Ma a che costo? Un Gigi Buffon fuori di sé e fuori di senno è stato mandato allo sbaraglio, in un momento in cui invece doveva essere protetto, a infangarsi una immagine mondiale che era letteralmente adorata, e adesso è vista con occhio diverso.
Il rispetto che il mondo aveva per lui è stato letteralmente sacrificato in nome della ragion di stato.
Davvero una Champions vale perfino questo?


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