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La Giovane Italia
Editoriale

Il disastro economico-sportivo di Tavecchio e Ventura: gli effetti sulle tasche degli italiani e pure sul mercato. Ancelotti, gli specchietti per le allodole e il nome che serve. Allenatori e giocatori: la ricetta per cambiare davvero

Nato a Firenze il 05/05/1985, è caporedattore di Tuttomercatoweb.com. Già firma de Il Messaggero e de La Nazione, è stato speaker e conduttore per Radio Sportiva, oltre che editorialista di Firenzeviola.it e voce di TMW Radio.
19.11.2017 09:50 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 36164 volte
© foto di Image Sport

Carlo Tavecchio che scarica il barile, le colpe e versa pure lacrime rabbiose e di frustrazione no. Carlo Tavecchio ancora in sella, neppure. Invece son due fotografie che questi giorni regalano, istantanee e video che arrivano e che resteranno a lungo in un calcio italiano destinato a non fare mai il rivoluzionario passo avanti che dovrebbe. E' vero che la politica nel pallone è affare meno soddisfacente di un gol, di un doppio passo o di una parata. Però, se tutto questo ci sarà precluso in Russia, è proprio per colpa di chi governa il nostra pallone che ha scelto, tra le altre cose, un commissario tecnico totalmente inadeguato al compito. "La debacle è tecnica, la formazione è sbagliata ed è colpa dell'allenatore e a sceglierlo sono stato io". Tavecchio si commuove e si giustifica ma non capisce, evidentemente, che lui e Giampiero Ventura hanno causato un danno enorme all'Italia e non solo a quella calcistica.

Le scommesse - Nel 2014, in occasione dei Mondiali, il giro d'affari ammontava a circa 270 milioni di euro. Un gettito erariale da 10 milioni, 1 per quanto riguarda l'Italia con un movimento di 20 milioni di scommesse.

I beni di consumo - Uno studio relativo alla vendita di televisori, dimostra che in occasione dell'Europeo del 2016, c'è stato un incremento del 10% della vendita di tv di nuova generazione rispetto agli stessi periodi degli anni precedenti.

Le pubblicità - Tantissime aziende investono, durante il Mondiale, per la risonanza che ha la kermesse sui media e l'appeal che ha sui cittadini. Uno studio dell'Upa ha spiegato che il Mondiale sarebbe valso circa l'1% degli investimenti annuali e questo avrà un effetto pesante anche sul PIL italiano.

I mercati - L'azienda calcio ha intorno a sè un'intero universo che le gravita attorno. Un crollo rischiano di averlo le aziende che vivono di spettatori e vendite direttamente collegate al Mondiale, soprattutto in ambito di media televisivo. Un decremento sostanziale delle pubblicità porterà meno incassi e c'è anche il rischio flessioni azionarie.

Piccola e grande distribuzione e la ristorazione - E' il dato meno quantificabile ma più evidente. La cena con gli amici per le partite, dell'Italia ma anche delle avversarie (perché la partecipazione diretta crea quel sentiment che in caso contrario manca), ha effetti diretti sugli acquisti nei supermercati, nella piccola distribuzione e nei ristoranti.

Il calciomercato - L'effetto è direttamente proporizionale a quello del sentiment di cui sopra. Il Mondiale droga spesso le valutazioni dei calciatori e chi non è in vetrina rischia, a meno di poche eccezioni, di veder crollare il proprio valore. Avrà un effetto diretto sul valore dei giocatori italiani impegnati in azzurro (Belotti, Immobile, Verratti) e su chi sperava di vederli in Russia per aumentarne il valore.

Il sentimento d'appartenenza e il baby boom - E' quello più labile e meno tangibile ma quello che, altrettanto, si fa sentire. Un Mondiale genera entusiasmo, crea mercato, interno e non. Un esempio? Uno studio della Koch Clinic tedesca ha spiegato che nel marzo 2007, ovvero a nove mesi dal Mondiale, in Germania la natalità è aumentata addirittura del 10% circa.

Queste sono gli effetti di una gestione scelerata e praticamente mai, in queste righe, abbiamo parlato di pallone. Che è quello che in Consiglio Federale difficilmente verrà fatto: Carlo Tavecchio, alla guida della Federazione Italiana Giuoco Calcio, è dal 2014 che alterna posizioni e dichiarazioni sulla riforma dei campionati, sulle seconde proprietà e sulle seconde squadre. Ha pensato a Giampiero Ventura come commissario tecnico e a Marcello Lippi come direttore tecnico della Filiera della Nazionali salvo poi accorgersi che il figlio svolge il lavoro di agente e il regolamento prevede che siano vietati "rapporti tra procuratori e soggetti che svolgano funzioni in FIGC". Da lì la decisione vera, forte, decisa, a schiena dritta, di Lippi di fare un passo indietro ma che il Presidente lavori su un progetto senza conoscere i regolamenti è già di per sè una prima sconfitta. Adesso scarica le colpe su Ventura: l'ex ct è stato il peggiore della storia del calcio italiano, è vero, e ci dispiace visto che pensavamo che potesse saper gestire il gruppo azzurro nell'apice della sua carriera. Si è rivelato un totale inadatto al ruolo ma lui come Tavecchio. Che invece non molla.

Adesso pensa allo specchietto per le allodole di nome Carlo Ancelotti. In primis una fotografia della situazione: non ha ancora comunicato il suo no ufficiale a Tavecchio, l'ex tecnico del Bayern Monaco, che è in contatto con la Federazione tramite Adriano Galliani. Non ha (ancora) detto di no ma quella pare la direzione scelta. Accettare sarebbe solo per amore di patria ma è anche vero che, neanche un mese fa, lui stesso ha detto di voler guidare un club e che non riuscirebbe a restare così tanto lontano dal campo tra una partita e l'altra.

E poi, forse, Ancelotti non è quello che serve a quest'Italia. Eresia o blasfemia? Sarà. Ancelotti è probabilmente il miglior allenatore italiano e uno dei migliori d'ogni tempo. Però è uno che chiami se vuoi vincere oggi. E l'Italia non è pronta, non ne ha i mezzi e i progetti. Serve fare tabula rasa e per questo la Federazione non deve assolutamente dare in pasto agli italiani uno specchietto, pur meraviglioso, per le allodole, ma costruire. Gli ultimi errori, ovvero di scegliere allenatori più che commissari tecnici, lo dimostrano. Gli esempi che arrivano all'estero sono chiari: Low, Southgate, Lopetegui. Un tecnico Federale e, sebbene Luigi Di Biagio non sembri certo pronto (l'Italia Under 21 era pronta per ben altri traguardi rispetto a quelli raggiunti ed è ancora fuori dalle Olimpiadi), serve un nome giovane. Servono uomini di calcio abbinati a professionalità dedicate, in questa Federazione. E' un'assurdità che Paolo Maldini e gli altri veterani siano a spasso ma è anche vero che non basta il nome per aver competenze decisionali. Il commissario tecnico ideale non esiste ma, siccome l'Italia deve ripartire davvero da zero, servirebbe un giovane. Uno riconosciuto nel Mondo e la modestissima opinione di chi scrive è che i profili giusti sarebbero Alessandro Nesta e Fabio Cannavaro.

Il punto, però, è che il ct è l'ultimo dei problemi. Tabula rasa significa piangere mentre si saluta, non mentre si resta incollati alla poltrona. I fallimenti devono portare con sè la dignità delle dimissioni. Della "responsabilità delle proprie scelte", come ha detto il presidente del CONI, Giovanni Malagò. Non parlare di "Mondiale che non era nel programma", come ha detto Renzo Ulivieri, vicepresidente FIGC e numero uno degli allenatori. Occhio ai segnali, adesso. Gli unici che possono arrivare, forti, sono da allenatori e calciatori. Allegri, con la potenziale uscita dall'AIAC, ne darebbe uno fortissimo (ma anche alla Juventus che è grande elettore di Tavecchio). L'AIC, l'Associazione Calciatori, promette di lasciare il Consiglio Federale. Il passo forte, ulteriore, quello di una rivoluzione necessaria, sarebbe però quello di fermarsi. Di gridare che quest'Italia non può più restare fuori dal Mondiale.


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