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La Giovane Italia
Editoriale

Juve: l'incredibile "fame" bianconera e un solo dubbio. Inter: su Spalletti bisogna darsi una regolata. Milan: altalena Gattuso, da "inadatto" a "mister modello". Tutte le rogne del Var...

04.12.2018 00:00 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 16296 volte
© foto di Alessio Alaimo

Il problema del Var che fa incazzare tutti come delle bestie (giustamente) è un non-problema, nel senso che non dipende mica dal Var. Prendersela col Var è come prendersela col semaforo che “questo rosso dura troppo! Maledetto!”. Oh, mica lo decide lui.

Ecco, qui la questione è sempre la stessa: amici arbitri, vogliatevi bene perché se non lo fate voi, noi che amiamo sguazzare nelle polemiche non possiamo fare altro che affondare la lama nella torta del raccapriccio. Ma, porca miseria, perché volete così male al supportone tecnologico? Perché vi fate fottere dalle cosiddette “pieghe del regolamento”? Perché vi nascondete dietro al “protocollo”?

Proviamo a metterci nei panni di un ipotetico “arbitro illuminato”. L’arbitro illuminato sa che può fare quello che gli pare, tanto l’ultima parola ce l’ha lui. Di fronte a una decisione difficile, codesto signore fischia quello che gli pare ma poi – essendo illuminato – mette in discussione se stesso. “Sapete che c’è? Mi hanno messo a disposizione le immagini e, quindi, anche se sono convinto della mia decisione vado a vedere le immagini”.

Questa cosa l’ha fatta Irrati qualche settimana fa proprio all’Olimpico (Roma-Samp). Qualcuno disse: “Non ha rispettato il protocollo!”. La risposta di chi vuole bene al calcio è stata: “E sticazzi?”. Il dato di fatto è che Irrati avrà pure mancato di rispetto “al protocollo,” ma infine ha preso la decisione corretta e nessuno gli potrà mai dire “ecco, costui è braccio armato di un complotto ordito dal Palazzo”. Ma quale complotto? Ma quale Palazzo?

Il presidente degli arbitri che dice “quello che è successo a Roma è inconcepibile” è a sua volta inconcepibile. Gli arbitri che scelgono di non perdere tempo per guardare le immagini non sono corrotti, sono solo presuntuosi e aggrappati a un’idea di inattaccabilità che è ormai senza senso. La tecnologia non si può fermare (finalmente arriva anche in Champions: meglio tardi che mai), chi non lo accetta può solo fare una cosa: farsi da parte.

Della partita dell’Olimpico resta l’idea di una squadra, l’Inter, probabilmente un po’ affaticata. Molti hanno detto “che bella partita Roma-Inter”, ma questo non lo possono certo pensare allenatori di ogni razza e religione. Lo spettacolo è stato buono, certo, ma tatticamente abbiamo visto cose che c’entrano molto poco con l’idea di calcio di due ottimi allenatori come Di Francesco e Spalletti.

L’Inter è in difficoltà? Forse fisicamente, ma guai a esagerare. Attorno a Spalletti si tende sempre a disegnare scenari apocalittici (“crollerà”, “non sa quello che sta facendo”, “è l’inizio della fine”), ma il dato di fatto è che tutte le volte riesce a raggiungere il suo obiettivo. L’Inter è terza, a 5 punti di vantaggio sul quinto posto, arriva da otto vittorie e un pareggio nelle ultime dieci partite di campionato e tra una settimana proverà a raggiungere gli ottavi di Champions in un girone che tutti definivano “proibitivo”. Chi pretende di più lo fa per puro spirito polemico o, forse, non ha le idee chiare rispetto a quello che sta succedendo in vetta alla classifica (ne parliamo in fondo al pezzo).

Consentiteci di dire una cosa sul Milan. Il fatto che per una volta non ci ritroviamo a scrivere un pezzo in difesa del tecnico rossonero (apologia), ma al contrario quattro righe per celebrarlo (leccaculaggio) è la riprova che non ci eravamo sbagliati: il signorotto calabrese sa ben fare il suo mestiere. Fino a ieri l’altro abbondavano gli scettici, ora sono sempre meno (intimamente gli vuole bene pure Salvini, ne siamo convinti).

Vi diranno che è una questione del genere “è tutto merito della grinta! Hai visto che grinta? Son tutti grintosi! La grinta!” e invece no. Gattuso li fa correre, ma li fa pure ragionare e li gira tatticamente come pochi hanno fatto nel recete passato (passaggio dalla difesa “a tre” a quella a quattro” con grande naturalezza). Nel momento della difficoltà legata agli infortuni, Ringhione ha responsabilizzato le cosiddette seconde linee, ha “rianimato»” Abate (grande prestazione da centrale contro il Parma), ha aspettato e si è fidato di Bakayoko (il migliore domenica), non ha replicato alle provocazioni di chi lo ritiene inadatto nella gestione dei 90’ e, in definitiva, ha fatto quello che si richiede al cosiddetto “allenatore modello”: i fatti. Torneranno a rompergli le balle? Ovviamente sì, ma è come tirare pugni a un muro: peggio per chi si ostina.

Poi, certo, mica possiamo far finta che non stia accadendo qualcosa di clamoroso. E ci riferiamo alla Juve, ovviamente. Commentare i bianconeri è diventato semplice e allo stesso tempo difficilissimo. E allora vi diciamo che è “semplice”, perché tanto puoi scrivere le tue boiate prima che inizi qualsivoglia partita (“La Juve ha vinto bla bla bla”); e invece al contrario è “difficile”, perché non si riesce a trovare qualcosa di minimamente originale da dire che non sia “in Italia i bianconeri non hanno rivali” (e valli a trovare in Europa, tra l’altro).

La sensazione, crescente, è che il gruppone allenato da Allegri viva una rara condizione di squadra che più la stuzzichi e peggio è (per te). Ci sono partite in cui i bianconeri cazzeggiano assai, consci del fatto che basta trotterellare per portare a casa il “montepremi”; negli scontri che viceversa vengono presentati come “big match” o “partite di cartello” i bianconeri ci mettono dell’impegno e allora son dolori. Così è accaduto anche a Firenze. Si diceva “sarà una partita combattuta”, ma lo è stato solo in teoria. La Juve ha dato un paio di accelerate nei momenti chiave e ha spazzato via i viola.

Capite perfettamente che il paradosso della squadra “più forte se pungolata” condanna la nostra Serie A a vivere mesi stucchevoli e alienanti. Noi tutti diremo “beh ma non è detto…” e “a primavera possono capitare un sacco di cose”, ma lo faremo senza crederci per davvero. E cosa mai deve capitare per fermare costoro? Un focolaio di morbillo alla Continassa? Un’epidemia di pertosse? Un’apocalittica invasione delle cavallette (ma solo piemontese)? Altro?

Siamo sinceri, la Juve è su un pianeta assai più lontano del modaiolo Marte, lo è soprattutto rispetto alle presunte rivali tricolori. E quindi il Napoli. E quindi l’Inter. Queste ultime sono squadre belle e promettenti, ma a differenza della loro sorella maggiore non hanno quella devastante continuità (in provincia o negli scontri di cartello, poco cambia), indispensabile per tenere il ritmo scudetto.

Fine. Vi lasciamo ad ogni modo con un quesito al quale non riusciamo francamente a dare una risposta certa: se – si ragiona per paradossi, sia chiaro – Allegri vincesse tutte le partite, ma proprio tutte, da qui fino alla fine della stagione, ma infine perdesse la finale di Champions, come verrebbe giudicato il suo operato? Verrebbe da dire “beh, le ha vinte tutte! Benissimo!”, ma il dubbio ci rimane. Dura è la vita dell’allenatore condannato al trionfo.

Saluti a tutti. Vi lasciamo dando il giusto risalto al grande coraggio dell'AIC che se n’è fottuta dei fronzoli e ha organizzato il Gran Galà del Calcio in contemporanea con il più famoso Pallone d’Oro: francesi, non ci avrete mai!

Come dite? In contemporanea c’era pure Atalanta-Napoli? Eh, in effetti…


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