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Editoriale

Nuovo Milan, ecco i piani di mister Li. Contratto a Donnarumma, risanamento e la borsa. Ma nel 2018 servono 350 milioni. Juve, Dybala simbolo di un grande progetto

14.04.2017 00:00 di Enzo Bucchioni   articolo letto 28994 volte
© foto di Federico De Luca

Tra nostalgia e qualche rimpianto, Berlusconi saluta il Milan con le lacrime agli occhi. Mancherà a tutti. Umano, molto umano. Ma, signori è fatta.

Alla faccia di tutti quelli che fino all’ultimo hanno messo in dubbio perfino l’esistenza di Mister Li Yonghdong. Da ieri il Milan è dei cinesi e, dice qualcuno, peggio di ora non potrà andare.

Questo non lo sappiamo, di sicuro mister Li ha faticato a mettere assieme i 750 milioni necessari, complici forse le nuove leggi cinesi, e questa ormai è storia.

Ora si tratta di capire cosa succederà in futuro, che Milan sarà e che sarà del Milan, perché le risorse necessarie per il closing (circa 300 milioni) il broker cinese le ha trovate solo grazie al fondo Elliott Management che ha anticipato i denari. Il fondo, però, i denari li rivuole indietro entro il mese di ottobre del 2018 con gli interessi dell’undici per cento. Insomma, sulla carta oggi il Milan è di mister Li, ma c’è sopra un’ipoteca non da poco.

I piani, poi, non sono chiarissimi. Di sicuro mister Li in questo anno e mezzo dovrà far diventare il Milan nuovamente appetibile sul mercato cercando come prima cosa di risanare i bilanci della società rossonera che ogni anno perde attorno ai 70 milioni. Obbligatorio sarà anche un piano di rilancio sportivo a medio termine con lo sfruttamento del brand a livello mondiale, ma soprattutto si cercherà la quotazione in borsa per attrarre risorse esterne. In questo momento il Milan non sarebbe in regola con le norme borsistiche, ma le nuove leggi cinesi probabilmente consentiranno l’esportazione di valuta per le ristrutturazioni e il rilancio del Milan e allora mister Li potrà forse far scendere in campo i potenziali soci che si erano defilati. Vedremo.

La cosa certa è che trattasi di una acquisizione che ha per scopo ultimo una grande operazione finanziaria, sul tipo di quella messa in atto da Thohir con l’Inter, con un problema in più grosso come una casa: il Milan è stato valutato troppo. Rivenderlo non sarà facilissimo.

Da oggi in poi scopriremo quanto sarà abile mister Li nel mondo della finanza applicata al calcio (i risultati sportivi servono anche al rilancio economico) con una considerazione finale da tenere sempre presente: se entro il mese di ottobre dell’anno prossimo il broker cinese non estinguerà il debito (circa 350 milioni), il fondo Elliott diventerà proprietario del Milan e lo potrà rivendere a 400 milioni per rientrare, mentre Li perderebbe tutto l’investimento fatto.

Un marchingegno di scatole più che mai cinesi che speriamo funzioni. Certo, meglio sarebbe stato un acquirente diretto come Suning, tanto per capirci, ma diverse società sportive nel mondo comunque funzionano bene anche quando dietro ci sono fondi di investimento.

In attesa, i manager italiani di mister Li dovranno essere bravi a gestire da subito il rilancio sportivo. E’ chiaro che Donnarumma diventa il primo nodo da risolvere. Oggi il rinnovo a qualsiasi condizione è imprescindibile perché, al di là del valore tecnico del ragazzo, in un’ottica futura il giocatore potrebbe costituire una risorsa economica straordinaria e, all’occorrenza, finire sul mercato anche a 150 milioni di euro.

Secondo punto è l’allenatore. Montella ha lavorato bene, capiremo presto se Fassone vede nell’ex aeroplanino il tecnico giusto per il rilancio. Il gruppo è con lui e questo è un bel vantaggio. Le previsioni di rafforzamento immediato parlano di almeno 100 milioni da mettere sul mercato perché raggiungere la Champions League l’anno prossimo è quasi obbligatorio per attrarre risorse. In sostanza, investi per sperare di recuperare.

Rimanendo in tema allenatore, vale la pena guardare anche in casa Inter. Dopo i tanti nomi girati (da Conte a Mou), Zhang ha capito che è complicato prendere un allenatore sotto contratto. Ecco allora un forte interesse su Blanc, ex Psg, ma soprattutto ex giocatore dell’Inter. La pista è aperta con Pioli in stand by.

Passando alla Juventus, il rinnovo di Dybala fino al 2022 è un segnale fondamentale. Il ragazzo passerà da due milioni a cinque da subito, poi fino a quasi otto con i bonus. Insomma, stipendio da Higuain. Cosa vuol dire? La Juventus è entrata nell’elite dei grandi club d’Europa. Fino all’anno scorso era impossibile pagare certi stipendi, Pogba è andato via anche per questo, oggi invece con l’aumento del fatturato i bianconeri non solo possono permettersi grandi acquisti, ma anche grandi stipendi. Fino a qualche mese fa Dybala era visto come una pepita d’oro, un giocatore da vendere a Real o Barca (lo hanno chiesto) per una cifra enorme da reinvestire. Con il rinnovo a quelle cifre, invece, l’argentino è destinato a diventare una bandiera della Juventus nell’ottica di una società che è arrivata al livello delle grandi d’Europa e vuole restarci. Questo progetto ha convinto anche Allegri che dopo il Barca discuterà del prolungamento del suo contratto. Scade nel 2018, ha chiesto un triennale. Anche il suo stipendio (oggi cinque milioni) dovrà essere adeguato al livello dei top allenatori europei e comunque a livello dei giocatori più importanti, Dybala compreso.

Proprio le scarse risorse, invece, sono il problema della Fiorentina. Come sappiamo e abbiamo scritto da tempo (anche se qualcuno l’ha riscoperto in questi giorni) i viola hanno offerto il rinnovo a Bernardeschi. Un quinquennale a 2,2 milioni più bonus che dovrebbe arrivare a 2,5 e oltre. Per la Fiorentina tanta roba, ma c’è chi al giocatore ha offerto da subito quattro milioni a salire. Il vento è contrario, l’idea è quella di non rinnovare. Se Berna dovesse decidere di restare ancora un anno sarebbe un grande gesto d’amore per il viola, ma Conte ha pronta un’offerta per la Fiorentina da cinquanta milioni con quattro milioni per il giocatore. La Juve corteggia da mesi l’entourage di Berna, Inter e Bayern sono pronti. L’offerta viola al giocatore è partita oltre un mese fa, il silenzio di Berna non è un bel segnale.


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