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Editoriale

Milan, solo gli slogan e le delusioni sono da Champions

27.11.2015 00:00 di Luca Serafini  Twitter:    articolo letto 12648 volte
© foto di Federico De Luca

Solo gli slogan e le delusioni sono da Champions
Travolte Bari e Inter in un trofeo collocato ancora una volta in una notte di Champions, il Milan attende la Sampdoria a San Siro: un evento allettante, considerato che i blucerchiati sono una delle peggiori squadre in assoluto per rendimento in trasferta. Con i rossoneri di Mihajlovic però non si sa mai: riescono a trasformare spesso la routine in imprese negative, quindi meglio ricorrere agli scongiuri di rito. Come quando ci si leccano i baffi osservando il calendario residuo da qui alla fine dell'anno. Il tecnico alle soglie di Natale sta ancora dando i numeri parlando di moduli, non essendo ancora chiaro se il 4-3-3 sia più funzionale del 4-4-2 e viceversa, non capendo soprattutto quali dovrebbero essere gli interpreti delle due differenti versioni e perché. La chiave resta sempre e comunque il centrocampo, in cui l'unica certezza è la giubilazione incondizionata di De Jong. Non stiamo parlando di Gerrard o di Pirlo, chiaro, si tratta comunque di uno che per Sinisa è certamente, indiscutibilmente peggio di tutti gli altri che giocano al suo posto. Così, con una mediana che non difende e non costruisce, la costante sono i tiri in porta numerati sulla punta delle dita (lo zero ricorre frequentemente), quindi l'assoluta incapacità di rimontare, sbilanciata dall'attitudine a passare in svantaggio. Senza Balotelli (sic!) e Menez ogni collina nell'area di rigore avversaria assume le sembianze dello Stelvio.

Lo spettacolo squallido di sabato scorso sul campo della Juventus ha rinfocolato la rabbia dell'amore. Alla pochezza cronica di un centrocampo molle, senza estro, nessuna vocazione all'inserimento, si aggiunge la povertà del gioco sugli esterni dove i terzini - quali essi siano - peggiorano regolarmente il proprio rendimento con il passare del tempo. Antonelli, protagonista di una stagione decente l'anno scorso, è finito inghiottito dalla modestia generale. Si vive di sussulti, di rari spunti individuali, di paure, incertezze che prendono il sopravvento alla prima difficoltà. Perché se la chiave resta sempre un mercato confuso per quanto spendaccione, il modulo da adottare e i suoi patetici interpeti, di sicuro la personalità labile rimane uno dei marchi di fabbrica più affermati nello spogliatoio dopo la caduta dei grandi senatori. Si sperava che Mihajlovic avrebbe dato almeno un po' di grinta, di rabbia e cattiveria agonistica, di corsa assennata, di voglia. Non vi è traccia di questo, non vi è traccia alcuna.

Da Champions restano i dubbi amletici, le delusioni, i numeri negativi, gli slogan. A chiacchiere questo derelitto Milan rimane uno dei Club più titolati al mondo: l'elenco è lungo, dallo stadio nuovo ai grandi ritorni strombazzati con caroselli mediatici, da colpi di mercato beffardamente sfumati a obiettivi di classifica irreali, da gap colmati nel sonno a hip hip hurrà danzati nella sala del caminetto, fino alla trattativa multimilionaria la scadenza della quale viene prorogata di settimana in settimana, di mese in mese, nel silenzio che Berlusconi (una volta il re della comunicazione) ha proclamato essere l'unica via nello smarrimento della sconfitta. Meglio il mutismo, allora, vista la frequenza con cui si succedono i rovesci. E vista la frequenza con cui viene interrotto da farneticazioni surreali e irritanti.


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