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Editoriale

Pioli lavora. Ecco perché ci ha messo una settimana a farlo

Nato a Terni il 6 maggio 1976, lavora a Sky come vice caporedattore e si occupa del coordinamento del telegiornale. Tra i volti più conosciuti del calciomercato per l'emittente di Rupert Murdoch.
10.11.2016 00.00 di Luca Marchetti   articolo letto 20324 volte
© foto di Federico De Luca

Pioli ha iniziato a lavorare. E' passato da strafavorito ad accantonato, fino a diventare allenatore dell'Inter nel giro di una settimana. Una delle settimane più strane vissute (di sicuro dai tifosi nerazzurri) e anche da noi che abbiamo seguito (più o meno da vicino) la vicenda allenatore Inter.

Ma il fatto che sia strana non è detto che sia per forza sbagliata. A mio modesto parere (sempre che interessi) Pioli è la scelta migliore. E come me l'hanno pensata in tanti, durante questi ultimi sette giorni. In tanti che hanno espresso dubbi più o meno legittimi su Marcelino e Zola, gli altri candidati alla panchina nerazzurra. La penso invece diversamente sul discorso "casting", come ormai è stato comunemente definito.

Di sicuro la nuova proprietà nerazzurra deve capire bene come funzionano i meccanismi del calcio europeo, e soprattutto di quello italiano. Quindi l'errore più grande sta a monte, anche se un po' di tempo per assimilare i processi si può sempre dare ai nuovi.

Ma l'errore, eventualmente, sarebbe stato quello di non aver fatto questi famosi casting prima. E magari non mediaticamente. Ma non di averli fatti. Che De Boer infatti fosse in discussione credo che nessuno avesse dubbi. E nessuno avrebbe avuto da ridire se (con discrezione) la proprietà e la dirigenza nerazzurra avessero fatto questi famosi colloqui.

Nessuna proprietà al mondo lascia carta bianca per la scelta del proprio allenatore, in nessuno sport. Ogni proprietà si confronta con il proprio management, in qualsiasi azienda. Nelle multinazionali, come ora è l'Inter, è più difficoltoso comunicare: distanze, linguaggi, culture. Anche competenze. Questo dovrà servire di "lezione", si dovrà tenere conto del precedente per evitare di commettere di nuovo (eventualmente) lo stesso errore. Ma - potete scommetterci - ci saranno ancora i colloqui. Magari non saranno alla luce del sole. Magari saranno fatti a Nanchino, o a Londra. Ma ci saranno sempre.

L'interview è una "moda" straniera, più americana che cinese. Ho letto in questi giorni un interessantissimo commento sulla Gazzetta dello Sport del direttore del Master FIFA Bocconi. Spiegava che nel mondo sportivo americano addirittura nel mondo dell'NFL i club erano obbligati a fare i colloqui di lavoro anche a coach di colore o delle minoranze per dimostrare pubblicamente che non esistono preclusioni nei confronti di nessuno e che potenzialmente il posto è aperto a tutti.

Questo singolare stile di scegliere il proprio manager è sicuramente lontano dal nostro modo di intendere la scelta dell'allenatore. Ed è molto più vicino alla scelta di un dirigente di un'azienda qualsiasi. Ma è l'effetto della globalizzazione. E allora, così come Suning dovrà capire meglio come funziona il calcio europeo e nello specifico quello italiano anche nel dettaglio con le sue dinamiche e ritualità e allo stesso tempo probabilmente toccherà anche a noi abituarci a questo tipo di cambiamenti. Inter cinese, il Milan vedremo come si comporterà dopo il closing con Sino Europe e che tipo di meccanismi si innescheranno tra i dirigenti italiani e i nuovi proprietari. La Roma americana già ha impostato alcune "regole" o idee che hanno fatto discutere (la famosa app di "casa Pallotta" per "sollevare" il ds da alcune incombenze). Impareremo a conoscere Mike Piazza a Reggio Emilia che ha progetti molto ambiziosi e una visione dello sport molto star&stripes, così come Tacopina o Saputo a Bologna e Venezia. In attesa di sapere se veramente anche il Palermo cambierà proprietà o meno... Insomma dovremmo prepararci ad accogliere stili e comportamenti diversi dai nostri, in cambio di una competitività da mantenere a livello internazionale. Visto che anche le grandi famiglie che finora avevano reso grandi le milanesi hanno capito che per mantenere alto il livello non era possibile continuare da soli...

Pioli è arrivato, i dirigenti italiani (Ausilio, Gardini e Zanetti) hanno avuto la pazienza di condividere le loro considerazioni (che avevano portato a quella scelta) con la "parte" cinese. Non la considero (personalmente) una vittoria di una parte sull'altra: piuttosto la vittoria della ragionevolezza. Non aver perso la pazienza (o l'obiettivo comune) è stata la chiave per arrivare alla soluzione migliore. Con in mezzo anche i consigli (interessati o meno) di Kia Joorabchian alla proprietà Suning, a confondere le acque e a creare una voce in più, sicuramente ascoltata.

Alla fine l'Inter ha trovato la soluzione. Ora la parola va al campo, che come al solito è il giudice supremo. Secondo il quale alla fine si deciderà chi veramente ha vinto e chi potrà sorridere veramente.


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