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La Giovane Italia
Editoriale

Juve: Morata e altri “miracoli” (ma l’Uefa chiude gli occhi). Inter: un guaio ricorrente e lo strano caso De Vrij. Milan: terremoto Gattuso, a un anno dal closing. Napoli: per i fischi c’è ancora tempo

10.04.2018 07:06 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 50476 volte
© foto di Alessio Alaimo

Per prima cosa procedo con l’esperimento. Tutti i lunedì notte da ormai dieci anni spedisco le mie cose al valido Alessio Alaimo. Lui mi odia perché gli mando i pezzi alle 23.55 e magari sta facendo fiki-fiki, oppure è legittimamente ubriaco, oppure ha sonno. A volte mi dice “per favore, non puoi mandarmelo prima?”. E io gli rispondo sempre “no, arrangiati”. Alessio Alaimo se mi incrociasse per strada mi investirebbe e ne avrebbe anche tutto il diritto. Oggi voglio dargli un motivo in più.

Siccome tutti i lunedì gli dico “leggi il pezzo per favore perché è pieno di vaffanculi ed errori” e lui risponde “sì, va bene dai” ma poi lo so che non lo legge, io ora scrivo “Viva la squola” con la q. Se lo leggete con la q significa che Alessio Alaimo non ha riletto e, quindi, è uno stronzo. Se invece leggete scuola con la c significa che qualche amico suo lo ha avvisato e quindi non vale. Alessio Alaimo: lo so che mi odi, ma c’è di peggio nel mondo, c’è Marc Marquez.

Marc Marquez è un fetentone: ti tampona e poi ti chiede scusa. Poi ti ri-tampona e ti richiede scusa. Poi ti ri-tampona e ti richiede scusa. Poi ti ri-tampona e ti richiede scusa. Praticamente siamo entrati in un loop per cui ti chiede scusa in anticipo per la tamponata successiva. Troppo comodo. Sul caso motoristico molti si sono interrogati, qualcuno dice “anche Valentino era un merdone all’età dello spagnolo”, altri ancora dicono “Biasin qui si parla di calcio, smettila di fare i minestroni”. Avete ragione, basta minestroni. Parliamo di calcio.

La prima cosa che mi viene in mente pensando al pallone è che la lotta Champions è molto accesa. Se trovate che questa considerazione non sia granché originale riflettete su Lazio-Inter in programma all’ultima giornata. Metti che ci sia in ballo il quarto posto, cosa succede con il bestiale conflitto d’interessi di De Vrij, futuro nerazzurro? Son domande, inutili ma pur sempre domande.

La seconda cosa che mi viene in mente è “lo strano caso di Marcelo Brozovic”. Brozovic fino a carnevale era uno stronzo da mandare via a calci nel culo, un indegno, ridicolo, eccetera. Da un mese è tornato a giocare come sa (e come potrebbe e dovrebbe sempre) e, allora, “senza lo squalificato Brozovic cosa ci va a fare l’Inter a Bergamo?”. C’è un amore per il disfattismo incredibile. L’Inter in un modo o nell’altro è ancora artefice del suo destino (ad oggi il raggiungimento dell’obiettivo stagionale non dipende dai risultati degli altri). Negli ultimi sette giorni Spalletti ha rimediato una miseria di punti, soprattutto rispetto a quanto proposto, ma è in “buona” compagnia. Il termine “fallimento” avrà sostanza solo se la squadra non raggiungerà il quarto posto e comunque a cose fatte. Eppure è tutto un proliferare di “disastro di qua”, “che pena” di là. C’è una sorta di amore per l’autocommiserazione che contrasta assai con l’unica cosa davvero utile in questo momento: l’unità d’intenti. Il resto lo deve fare una squadra che, ad oggi, ha mandato in gol la miseria di 10 giocatori diversi: solo il Cagliari con 9 ha fatto peggio (fonte @pallottoledicalcio). Spalletti ha un problema? Eccome, ne ha molti, ma questa certo non è una novità, almeno per chi si è reso conto da dove arriva questa squadra. La strada è difficile, ma lo è per tutti.

La terza cosa che mi viene in mente è che tutti dicevano “il rinnovo di Gattuso è una grande idea! Se l’è meritato! Dov’è il rinnovo? Fategli il rinnovo!”. Dopo la partita col Sassuolo qualcuno ha sterzato: “Non si poteva aspettare? Ma poi, perché un triennale? Meglio Conte”. Curioso il fatto che molti tra quelli che “meglio Conte” sono anche quelli che “il Milan fallirà”. E che cazzo è, l’armageddon? Gattuso è la scelta giusta per un semplice motivo: conosce il Milan meglio di tutti, sa quello che fa, ha idee chiarissime, molto più di quelli che ad agosto dicevano “questa è una squadra che può vincere lo scudetto” e ora frignano perché “non si andrà neppure in Europa League”. La stagione del Milan è questa, se vogliamo piena di contraddizioni fuori e dentro il campo, ma di sicuro “viva”. Un anno fa di questi tempi il Milan e i suoi tifosi vivevano l’attesa del closing, il passaggio di proprietà che sarebbe arrivato il 13 aprile dopo lunghe peripezie; oggi la società è profondamente cambiata, affronta questioni e problemi tutti i giorni e tanti altri dovrà affrontarne, ma in qualche maniera è tornata ad avere un senso, quello che aveva smarrito dopo cinque anni di “non-decisioni”.

La quarta cosa che mi viene in mente è che il Napoli fino al 90’ del match contro il Chievo era per tutti una squadra allo sbando, ridicola, da buttare, qualcuno fischiava, molti sentenziavano. In tre minuti è cambiato il mondo ed è esplosa la festa, un’altalena di emozioni con la quale dovremo fare i conti almeno fino al 22 aprile, giorno dello scontro diretto con la Juve. Oh, pensatela come volete, è probabile che il Napoli non ce la faccia, ma se Bayern, Psg, Barcellona e City festeggiano il titolo con 40 giorni di anticipo e, invece, in Italia c’è ancora “vita”, il merito è tutto di questo gruppo qua: contestarlo è quantomeno ingeneroso. E in ogni caso il discorso è sempre lo stesso: i fischi sono sempre legittimi, almeno fino a quando non diventano controproducenti.

L’ultima cosa che mi viene in mente è che non so se davvero Morata è nella testa della Juve, ma certo il suo ritorno non sarebbe una cattiva idea. Dovesse tornare non ritroverà Allegri, o forse sì. Di sicuro fa sorridere chi di fronte alle parole del tecnico (“a Torino sto benissimo”) replica con “dice che sta benissimo? Allora andrà via”. Il resto è Champions, ovvero quattro personalissime considerazioni sulla probabile eliminazione dei bianconeri pubblicate su Esquire qualche giorno fa. Ve le ripropongo qui.

Nb. Qui non si parla di fatturati.

(twitter @FBiasin).

A un bel punto "quello là" fa la rovesciata. E un altro gol già l'aveva fatto. E "quello là" non ha nessunissima remora a infierire e, infatti, sforna l'assist per lo 0-3: è il momento più difficile degli ultimi sei anni e tre quarti in casa Juve.

Molto dicono "che pena", altri sono ancora più severi ("colpa di Allegri!" o "colpa della dirigenza che non spende!") e non si rendono conto che questo non è il momento degli attacchi e del veleno, semmai quello dei ringraziamenti e dell'ammirazione. Va ammirata una squadra che riesce costantemente a stare tra le prime otto in Europa nonostante tutto. E, badate bene, "nonostante tutto" non è poco.

I problemi della Juve non si chiamano Real, Barcellona, City, Paris Saint Germain, Bayern Monaco, Manchester United. O meglio, certo che lo sono, ma sono solo conseguenza dello "status quo". Lo status quo è quell'atteggiamento dell'Uefa - mirato e voluto - che non premia i club virtuosi, ma quelli con il grano; è il modo di fare di chi a parole dice "operiamo in funzione del benessere comune e, quindi, che tutti rispettino il fairplay!", ma poi all'atto pratico si traduce in una forbice tra ricchissimi e resto del mondo che si allarga sempre più; e allora la stragrande maggioranza dei club prova a tirare la fine del mese, pochi riescono a stare nel sistema grazie a veri e propri virtuosismi (vittorie in campo + gestione oculata) e pochissimi, invece, si permettono di fare quel che vogliono secondo la legge non scritta (ma assai reale) del "alla peggio pago".

La Juve che da un lustro riesce a contrastare gli sceicchi, che se la gioca con i club foraggiati dalle banche, che combatte alla pari con quelli arricchiti da diritti tv per noi utopistici è un esempio donchisciottesco e quasi unico di gestione illuminata e certamente logica.

Chi dice "spendete di più!" non capisce o finge di non capire che quella - potete scommetterci - sarebbe di sicuro la via migliore per finire gambe all'aria in pochi e sciagurati anni.

La Juve non deve cambiare, è un esempio di gestione che andrebbe copiato, esportato e soprattutto "imposto". Sì, imposto. Imposto ai petrol-spendaccioni, ai club indebitati che se ne fottono perché tanto ci pensano le banche, imposto "all'Uefa" e "dall'Uefa" che, però, al contrario, si tappa occhi e orecchie per un unico e semplice motivo: la convenienza.

E allora complimenti Juve, hai fatto e fai miracoli perché combatti in un sistema avariato "a monte" e un altro marcio "a valle". E per "a valle" intendiamo "a casa nostra". Il prodotto-calcio in Italia è allo sbando, semi-abbandonato, di sicuro maltrattato. Verrebbe da dire: "Copiamo dalla Premier!" ma sarebbe come dire alla Gegia "vestiti come Matilde Gioli": sempre la Gegia resterebbe.

E allora torniamo al principio, alla rovesciata di "quello là" che stronca la Zebra e ci fa venire un brivido: se l'elite del calcio massacra i pluri-campioni d'Italia e i pluri-campioni d'Italia massacrano il resto delle squadre tricolori, allora quanto ci vorrà prima che le nostre fantasie da bar ("massì, adesso a Milano, Napoli o Roma fanno dei gran mercati e tornano a ballare la rumba in Champions!") possano anche solo minimamente avere un senso? Viviamo nel ricordo di un passato pallonaro che non esiste più.


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