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Mercato stellare per il Milan: i rossoneri sono da Scudetto?
  Sì, a patto che arrivi un grande attaccante
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Editoriale

Inter: il giorno della scelta (il "prescelto" e una proposta "coraggiosa"). Milan: onore al giovane Diavolo, meno alla nuova battaglia all'orizzonte. Juve: una verità che non si può tacere

01.11.2016 08:06 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 57599 volte
© foto di Alessio Alaimo

Il disastro Inter sta toccando vette da teatro dell'assurdo. Tutti hanno un colpevole, tutti hanno una soluzione, tutti sono incazzati neri e come se non bastasse si fa a gara a complicarsi la vita tra presunti "fratelli del mondo". Trochetti Provera dice: "Non si può gestire un club da Giacarta o da Nanchino!". E ti vien da rispondergli "giusto!", bravo Tronchettone, ben detto! Poi però ti ricordi che qualcuno avrà anche venduto la società a questi signori e quel qualcuno non è certo mia zia. Che poi, sarà colpa di Zhang se va tutto a puttane? Sarà colpa di chi è arrivato solo da 5 mesi e - pronti via - ha cacciato qualche centinaio di milioni per fare mercato e, soprattutto, per coprire le voragini create da altri? Io non credo davvero. Benedetto Zhang, perché senza i suoi quattrini ora l'Inter non solo sarebbe nella melma-tecnica, ma anche in quella finanziaria. Almeno la seconda è scongiurata, a meno che non si decida di rompere eccessivamente i santissimi al cinese e lo si convinca che l'Italia non è il Paese del sole e delle melanzane alla parmigiana, ma quello del delirio e dell'illogicità: nei panni di Tronchetti e soci eviterei, a meno che gli stessi non abbiano interessi a crear macello di quelli che piacciono tanto ai visionari (Il famoso "piano segreto di Moratti". Boh). Quindi l'allenatore, Frank, quello che ormai a grande richiesta è "l'analfabeta da cacciare", "l'inadatto", il "fesso che lascia a casa Gabigol", il mister da rispedire al mittente per prendere... Già, per prendere chi? E qui inizia l'assurda gara a sparare nomi secondo due logiche:

1) Poter dire "io l'ho indovinato per primo".

2) Sperare che il proprio candidato venga prescelto per appagare il personalissimo ego da fanta-direttore sportivo. E allora è un proliferare di "Leonardo è quello giusto ma fino a giugno. Poi Leo dietro alla scrivania e Simeone in panchina". Oppure "No, meglio il traghettatore italiano per poi prendere uno bravo", o "meglio Blanc il francese che conosce l'ambiente", o i visionari del "l'ideale sarebbe uno del Triplete tipo Materazzi con Cambiasso", o i sempreverdi tifosi di "Zenga!", fino ai furbacchioni che non sanno che minchia dire e allora "non arriverà nessuno di questi, confido in un nome imprevisto". Ma imprevisto di che? Cosa? Quando? Porcaeva, più imprevisto di così cosa può esserci? Come se "cambiare" fosse il rimedio certo alla malattia, il passo da fare per uscire dall'oblio, la mossa necessaria perché "i giocatori non seguono l'olandese e con "uno di polso" migliorerebbero l'atteggiamento". Cioè, con uno di polso la squadra si metterebbe a correre con maggiore lena? Ma se fosse davvero così allora colcazzo mi metto a cercare allenatori, se fosse davvero così entro negli spogliatoi con calma olimpica e "buonasera a tutti, questo signore si chiama Frank De Boer, viene dall'Olanda ed è il vostro allenatore. Resterà qui fino a quando non sarà in grado di recitare la Divina Commedia a memoria. Ora correte". Ma questa è ovviamente una visione romantica e impraticabile delle cose, perché il dato di fatto è che scaricare il tecnico è un buon modo per tutti di "sviare le indagini" su dirigenza e colpevoli annessi e connessi. De Boer andrebbe confermato - ma per davvero - non perché non abbia commesso errori (ne ha commessi tanti, è evidente, del resto la squadra mica l'ha costruita lui), ma perché sarebbe l'unica scelta "non vigliacca" da prendere. Una società consapevole si chiude in una stanza e si limita a disegnare la realtà: "Lo abbiamo scelto, ce lo teniamo, affondiamo o riemergiamo insieme a lui". L'ibrido, il "vediamo come va giovedì", il "tiriamo fino alla pausa" è una scemenza colossale che non si merita lui e, soprattutto, non si meritano i milioni di interisti devastati da un'imprevedibile e fottutissima ulcera autunnale. Fin qui l'inutile punto di vista del sottoscritto, i fatti invece diranno altro: oggi i cinesi comunicheranno la loro decisione. Conferma o cambiamento? A naso, si va verso il cambiamento. Nella "lista breve" quattro nomi: Pioli, Guidolin, Villas Boas, Bielsa (con il primo in pole). Da questi non si scappa, alla faccia di quelli come me inutilmente aggrappati al carro dell'olandese.

Sul Milan è inutile buttar là troppi giri di parole: a prescindere da qualunque risultato sul campo, quella di Montella è una squadra di carattere e che sempre esce dal campo a "testa alta". Dicono gli schizzinosi a tutti i costi: "Eh ma col Pescara ha sofferto molto". Come se questa fosse una pecca e non un merito da concedere a un gruppo "imperfetto" e che però sa soffrire come pochi. Da che mondo e mondo nel calcio parla la classifica e la classifica dice che il Milan nonostante un calendario parecchio fastidioso si è messo alle spalle 17 concorrenti: il resto sono chiacchiere per esteti del calcio. Dalle chiacchiere alle frecciate, sono risuonate assai forti le parole di Galliani ("O amministratore delegato o niente"). C'è chi sostiene che in seno al Milan sia in corso una nuova guerra intestina tra lo storico dirigente e il gruppo di lavoro guidato da Fassone, pronto a subentrare. Quella dell'attuale amministratore delegato non sarebbe solo una considerazione legittima (dopo 30 anni non avrebbe alcun senso cambiargli ruolo) ma la volontà di convincere la futura proprietà a mantenere lo status quo ai danni dello stesso Fassone. Per carità, trattasi di voci e spifferi di corridoio che però contrastano assai con il "bello" mostrato sul campo in queste settimane da chi è ancora troppo giovane per non volere altro che "la pace", in nome del bene comune: il Milan.

Quanto alla Juve risuonano forti le parole di Buffon, portiere fenomeno che già parla da grande dirigente. Dire "Così non basta, per la Champions dobbiamo fare di più" significa mandare un messaggio a compagni e allenatore, ma significa anche lanciare segnali al campionato: la Signora in serie A non ha rivali per meriti propri, ma soprattutto per demeriti altrui. Il torneo nazionale per la Signora rischia di diventare un "allenamento non allenante" in vista dei match di Champions da dentro o fuori. Può sembrare una considerazione arrogante, ma non lo è affatto: provare a vincere la coppona significa curare ogni dettaglio e mettere da parte i formalismi del "siamo tutti uguali". Buffon lo sa, Buffon non si nasconde alla faccia di chi invece preferisce i "corretti ad ogni costo". Saluti. Le varie rotture della vita mi obbligano ad affrettare la chiusura. Vi lascio con una storia vera vecchia di qualche giorno, quella dei quattro "trombattori" di Hollywood che tutto il mondo tremare fanno. C'entra qualcosa con quanto scritto sopra? Ovviamente no, ma il calcio dopo un po' è mortifero.

L(@FBiasin @ilsensodelgol Mail: ilsensodelgol@gmail.com).

Dovete prestare molta attenzione, la banda dei trombattori è in agguato. Di seguito alcuni accorgimenti per evitare che le vostre figlie/sorelle/cugine/persone care vengano trombate di soppiatto. La banda dei trombattori esiste per davvero e tromba ogni essere femminile dai 18 (si spera) ai 25 anni. La banda dei trombattori per nostra fortuna non «pratica» a Viserbella ma dalle parti di Los Angeles, la qual cosa non deve comunque farvi abbassare l'attenzione. La banda dei trombattori è composta da 4 quarantenni ricchissimi, famosissimi, attorissimi ma, soprattutto, arrapatissimi: Leo DiCaprio, Lukas Haas («Revenant», «Inception»), Vincent Laresca («The Aviator», «Fast and Furious»), Tobey Maguire (un paio sono ammogliati, ma fa niente). La faccenda è molto seria: i quattro moschettieri della passera si frequentavano quando erano poco più che maggiorenni. Sapete qual era la loro attività preferita? Sì, proprio quella. Poi le vicende della vita hanno portato chi a farsi Gisele e altre 12323 figone paciarotte (Leo), chi a sposarsi (Maguire, l'ex Uomo Ragno finito nella tela di Jennifer Meyer). Fatto sta che l'Uomo Ragno a un certo punto si è rotto i santissimi e ha divorziato. Apriti cielo! L'ambientalista Leo (ma più «trombettiere» a questo punto) non aspettava altro ed è tornato a far bisboccia con l'amico: dapprima ha organizzato un «party di divorzio» a base di «zumba» sul suo yacht ancorato a Ibiza, quindi con gli amici di sempre ha ricomposto la cara vecchia «Pussy Posse» (tradotto: la cricca della «fragolina», diciamo così) tornata a imperare nei locali della California al grido di «Wolf Pack, Wolf Pack!» (tradotto: branco di allupatissimi). Per carità, i nostri eroi non sono più gli scavezzacollo di un tempo, quando si infilavano agli eventi di Victoria's Secret o facevano incetta negli strip club, ma in barba all'età continuano a rimediare il «companatico» con estrema facilità. Maguire, per dire, pare che di recente si sia intrattenuto con la 18enne Sofia Richie, modella e figlia del cantante Lionel. Ci piace credere che al ritorno dalla serata, il vecchio Richie abbia ammonito la figlia al grido di «dove minchia sei stata all night long?». DiCaprio, dal canto suo, continua a restare fedele al suo credo: tutte bionde, possibilmente modelle di intimo, meglio se cretine. Se pensate che qui si stia romanzando, sappiate che l'assai misogina faccenda è sapientemente riassunta nel filmone a basso budget «Don's Plum» scritto, prodotto, diretto e recitato nel 2001 da due dei quattro sporcaccioni (Leo e Tobey) e poi ritirato dagli stessi per celare frasi tipo «Smettila di guardarmi così o ti tiro una cazzo di bottiglia in faccia, maledetta puttana» che il docile Leo gridava a gran voce a una malcapitata (su YouTube si trova tutto). Non c'è molto altro da aggiungere se non che è assai probabile che la «banda» entri presto in contrasto con i «rivali» James Franco, Seth Rogen e Jonah Hill, a loro volta «gruppo trombante» a Los Angeles e che tutta questa storia vada a riempire la parte del cervello sede dello «esticazzi?» che alberga in tutti noi.


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