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Editoriale

Il mercato, la Champions e il ruolo dell’Italia. Ecco cosa si impara dal doppio confronto contro le big spagnole...

05.04.2018 07:55 di Luca Marchetti   articolo letto 22288 volte
© foto di Federico De Luca

Di sorprese la Champions non ne fa, anzi. Soprattutto non le fa alle italiane, ma solo al Liverpool che comunque sotto la sapiente e “folle”guida di Klopp ha cominciato a costruire una squadra dalla mentalità gagliarda, dalla velocità spaziale unita alla tecnica e alla ferocia sottoporta. Guardiola è stato sconfitto dalle sue stesse armi, ma mixate in un modo diverso.
Le italiane sono state invece sconfitte dalle solite, di armi. Un CR7 che ormai abbiamo finito gli aggettivi e una tecnica, generalmente, troppo superiore. Una testa libera, poche preoccupazioni, capacità di gestire la pressione, il potere, la gloria. Il divario c’è, c’è sempre stato e chissà per quanto ci sarà. Abbiamo sperato, scritto, illuso che qualcosa potesse essere cambiato. Che chissà per quale strano motivo da Cardiff la Juve avesse trovato qualità e forze per rimettere in equilibrio la partita. Che la capolista della Liga potesse essere messa in crisi dalla Roma in piena rifondazione.
Le distanze ci sono, sono grandi. Non significa che Barca e Real siano imbattibioi (per le italiane), ma quasi. E la differenza forse più importante è sapere (e potere) trattenere i migliori. Alla Juve e alla Roma i grandi giocatori ci sono e sono passati. Non sempre sono rimasti. Prendete Salah, giusto per citarne uno, quello che ora sta regalando al Liverpool un grande sogno e che nel mondo è il giocatore che si è apprezzato di più. Ma non sempre Juve e Roma sono stati in gradi di trattenerli e spesso non per scelta. Questa è la vera grande differenza fra le italiane e le spagnole ora. Cristiano Ronaldo, all’inizio della sua carriera, avrebbe potuto firmare per la Juventus soltanto se Salas avesse accettato di far parte della trattativa andando allo Sporting Lisbona. Il tentennamento del cileno ha fatto in modo che ne approfittasse il Manchester United. Ma anche se CR7 fosse arrivato in Italia (giusto per fare un esempio, magari sarebbe cambiata completamente la storia!!!) non ci sarebbe rimasto a lungo. Soprattutto se arrivasse nell’Italia di ora. Per il momento la serie A, e anche le squadre più importanti della A, sono quasi un trampolino, delle tappe di passaggio, di crescita. La difficoltà (e la bravura) della Juve in questi anni è stata quella di rinnovarsi continuando a vincere. Non solo in Italia: continuando ad essere efficace anche in Europa. Ma dalla finale del 2015 alla partita persa contro il Real ci stanno dentro due Juventus diverse. E la Juve non è “costretta” a vendere. Almeno non dal FFP e grazie a un bilancio molto più strutturato rispetto alle altre italiane. Ma ha cambiato lo stesso: perché a certe offerte non puoi dire di no (Pogba, Vidal e Bonucci), perché certi affari erano strutturati così (Tevez e Morata), perché qualcuno considerava finito il proprio ciclo (Dani Alves, Evra o lo stesso Conte). Ha saputo rinnovarsi e continuare ad essere competitiva. Ma non sempre si può arrivare fino alla fine, soprattutto quando incontri i migliori, e anche in forma.
Così la Roma. Per rimanere al sicuro da sanzioni Uefa e per mantenere l’autofinanziamento ha venduto. Tanto. E giocatori anche forti, importanti, difficili da rimpiazzare subito. Ha cambiato anche allenatore, la scorsa stagione. Marquinhos e Salah di sicuro i più importanti. Senza dimenticare Pjanic, Benatia, Romagnoli e Paredes, giusto per citarne altri. Non sono state scelte semplici, sono state dettate dal mercato. Dalle necessità. Ma la serie A, spesso è diventata questa. A tutti i livelli: una vetrina. Per le squadre che sanno produrre o scovare talenti (come l’Atalanta o il Torino per esempio) e per quelle che sanno valorizzarli a livello internazionale. Pronti per farli arrivare a cifre da capogiro che solo i grandi e ricchi club possono permettersi. È difficile trattenere. È difficile creare un ciclo intorno a un gruppo allargato. La Juve ci ha provato intorno al gruppo italiano, quella BBBC (con Buffon) che è stata il minimo comun denominatore degli ultimi successi bianconeri. Ma la formazione (di massima) del Real e del Barca (negli ultimi anni) la sbagliate di un giocatore su undici e forse solo perché Neymar ha voluto cambiare aria.
È anche questo la differenza. Oltre al fatturato, alla potenza economica, a quella tecnica costruita nel corso degli anni, anche grazie alla capacità di trattanere. Di essere attrattivi. E questo però non dipende solo dal fascino della squadra, dalla storia, dai compagni o dalla città. Dipende anche dal campionato, dagli avversari, dalla competizione. Ecco perché un cambiamento generale servirebbe a partire da un circolo virtuoso per rendere il calcio italiano nel complesso più attrattivo. Altrimenti saremo costretti sempre ad inseguire. Perché mai come in questo momento business e calcio sono andati d’accordo. Essere più ricchi non significa vincere. Ma aiuta. Sicuramente. Hai più chanches. Un’italiana per vincere la Champions deve essere perfetta. Forse Real e Barca possono permettersi una sbavatura in più. Poi nel calcio succede anche che i meno ricchi vincano (vedi Siviglia con lo United o Liverpool con City) perché il pallone non è solo questione di soldi. Ma i soldi cambiano la possibilità di fare mercato o meno. O di fare un certo tipo di mercato. Per, eventualmente, cambiare la squadra. Poi bisogna essre bravi, e qui tornano le competenze. Ma comunque la vedi, la strada è sempre in salita. Rigori o meno...


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