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Editoriale

Juve: il regalo che arriva da lontano. Inter senza scuse: Oriali, Pioli e i passi già scritti (anche sul mercato). Milan: 2 battaglie in corso e una terza contro Raiola (occhio alla mossa). Napoli: appello a De Laurentiis. E su Inzaghi…

02.05.2017 07:05 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 45245 volte
© foto di Alessio Alaimo

Primo maggio, festa dei lavoratori ma non dei ristoratori.
Cose che pensavo di riuscire a gestire e che invece, per vostra fortuna, mi impediscono di scrivere le consuete boiate.

Antipasto mari & monti.
Mari: insalata di polpo tiepida, pescetti, cozze di Naviglio pavese, frittura modello “paraflu”.
Monti: salame, salame di cervo, altro salame, salame di salame, affettati al sale, insalatina con tracce di salame, insalata di salame.
Sottaceti delle valli, sottolii, insalata russa, capricciosa, bruschetta con il suo pomodoro, sottopomodoro, sotto un treno.

Tris di primi
Pansotti con dentro qualcosa (credo salame), risotto pere e zola, maltagliati mal digeriti.

Secondi
Salami cotti. Patate novelle e fritte. Sughi di carne con della carne.

Sorbetto al fico “per sgrassare”.

Bis di “tris di primi” avanzati da gente con poco spirito conviviale.

Assaggio di formaggi con marmellate rare.

Dolci
Gelatino, croccante su gelatino, crostata della casa, salame (di cioccolato).

Caffè. Altro caffè. Scarica di amari “tra gli altri ce n’è uno che distilliamo noi secondo la ricetta dei monaci di Stocauser”.

Stato di morte apparente al tavolo.

“Tu come stai?”. “Male. Tu?”. “Malissimo. Ma anche in queste condizioni al posto di Nagatomo avrei fatto di meglio”.

Doppio oki bustine.
“Vuole la doggy bag?”. “Oste ti ammazzo”.
Fine.

Tanti saluti al primo maggio.

QUI INTER
Partiamo da un paio di presupposti.
Il primo: le sconfitte non possono essere definite “buone”. Le sconfitte sono sconfitte e fanno male, in particolare se ti chiami Inter e hai scritto pagine gloriose nella storia del calcio.
Il secondo: non esistono bicchieri mezzi vuoti o mezzi pieni, esistono disastri o progetti vincenti.
L’Inter 2016/17 è un semi-disastro e la sconfitta di domenica fa male perché per una volta è parsa “normale”, quasi indolore, logica conseguenza delle cose.
Uniformarsi alla mediocrità non è accettabile, così come sarebbe sbagliato pensare che, in fondo, tutto è sopportabile perché “tanto i tempi migliori arriveranno”.
Signori, qui si scopre l’acqua calda: la mediocrità non è mai normale.
Ribadiamo: non ci sono “buone sconfitte”, al limite partite perse che offrono appigli per sperare in una rinascita. Quella con il Napoli ne regala davvero pochi, perché contro Sarri puoi perdere eccome, ci mancherebbe, ma non uscire con la faccia del cane bastonato. E tutti avevano la suddetta faccia.

Pioli è il volto di questa Inter che ancora una volta viaggia sull’altalena: sequenze di vittorie, obiettivi che sembrano improvvisamente tornare alla portata, crolli. Nel post triplete il giro sulla giostra l’hanno fatto molti tecnici, poi puntualmente silurati. Lo stesso destino rischia di toccare all’allenatore emiliano, attaccato alla qualificazione all’Europa League come un elefante al filo di ragnatela. Non è il principale responsabile del “disastro di primavera” (quello arriva da lontano, da una stagione nata male e proseguita anche peggio), ma essendo nient’affatto scemo sa bene di essere molto più che in discussione.

Il 7-1 con l’Atalanta aveva portato con sé cori di ammirazione e complimenti, in quei giorni molti parlavano di “rinnovo giusto” per un tecnico “italiano, valido, capace”. Pioli ben sapeva che quel risultato e i precedenti sarebbero serviti a poco se non si fossero sposati con un finale di stagione all’altezza delle aspettative.
E allora siamo qui, con una speranza di qualificazione all’Europa League che scalda il cuore a pochissimi, forse neppure a gran parte della rosa nerazzurra. Si cerca di dare un senso a questa volata assai poco allettante e devastata da voci e balle galattiche che si rincorrono giorno dopo giorno: “Io so chi sarà il prossimo tecnico dell’Inter!”. Tutti “lo sanno” e in realtà tutti – compreso il sottoscritto – possono solo azzardare. Ci si attacca ai nomi: Conte, Simeone, Sarri, Spalletti e molti altri ancora, ché tanto prima o poi qualcuno arriverà.
Certezze? Poche, anzi una: Oriali tornerà alla casa-madre. È forte la sua voglia di rendersi utile, fortissimo il suo entusiasmo, molto simile a quello di chi ha deciso di riportarlo all’Inter per ridare ordine a una “filiera dirigenziale” incompleta.
Il pranzo di Monza tra Ausilio e il mediano più famoso che c’è è confluito in un accordo di massima che solo Tavecchio potrebbe far saltare. Non accadrà, perché il presidente federale tiene alla sua Nazionale ma ancor di più capisce le situazioni: impedire ad Oriali di ricongiungersi col nerazzurro non avrebbe senso.
E il mercato? La sequenza di obiettivi è nota: un centrale difensivo, un esterno basso, un attaccante che possa supportare Icardi, un centrocampista dai piedi buoni. L’offerta per Manolas è partita, l’interesse per Bernardeschi manifestato sottotraccia, quello per Schick anche (ma per il ceco c’è la folla). Anche in questo caso però siamo lontani dalle certezze, mentre è noto che prima di poter acquistare, i nerazzurri dovranno sistemare la “faccenda-Uefa”, ovvero rimediare 30 milioni il prima possibile. Le eventuali cessioni di Jovetic e Ranocchia potrebbero bastare, ma il condizionale in questo caso è d’obbligo.
Infine la seconda (e ultima) certezza. I “futuri nerazzurri” verranno ovviamente scelti e valutati per le qualità dei loro piedi, ma anche e soprattutto per quella delle loro teste: li chiamano “uomini” e vengono prima dei “calciatori”.

QUI MILAN
Il pareggio di Crotone ha aperto la tipica voragine nella diga. Montella è improvvisamente tornato un “mediocre” uno che “tutti gli anni parte bene e finisce male”, un allenatore da 4 soldi.
Le solite esagerazioni che prevalgono sul buonsenso. Il Milan è una squadra con tanti, troppi difetti. Non lo dice il sottoscritto, ma tutti gli esperti. Che poi, a guardar bene, gli stessi che oggi affermano “che schifezza di squadra” ad agosto posizionavano i rossoneri tra il quarto e il settimo posto. All’epoca, tra l’altro, si ragionava sulla rosa al completo. Oggi – tra un infortunio e una cessione – quella squadra non c’è più e ha lasciato il posto ad un’altra che arranca in campo e deve fare i conti con le voci che arrivano “da chi ne sa”.
Ci si concentra sui giocatori che “presto arriveranno”, si fanno i paragoni con gli attuali, ci si dimentica dei miracoli di dicembre e qualcuno addirittura ha già iniziato a spararla grossa (“da quando sono arrivati i cinesi la squadra ha messo insieme solo due punti, mah…”).
La verità è che il Milan da qui a fine stagione combatterà due battaglie parallele: quella in campo per l’Europa League (che, come in casa nerazzurra, interessa poco alle masse), quella fuori dal campo per riuscire a mettere insieme una rosa che possa ambire ai primi 4 posti a partire dalla prossima stagione.
Anche in questo caso le voci di mercato affogano nel mare magnum del “vale tutto”: Dzeko, Aubameyang, Musacchio, Fabregas, Pellegrini, Keità, ma anche Kovacic e – da ultimo – Kessié, sono solo alcuni dei giocatori accostati ai rossoneri nelle ultime settimane. È noto anche a mia nonna (che notoriamente di calcio capisce un cazzo come suo nipote) che sarà già molto se arriverà uno fra questi, ma in mezzo a molti dubbi la cosa certa è che Mirabelli ha avuto mandato di trattare profili di buon livello (molti dei quali ancora “nascosti”). La questione di “come li pagherà” e già stata spiegata a più riprese (budget da 50/70 milioni e rateizzazioni). La situazione fa ridere molti tra gli scettici, impegnati più a fare domande che a dare risposte, puntano sulla “tragedia imminente” e vai a capire che gusto ci provano.
Trattasi in ogni caso dei consueti e inutili “bisticci mediatici” che vengono in secondo piano rispetto alla prima, vera questione rossonera legata al futuro di Donnarumma.
Il rinnovo/non rinnovo del portiere non è “già un caso” come molti vorrebbero far credere, o meglio, non lo è più di quanto si potesse prevedere. Il “metodo Raiola” è tattica utilizzata da un decennio per giocatori anche meno forti e con contratti più a lungo termine rispetto a quello del portiere rossonero, figuratevi quindi se non era prevedibile che si arrivasse alla “scaramuccia mediatica” alla quale abbiamo assistito nei giorni scorsi e che certamente continuerà nelle prossime settimane. Il punto non è “che vergogna, indigniamoci tutti!”: sarebbe ingenuo. Il Milan, semmai, deve capire a che tavolo vuole sedersi: scontro frontale o trattativa sanguinosa? La logica vuole che alla fine un accordo si troverà: prolungamento del contratto e clausola sulla (eventuale) futura vendita a beneficio di Minone. C’è da turarsi il naso? Sì, soprattutto se si pensa a quello che ha fatto Belotti (rinnovo a cifre umane e clausola da 100 milioni) per il “suo” Torino. Sono scelte…

QUI JUVE
Domani è il grande giorno, l'inizio di una settimana storica. Se la Roma fosse stata davvero una reale concorrente per lo scudetto, il derby con il Torino avrebbe fatto paura. E invece niente: a scudetto ormai acquisito la Signora può riflettere sul match con l'Atalanta per correggere tutti i difettucci mostrati contro una squadra giovane e veloce. La prova generale ha detto che è la Juve è psicologicamente pronta e che, comunque vada, quest’anno potrà essere orgogliosa di se stessa. La società l’estate scorsa ha costruito una squadra che potesse arrivare in fondo a tutto e ci è riuscita. Non capita quasi mai di dire “vogliamo fare questo” e di mantenere la parola. Per il passo ulteriore, come in tutte le cose della vita, servirà anche un po’ di culo, ma quello non si compra al mercato.

QUI NAPOLI
Se la partita di San Siro contro l'Inter ha dimostrato i limiti dei nerazzurri, ha incoronato anche il capolavoro del Napoli. Quella squadra che nel girone di ritorno ha vinto tutti gli scontri diretti “alla portata”, ha trovato in Insigne un campione maturo e in Mertens un leader anche quando non segna raffiche di gol (il rinnovo è un obbligo). Il merito? Sempre di Maurizio Sarri, ora a un bivio: o viene aiutato da Aurelio De Laurentiis a ritoccare la squadra per ambire allo scudetto, oppure presto o tardi verrà attirato da piazze con più ambizione. Il presidentissimo rifletta bene su quello che vuole fare e per una volta faccia un passo verso il suo tecnico, avrà solo da guadagnarci (in tutti i sensi).

Saluti a tutti, chiudiamo in fretta che si fa tardi. Solo una doverosa postilla: onore a Simone Inzaghi, tecnico che non si lagna, che non pretende, che è cresciuto facendo gol “ma suo fratello di più”, che non doveva stare sulla panchina della Lazio, che in silenzio ha costruito un gioiellino, che ha aumentato uno per uno il valore di tutti i componenti della sua rosa. Un piccolo, enorme, capolavoro. (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: ilsensodelgol@gmail.com)


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