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Editoriale

Italia, un palo che non trema. Milano, Herrera e i criteri del Comune. Pirlo, freddezza rossonera

11.11.2017 00:00 di Mauro Suma   articolo letto 10898 volte

Han fatto quello che hanno voluto. Ci hanno tenuti bassi nel primo tempo e ci han fatto venire fuori nel secondo. In attesa dell'attimo buono, che hanno artigliato prima e gestito con disinvoltura poi. Non sono solo chiacchiere e zazzera bionda questi svedesi. Il peggior sorteggio possibile. Sono una squadra pensata. E con un pensiero comune. Noi? L'Italia? Un palo che non fa da paravento. Un palo velleitario e nulla più. Che cosa possa o debba accadere da qui a lunedi è difficile da immaginare. Non abbiamo perso a Solna per questioni di formazione o per questo al posto di quello. Abbiamo perso da non-squadra, mentre loro han vinto da squadra. Sapremo essere un Paese lunedì sera a San Siro? Ce ne sarà bisogno perché questa è la classica squadra che ha bisogno di essere trascinata. Altrimenti rimane da sola con la sua vaghezza. Facezie da social sul calcio di Club? Anche meno, grazie. Solo serietà e solo dignità tutta azzurra: è quel che ci auguriamo per lunedi in un Playoff nel quale fino a questo momento meritano di passare loro. Sono due anni che ci trasciniamo pesanti e involuti sulla strada di questi Mondiali. Ci illudiamo sempre di avere gli assi giusti nella manica e prima o poi li vedrete, eccome se li vedrete. E invece arranchiamo. E contro una Svezia solida e nulla più, diamo la chiara sensazione che pur stando in campo altri tre giorni, 1-0 era e 1-0 sarebbe rimasto. Tocca a San Siro. Ma lo si sappia: siamo partiti 50 e 50 ed eravamo stati larghi. Ora siamo 75 a 25. Senza braccino, ma con San Siro come extrema ratio. Basterà?

Non sappiamo se l'ambizione di Palazzo Marino sia quella di diventare Palazzo Interino o se almeno qualcuna di quelle cinque lettere che accomunano il nome del Milan al nome di Milano un giorno o l'altro dovrà essere cambiata, ma è bene mettere un punto dopo quanto accaduto ai giardini di piazza Axum intitolati a don Helenio, il Mago, il mitico HH il cui personaggio è giustamente riconosciuto e omaggiato da tutti gli sportivi. Ma a Milano c'è una comunità sportiva, quella dei tifosi milanisti, che è molto attenta e severa su tutti i fatti di attualità che riguardano la propria società, il proprio tecnico e la propria squadra, ma che non ne può più di vedere da parte della propria municipalità un rispetto così lacunoso e così scarso nei confronti della propria storia. Tutto ha avuto inizio con i fatti dei primi anni Ottanta con l'intitolazione a Giuseppe Meazza dello stadio, proprio negli anni in cui il Milan era inconsistente (vero Gianni Rivera? Gianni caro non si poteva fare qualcosa di più in questo senso all'epoca?) come risultati e come presidenza. Poi è come se lo stadio di San Siro divenuto "Meazza" avesse fatto testo e costituito precedente per sempre. Il criterio è stato poi sempre lo stesso. Il piazzale davanti allo stadio? Ad Angelo Moratti. Eppure il presidente che per primo nella storia del calcio italiano ha vinto la Coppa dei Campioni, si chiama Andrea Rizzoli, a cui non è stato intitolato niente. Al papà Angelo invece è intitolata una via dalle parti di Crescenzago, ma lo stadio è dall'altra parte della città. E' come se la municipalità milanese avesse voluto riconoscerlo come imprenditore, come editore, mentre al  figlio Andrea, vincitore della coppa di Wembley, nulla. Poi i giardini per Herrera, sui quali dice il figlio: "Giusto, non aveva niente; a Nereo Rocco è già stato intitolato uno stadio", ma a Trieste, caro Helios, non a Milano dove il Paròn con Gianni Brera e Beppe Viola ha scritto la storia...Solo Inter, dicono i tifosi nerazzurri. Ma al di là della battuta e dell'orgoglio di appartenenza, può essere questa una linea di una sensibilità tale da essere acquisita e fatta propria anche dal comune di Milano? Perchè poi quando c'è da fare qualcosa in chiave storica rossonera, perchè qualcosa bisogna prima o poi pur fare, il criterio dello stesso comune di Milano cambia. C'è da mettere nel Famedio del Monumentale chi ha portato il calcio in città? Accidenti, Herbert Kilpin ha anche fondato il Milan...beh dai...non può stare solo, mettiamo anche Giorgio Muggiani. C'è da intitolare una scultura a Cesare Maldini scomparso da pochi mesi? Beh dai...mettiamo anche Giacinto Facchetti. Sia ben chiaro, non abbiamo mai conosciuto Muggiani per evidenti motivi di età ma Giacinto sì, grande sportivo e persona perbene. Il fatto non è personale o legato a lui. Ma è certo che a Milano le cose che accadono sul fronte del riconoscimento storico nelle sue varie declinazioni anche toponomastiche sono due: al milanista va sempre abbinato un interista, all'interista non va abbinato nessuno. E' una questione di equilibrio cittadino, di legittimazione e di non discriminazione: non riguarda le fazioni, ma la storia e l'istituzione cittadina.

Andrea Pirlo ha lasciato, Andrea Pirlo ha salutato. Non si è lasciato bene con i tifosi milanisti, così come non si era lasciato bene con quelli interisti. E' andata meglio agli juventini, gli ultimi che hanno tifato per lui. Che dire? Al Milan per dieci anni è stato un giocatore meraviglioso, ma il cuore dei tifosi milanisti era occupato prima da Rui Costa e poi da Kakà e non c'era posto per nessun altro. Questo ha fatto sì che nel 2006, in piena Calciopoli, Andrea ascoltasse le offerte del Real Madrid (decisivo l'intervento su di lui di Maldini e Costacurta per ridargli voglia e motivazioni in chiave Milan), nel 2009 quelle del Chelsea ma questa volta a causa dei problemi economici del Milan e che, soprattutto, nel 2010-2011 non avesse più la sensibilità o la voglia di capire che se il centrale doveva farlo prima Ambrosini e poi Van Bommel il problema non era lui. Nel Milan dei fantasisti, nel Milan dei Cassano e dei Ronaldinho, dei Pato e dei Seedorf, dei Robinho e dei Boateng non c'era la possibilità di proteggerlo e sostenerlo con supporto e aiuto nella corsa e nell'interdizione. Fu così che il Milan andò in testa alla classifica a Novembre 2010 con la formula Gattuso-Ambrosini-Flamini e che consolidasse lo Scudetto con Van Bommel in mezzo e con soli 7 gol subiti nell'intero girone di ritorno. Conte aveva gli uomini giusti e la struttura giusta per proteggere il centrocampo a 5 attorno a Pirlo, Allegri no. Non fu un errore di nessuno, furono scelte di circostanza sulle quali è inutile tornare. Forse che Pirlo ha metabolizzato quella certa freddezza con cui si riferisce al Milan e ai Milanisti perchè l'addio è avvenuto molti anni dopo dal momento in cui ha iniziato a desiderarlo? Non sappiamo e non vogliamo addentrarci. Certamente, il Milan ha dato a Pirlo quello che l'Inter non gli aveva dato prima, leadership, consacrazione e nuovo ruolo e, soprattutto, quello che nemmeno la Juventus avrebbe mai potuto dargli: Manchester e Atene, due Champions League due, entrambe storiche, la prima nell'unica finale tutta italiana e la seconda nel primo caso in cui un Club italiano arriva a sette titoli europei. Eppure per avere la giusta memoria, l'attrezzo necessario non è la penna. Ma il cuore. O c'è o non c'è. E Pirlo nelle buone dichiarazioni pre Svezia-Italia ha dimostrato di averlo tutto sommato conservato.


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