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Editoriale

Pallone d'Oro, incenso e mirra: la Buffonata ha ragione d'esistere. Juventus, dieci anni avanti agli altri. Roma, questa stagione o mai più. Milan-Napoli, chi perde dice addio allo Scudetto

Nato a Bergamo il 23-06-1984, giornalista per TuttoMercatoWeb dal 2008 e caporedattore dal 2009, ha diretto TuttoMondiali e TuttoEuropei. Ha collaborato con Odeon TV, SportItalia e Radio Sportiva. Dal 2012 lavora per il Corriere della Sera
04.10.2015 08.12 di Andrea Losapio  Twitter:    articolo letto 85907 volte

Cinquantanove candidati. Da Cristiano Ronaldo a Messi, passando per Tevez, Aguero o Griezmann. Tutti in lista per un Pallone d'Oro che ama essere autoreferenziale, perché la questione è vecchia come il gioco del futbol. Chi è il migliore al mondo? È possibile in un gioco di squadra trovare il calciatore nettamente più forte degli altri, il più decisivo, quello che in ogni gara riesce ad avere quel guizzo in più? Ci sono dei dati oggettivi sui quali basarsi, ma è necessaria una domanda, e poi una premessa. La questione è: a che gioco sta puntando la FIFA? L'anticamera è dovuta, quando se ne discute: è giusto premiare chi è riuscito - grazie a prestazioni individuali e di squadra - a vincere durante l'anno, oppure è meglio essere coerenti fino alla fine, considerare più variabili e poi affidarlo all'attaccante (questi premi sono per fantasisti e punte, poco altro da dire) più bravo? Difficile non considerare Messi e Cristiano Ronaldo di un altro pianeta, dualismo bello come quello di Pelè e Maradona pure distante secoli calcisticamente parlando. Così, finché l'asticella sarà la loro, potranno dividerselo all'infinito. Umanamente ingiusto ma calcisticamente appropriato: chi si è arrabbiato perché la FIFA ha dimenticato Buffon ha poi sottolineato come Sneijder e Milito abbiano, di fatto, smascherato il giochino, che dal 2010 in premio non è più lo stesso, e via cantando. Peccato che i migliori fra gli illustri sconosciuti, da Atsu a Luongo, con Okazaki e Carlos Sanchez, abbiano comunque portato lustro al proprio curriculum, con una vittoria con la nazionale, con una finale, con un qualcosa di memorabile che farà diventare il 2015 come uno degli anni migliori della propria carriera. E poi, verrebbe da dire che a Buffon non frega niente. "Solo i giornalisti chiamano per queste cose", parola di Silvano Martina, il suo agente. D'altronde vince uno solo e Gigi, con un 2006 strepitoso, lo avrebbe meritato lì. Una nomination in più o in meno non cambia alcunché, mentre fa felice quelle componenti della FIFA che si sentono marginali. Insomma, nessuno scandalo. Si fa per dire.

Tiremm Innanz, direbbe Amatore Sciesa, ma non troppo. Perché il campionato assiste alla prima vittoria di Carpi e Frosinone, una ieri sera e l'altra lunedì scorso, ma pure all'involuzione clamorosa della Juventus. Giusto dire che lo è, perché per anni i bianconeri hanno dominato in lungo e in largo il campionato, mentre quest'inizio è faticoso, al contrario di una Champions dove c'è una seria ipoteca sul passaggio del turno. Ecco, la Juve sta vivendo un momento di passaggio, e potrebbe pure durare qualche tempo. Mi ricorda molto da vicino quello che è capitato al Bayern Monaco di qualche anno fa, quando il Borussia Dortmund di Klopp faceva incetta di trofei e record, distruggendo qualsiasi cosa passasse davanti alla sua strada. Il Bayern aveva un progetto serio e i ricavi stavano esplodendo, più di qualsiasi società di Bundesliga. Non è un caso se i bavaresi hanno raggiunto fatturati da Premier League, pur con un incasso derivante dalle televisioni infinitamente più basso. E senza sceicchi, solo con la programmazione. La Juventus sta facendo la stessa cosa: ha reso pubblico il bilancio in settimana, gli introiti sono di 360 milioni di euro, quasi il doppio rispetto a tutte le altre. I bianconeri possono steccare un anno, forse anche due, ma poi riapriranno un ciclo: quattro Scudetti di fila bastano e avanzano, e non è mica detto che sia finita qui. L'Inter non convince del tutto, la Fiorentina è da testare, il Napoli deve crescere. E la Roma è la grande favorita per lo Scudetto, al di là di quanto si possa dire: vero che Dzeko rimarrà ai box, pacifico che non ci sia una seria alternativa al bosniaco, ma i giallorossi hanno investito tanto. Forse troppo, perché la UEFA non permetterà di sforare ulteriormente i parametri del financial fair play. Il che significa, dopo gli oltre 30 milioni di euro di negativo dello scorso anno, vincere ora o mai più, perché il bilancio ha bisogno di essere alimentato. Centottanta milioni di euro (o poco più) valgono un Milan senza Champions, o comunque poco meno. Difficile essere iper competitivi senza vendere, soprattutto in un momento di esplosione dei fatturati. Se la Roma piange l'Inter non ride di certo. Lì entrano in gioco altri meccanismi, ma il deficit è comunque altissimo: insomma, la Juve non ha assolutamente un avversario credibile per i prossimi cinque anni. Almeno non economicamente. E il pallone non è più la storia romantica dell'Hellas di Bagnoli. Poi non sempre vince il più forte, ma le percentuali sono bulgare.

Infine, opportuno complimentarsi con i cinque gol di Sergio Aguero in venti minuti (i pokerissimi vanno di moda, dopo l'irraggiungibile Lewandowski) che non fanno di lui il miglior centravanti al mondo, bisogna registrare il solito flop sabato del Chelsea, oramai una consuetudine, con Mourinho che non sa più che pesci pigliare pure quando va in vantaggio, tradito da praticamente tutte le sue certezze. Ha detto addio alla Premier, oramai, perché i punti di distanza sono dieci. E lo farà anche chi, fra Milan e Napoli, dovesse perdere stasera. Perché il ciapanò della Serie A, è vero, rischia di rimettere in carreggiata le concorrenti più improbabili (magari non il Sassuolo, sebbene Zampagna possa tifare l'eventualità) ma è difficile che una delle due riesca, di colpo, a trovare bacchetta magica e risolvere i problemi. I rossoneri crescono una partita e si ridimensionano quella successiva, mentre gli azzurri devono trovare la quadratura: Sarri ha un grandissimo centravanti e una super batteria di incursori. Ma, d'altro canto, sembra che il Napoli non abbia la maturità giusta per trovare una striscia di dieci vittorie consecutive per recuperare, eventualmente, tutti i punti alle avversarie. Ammesso e non concesso che una fra Inter e Fiorentina sia in grado di reggere un ritmo vertiginoso.


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