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SONDAGGIO
Mercato stellare per il Milan: i rossoneri sono da Scudetto?
  Sì, a patto che arrivi un grande attaccante
  No, la Juventus resta sempre più forte
  No, ha davanti comunque sempre Roma e Napoli
  Sì, già così è da Scudetto

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Editoriale

Juve: la tensione si combatte a colpi di “francese”. Inter, 2 fuori e 2 dentro: le mosse nella settimana decisiva. Milan: un punto al caso-Donnarumma e la pesca in Germania. Fiorentina: ci sono cose da dire

27.06.2017 08:11 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 63723 volte
© foto di Alessio Alaimo

Ciao. Nelle ultime ore ho pensato molto all’hacker di Donnarumma: cosa farà nella vita? L’impiegato di banca? Il commesso al Calzedonia? L’hacker a tempo pieno? Cosa lo ha spinto ad hackerare il profilo Instagram di Donnarumma? Perché proprio quello di Donnarumma e non – chessò – quello di Barreca o Cragno? È un tifoso del Milan che voleva dare una mano al suo prediletto o uno dell’Akragas che aveva il solo scopo di generare casino? Perché domenica sera si è messo ad hackerare e non è uscito a bere un bel birrone gelato?

Purtroppo sono domande inutili del genere “da dove veniamo?”, “dove stiamo andando?”: non lo scopriremo mai. Solo la polizia postale di Cracovia potrebbe darci una speranza, ma loro sono noti per essere compiacenti con gli hackeratori dei portieri sotto i 19 anni e alti circa due metri.

Frustrato dall’impossibilità di interagire con l’hacker di Donnarumma ho quindi deciso di scrivere di calcio, che è sempre meglio che lavorare.

QUI MILAN

Ballano tanti milioni. Ben lo sappiamo. I milioni dell’ingaggio di Donnarumma, i milioni della possibile clausola, i milioni del cartellino, i 5 milioni per 5 anni offerti dai rossoneri al portiere (più bonus), quelli per il trasferimento e poi altri milioni e commissioni e altri milioni ancora.

Ecco, per quanti possano essere, tutti questi soldi non bastano a giustificare il puttanaio al quale stiamo assistendo. Il caso-Donnarumma dà da mangiare a noi avidi scribacchini in un periodo assai floscio della stagione sportiva, ma a guardar bene ha già rotto i santissimi. Cioè, parliamoci chiaro: sarà mica una cosa seria.

Visto da fuori sembra che ci sia in ballo il destino dell’umanità e, invece, stiamo comunque parlando del presunto “giuoco calcio”. E voi direte “Sì, ma i milioni? E il portiere? E la famiglia? E il futuro del piccolo Gigio? L’hai scritto anche tu che bisogna tener presente il futuro del piccolo Gigio!”.

Avete ragione, solo che “il piccolo Gigio” si è infine espresso: “Sto benissimo, del Milan parlerò più avanti”. Beh, allora sapete che c’è: sia fatta la sua volontà. Provate a pensarci per un secondo: il Milan abbasserà la serranda se Donnarumma andrà via? Se “tradirà”? No, andrà avanti. Fassone l’ha detto senza troppi giri di parole: il rischio è quello di perdere dei soldi e certo la cosa non fa piacere, ma a un bel punto si tratta anche di voltare pagina e conservare la faccia.

La grottesca vicenda mediatica di domenica, i post più o meno sgrammaticati, le successive cancellazioni, i “Donnaraiola” e i “Raiolumma”, i parenti dei procuratori, la famiglia, le visite a Castellammare, la conferenza non conferenza di Montecarlo, i “vedremo”, “faremo”, “parleremo”, smettono di avere un senso quando vengono affiancati al nome di un club che in questo momento ha bisogno di tutto tranne che di confusione. Di confusione, i tifosi del Milan, dopo troppi anni passati a “non capire” ne hanno piene le balle, per questo chi oggi ha in mano le redini intende mettere un punto e continuare a “costruire” (l’esterno assai duttile Hakan Calhanoglu del Bayer Leverkusen è un obiettivo concreto, ma non a 30 milioni). Donnarumma vuol rinnovare per restare? Bravo, ben fatto. Rinnoverà per poi levare le tende e lasciare qualche soldino? Bene lo stesso. Non rinnoverà e andrà via a pochi soldi? Pazienza, arriverà qualcun altro. Molti sono arrabbiati, ma ancora di più stufi e disposti ad accettare ogni decisione che non contempli ulteriori giornate passate a pensare “ma che cazzo sta succedendo”? Ecco, quello è il passato.

QUI INTER

La settimana appena incominciata è importante, si sa.

C’è tensione. E silenzio. La cosa disturba molti, non i diretti interessati, ovvero i dirigenti dell’Inter.

Domanda: se a prescindere dai nomi l’Inter avesse speso 100 milioni, oggi ci sarebbe tutto questo scetticismo? No, non ci sarebbe. Si parlerebbe dei nuovi Tizio e Caio come del “futuro”, si analizzerebbero le schede, i profili e buonanotte ai suonatori. Sappiamo che è così perché, per esempio, l’anno scorso è andata esattamente così.

Quest’anno invece tutto tace. E sale la tensione. “L’Inter deve recuperare 30 milioni entro fine settimana! Oddio!”. E ancora: “Ma che intenzioni ha Zhang? Si è già stufato? E perché non parla nessuno? Dov’è Sabatini? Esiste?”.

Calma.

Un anno fa, di questi tempi, l’Inter “comprava” ma in contemporanea “sputtanava” una stagione: l’allenatore chiedeva spiegazioni al presidente che a sua volta aveva appena venduto il club, ma sceglieva un nuovo tecnico e accoglieva giocatori selezionati da tal Kia. Il delirio.

Oggi invece si procede per passi. Banega è a un passo dal Siviglia, Jovetic anche (ma la Roma ci prova), Skriniar è sempre più vicino (20 milioni più Caprari), Borja Valero pure, Perisic partirà ma solo a determinate cifre, altrimenti se ne farà una ragione.

Non c’è ansia in chi lavora, anche perché si ha coscienza di quel che pensa il tecnico. Spalletti intende valutare i “suoi” giocatori, vuole e otterrà un centrale difensivo, avrà almeno un esterno, ma è anche intenzionato a risvegliare l’orgoglio in quei giocatori che un anno fa hanno “tradito”.

Ecco, proprio loro. Chissà cosa hanno pensato quando ieri, tal De Boer, ha firmato per il Crystal Palace. L’olandese era ed è un bravo tecnico, ma non è questo il punto. Il punto è che in un mondo dove il "vaffanculo" è la norma, lui si è comportato come un signore. Sempre. Anche solo per questo si merita il meglio. Buona fortuna Frank.

QUI JUVE

Sarebbe facile cadere nella tentazione di parlare di una Juve in “difficoltà”, tra i presunti bisticci nello spogliatoio di Cardiff e la fuga di alcuni campioni. Più che altro sarebbe “comodo”, in fondo sono sei anni che aspettiamo di poter pungolare la dirigenza bianconera, da troppo tempo praticamente perfetta.

La verità è che sì, in casa bianconera quest’estate ci sarà parecchio da fare, ma non si tratta di un fulmine a ciel sereno: Marotta e Paratici sapevano che sarebbe stata l’estate delle “decisioni difficili”, della minestra da mescolare per riuscire a consegnare ad Allegri una rosa valida tecnicamente ma, soprattutto, psicologicamente motivata.

Crescono le chance per Bernardeschi e quelle per Matuidi, resta vivo l’obiettivo Douglas Costa nonostante le complicazioni (il Bayern spara altissimo), si lavora per organizzare il reparto esterni (quello che – De Sciglio a parte, al momento dà più problemi). Non è semplice, ma vincere non lo è mai stato: lo sa bene soprattutto chi ci riesce spesso.

QUI FIORENTINA

Di Della Valle vi scrive Claudio Savelli. Ci teneva molto (Twitter @pensavopiovesse)

Forse la Fiorentina e la famiglia Della Valle non si sono mai veramente incontrati. Perché la Fiorentina può anche non vincere, ma non può accettare che una proprietà si dimetta dal dovere di provarci. Soprattutto quando questa proprietà non vuole ammetterlo. Siamo ora giunti all'ultimo capitolo (o forse no) della vicenda, francamente il peggiore. Il comunicato con cui la famiglia Della Valle annuncia la volontà di cedere la Fiorentina è penoso. Non lo è di per sé, perché ognuno ha diritto di fare ciò che vuole con i propri averi, ma per i tempi – a mercato iniziato, con i giocatori migliori in partenza e una squadra a fine ciclo, quindi da ricostruire – e, soprattutto, per le parole che contiene. Avrebbero potuto comunicarlo in qualsiasi momento di una stagione, quella appena conclusa, talmente anonima da diventare l'occasione perfetta per le dimissioni di un governo. Invece, nonostante l'insofferenza dei proprietari sia palese da tempo, è mancata l'intuizione del momento: anche questo racconta la considerazione, forse eccessiva, che hanno i Della Valle di loro stessi. Sarebbe stato un divorzio sereno tra persone che sicuramente non si amano più. Andavano solo spiegate con sincerità le motivazioni, prima di stringersi la mano e augurarsi buona fortuna. Il tifoso fiorentino sa che non è suo diritto indicare al proprietario quanti soldi spendere nel club, mentre ogni patron ha il diritto di agire come meglio crede, a patto che mantenga in vita la società. Da questo punto di vista i Della Valle sono sempre stati coerenti, tranne una volta, l'anno scorso, quando sono venuti meno al patto che lega la proprietà ai suoi tifosi: la trasparenza. La Fiorentina era prima in classifica e dissero di non voler intervenire sul mercato per "tutelare" la rosa: un'enorme panzana, che allontanò Sousa e, con lui o dopo di lui, una città intera.

Le modalità con cui i Della Valle chiedono il divorzio sono poi l'ultimo atto di una guerra fredda, nell'idea della proprietà, combattuta dai giusti (chi lavora nella Fiorentina) contro gli sbagliati (i tifosi, ovvero tutti coloro che non riescono a essere soddisfatti nemmeno di fronte a "evidenti" sforzi e sacrifici). I Della Valle ribadiscono quindi il contrario di ciò che sostengono: la loro missione non è (più) la Fiorentina, ma la ricerca di un colpevole per il loro fallimento. Giustificare la propria volontà di vendere con "l'insoddisfazione di parte della tifoseria" è infatti una fuga di fronte alle proprie responsabilità. La verità è che questa grande famiglia imprenditoriale credeva di guidare una squadra, una città, un popolo, ma quando si è voltata (ed è stata obbligata a farlo dai suoi tifosi, che hanno competenza di calcio) non ha trovato nessuno. I Della Valle hanno fallito e non hanno il coraggio di ammetterlo nemmeno a loro stessi, figuriamoci a una città che da anni glielo sta urlando nei timpani. Ora stanno solo cercando un modo per uscire puliti di fronte a una corte che ha già emesso la sua sentenza: ristabilendo almeno l'apparenza della leadership che hanno perso da tempo. O che forse non hanno mai avuto.

QUI COMO

Il Como partirà con almeno un punto di penalizzazione perché la nuova proprietà non ha pagato gli stipendi arretrati. Non quella vecchia, gli ultimi arrivati. Qualcuno intervenga subito.

Saluti, vi lascio con un dramma all’italiana, ovvero quel che è successo al qui presente nel giorno del gay pride e pubblicato per disperazione su facebook, giusto per fare un po’ di caciara.

Oh, come sempre tutti fatti perdibilissimi (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: ilsensodelgol@gmail.com).

Ciao.
Sabato afoso.
Di seguito riportiamo fatti realmente accaduti.
Sia chiaro, qui spargiamo facile indignazione e facciamo della retorica spicciola, ma prima una doverosa premessa:
questa non è una questione di uomini che limonano con uomini, donne con donne, postini con ingegneri, cartomanti con cavalli, vegani con pescivori, non lo è. Il gay pride non è l’oggetto della questione, ognuno faccia il cazzo che gli pare nel rispetto degli altri e buonanotte ai suonatori.
Fine della premessa.
UN VECCHIO SAGGIO
Oggi ero in redazione. Di sabato. La gioia proprio. Cioè, tu sei in piscina, al lago, al mare, a grattarti la pera e io no: capisci che per questioni di umana invidia mi girano i santissimi.
Alle 13 esco dalla sede in zona Porta Venezia a Milano e mi dirigo verso l’Unes per acquistare generi di prima necessità, tipo le rotelle di liquirizia per le quali vado ghiotto.
La zona è tutta transennata in vista del gaio corteo, ma non ci faccio caso.
Entro nel supermercatino di via Melzo, c’è parecchia gente, acquisto il solito etto di bresaola chiavennasca tagliata bella sottile, pane arabo, mi accaparro un boccione di acqua Norda (Panna e San Bernardo, le mie predilette, purtroppo erano terminate) e mi dirigo bel sereno alla cassa.
E lì assisto a scene da quinto mondo.
Ordinanza del sindaco: “A CAUSA DI UNA MANIFESTAZIONE E’ VIETATA LA VENDITA DI ALCOLICI E DI TUTTI I PRODOTTI IN VETRO, LATTINA, PLASTICA”.
Commessa rivolta a donna sudamericana che capisce poco l’italiano: “Tu non può prendere bottiglia di Coca Cola, tu sei vuoi Coca Cola devi lasciare tappo”.
Donna sudamericana rivolta a commessa: “Io voglio Coca Cola”.
Commessa: “Sì ma devi lasciare tappo”.
Donna sudamericana: “Io voglio Coca Cola”.
(un vecchio assiste in silenzio)
Altra commessa rivolta a coppia sulla cinquantina: “Non potete prendere la Guizza da sei, c’è l’ordinanza”.
Coppia sulla cinquantina a commessa: “Ma noi facciamo la spesa al sabato, abbiamo bisogno dell’acqua”.
Commessa: “Potete prendere l’acqua solo se lasciate i tappi”.
Il “lui” della coppia: “Cioè, secondo lei porto a casa due casse da sei aperte? E chi cazzo sono, il trapezista degli Orfei?”.
(il vecchio ascolta, rimette sugli scaffali due confezioni di passata Mutti e si indirizza verso il banco frutta)
Terza commessa rivolta al tipico beone di Porta Venezia, di quelli che tracannano bei sereni litrate di tavernello in cartone (la zona ne è piena): “Oggi non posso venderti il vino!”.
Beone a commessa: “Ggggghhhhhhhh! Vrnello! Ggghghghh, pago moneta io gggghhhH!”
Commessa a beone: “Da bravo, appoggia il Tavernello”.
Beone: “Gggggghggghghghgggggggggggghghghhh! Vrnello!!!”.
(il vecchio reggendo tra le mani un’anguria si avvicina alla cassa)
Quarta commessa al sottoscritto: “Guardi che la Norda non la può prendere, altrimenti le devo togliere il tappo”.
Io alla commessa: “Esegua l’operazione: uscirò senza tappo”.
Uno dietro di me: “Io ho una lattina di Moretti da 66”.
Commessa: “Non può!”.
Uno dietro ancora: “Io ho il maraschino per il sorbetto”.
Commessa: “Non può!!!”.
Uno ancora più indietro e in odore di triplete: “Io ho 1) il lambrusco 2) col tappo a vite 3) nella bottiglia di vetro”.
Tutti in coro: “Coglione, non puoi!!!”.
Uno in fondo al corridoio con aria furtiva: “Gggggggggfhhhhhhhhsffffssssssgghghghg! Vrnello bere buono”.
(il vecchio bypassa la fila senza dire una parola, passa davanti alla cassiera, chiede “non è di vetro, non è in lattina, non ha il tappo: posso comprare l’anguria?”. Commessa: “Sì, può”. Paga e se ne va facendo molta fatica).
Esco anch’io. In una mano il sacchettino con la bresaola bella sottile e le liquirizie, nell’altra la bottiglia da 1,5 litri aperta: l’eleganza è un’altra cosa.
Davanti a me il vecchio ha appoggiato l’anguria per terra, decido di non farmi i cazzi miei: “Scusi, vuole una mano?”.
Ci sono 70 gradi.
Vecchio: “Mia moglie mi ammazza, voleva la polpa Mutti”.
Io: “Mi scusi, perché ha preso l’anguria?”.
Vecchio: “Fosse anche l’ultima cosa che faccio, io ‘sta cazzo di anguria la devo lanciare in mezzo alla strada, così la prossima volta vietano anche le angurie, porca troia che imbecilli…”. E se ne va.
Mi dirigo verso la redazione e penso ai sindaci giustamente terrorizzati per quel che è successo a Torino, all’incubo per i tappi di plastica, ai commessi del supermercato costretti a una giornata di lavoro devastante, al danno economico del supermercato stesso, alla vecchia senza polpa Mutti.
Poi, in un angolo nascosto di Porta Venezia conosciuto dai più come “parcheggio dei tossici” incrocio lui, il beone, e 3 amici suoi: tutti hanno il loro cartone di Tavernello caldo, se la ridono, parlano in una lingua che solo gli alcolizzati all’ultimo stadio conoscono.
“Ggghghgggggfgg buono Vrnello, Unes Praid mm mmmmgggghhh!”
“Non volevano darmlo ammè, io rubbbato Vrnello gggghhhh”
E giù una bella pisciata contro il muro.
In pieno centro.
A Milano.
Nel 2017.
Però senza tappo.


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