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La Giovane Italia
Editoriale

Un mercato sottotono, segno dei tempi. Nessuna regina d’inverno: a gennaio non si compra, si presta

01.02.2018 00:00 di Luca Marchetti   articolo letto 18078 volte
© foto di Federico De Luca

Beh, senza girarci troppo intorno. Non è stato un mercato esaltante. E’ stato comunque appassionante, questo senza dubbio, ma è difficile fare le pagelle, i giudizi o tutto quello che volete. Juve, Lazio e Milan non hanno fatto nulla se non qualche cessione minore, l’Inter non aveva la possibilità economica di farlo, la Roma ha giocato in difesa. Hanno provato a cambiare le squadre invischiate per la lotta per non retrocedere. Hanno provato a cambiare meno quelle impegnate per la corsa all’Europa. Non hanno sostanzialmente cambiato nulla, se non qualche investimento anche per il futuro, tutte le altre. Ma le storie, gli affari sfumati, i dispetti, le trattative ci sono state eccome e anche questo calciomercato ce lo ricorderemo. Perché non conta soltanto spendere: conta lottare per rimanere in alto.
La copertina di questo mercato la merita Verdi, senza ombra di dubbio. Lo abbiamo chiamato in tutti i modi, abbiamo provato ad interpretare il suo pensiero. Va, non va. Non vuole Napoli, ha paura di non giocare, ma vedrai quando parla con Sarri, e ma adesso che conosce Insigne. Ma sicuro va, come fa a non andare. Non va sicuro, impossibile che vada. Il rossoblu è meglio dell’azzurro, pizza contro tortellino. Per non parlare poi di quello che abbiamo detto (e scritto) dopo. Forse senza aver dato troppo peso alle parole dello stesso Simone che aveva provato a spiegare a tutti. Lui stesso era stato molto indeciso ma poi ha voluto sgombrare il campo da qualsiasi equivoco: rimango qui, sto bene qui, se me ne vado me ne andrò a luglio. Non è questione di Napoli o di Sarri (con il quale ho parlato) ma mia per un progetto di crescita. È stato coraggioso, scelta difficile, rara. Che poi sia giusta o sbagliata lo sapremo soltanto con il tempo. Forse lo saprà soltanto lui se e quanto rammarico avrà. Ma di sicuro ne abbiamo parlato tanto di lui e la sua decisione di rimanere a Bologna ce la ricorderemo a lungo.
Ci ricorderemo meno del no di Dzeko al Chelsea. Forse perché non è un vero e proprio no, forse perché anche la Roma un accordo totale non l’aveva. Forse perché comunque ti rimane quella sensazione dentro che sembrava più una scelta dettata dalla ragione (quindi i numeri del bilancio) che dal cuore. Dzeko rimane, molti tifosi (probabilmente quasi tutti) tirano un sospiro di sollievo. La corsa al quarto posto non è compromessa, ma la Roma dovrà vendere comunque. Questo è il destino di chi ha l’obbligo del pareggio di bilancio e i vincoli del FFP.
Ci ricorderemo dei tentativi dell’Inter di muovere qualcosa pur avendo a disposizione uno spazio di manovra estremamente limitato. Hanno provato comunque i dirigenti nerazzurri a completare una rosa che ora non riesce più ad essere brillante come prima. I motivi sono tanti e forse neanche di troppo facile soluzione, del calo. Ma comunque fino all’ultimo giorno hanno cercato di migliorare la rosa nonostante i paletti del FFP e delle disposizioni cinesi. Di nomi ce ne sono stati tanti, trattative, idee. Ma la difficoltà maggiore è stata proprio quella di dover continuare ad operare all’interno di un recinto molto stretto. Questo però non ha impedito l’arrivo di Lisandro Lopez, né quello di Rafinha. Né i tentativi per cercare di accontentare fino in fondo Spalletti.
Ci ricorderemo del Napoli, nel gennaio da capolista, che non ha voluto lasciare nulla di intentato. Younes che arriverà a giugno, il ritorno di fiamma su Klaassen, la corte a Verdi e l’assalto a Politano. Idee a disposizione di Giuntoli per mettere nelle migliori condizioni Sarri. Comprare tanto per comprare non conviene e così è anche inutile prendere giocatori che poi non avrebbero giocato molto nell’economia del gioco di Sarri. Per Politano va detto che Giuntoli ci ha provato fino all’ultimo ma non si è incastrato nulla. Il Napoli è stato sfortunato a pescare fra i suoi possibili rinforzi uno che non aveva intenzione di spostarsi e una società molto determinata a non impoverirsi.
E se la Juve sembrava aver già fatto tutto prima, il Napoli ha dovuto limare per cercare il sorpasso definitivo. Tuttosommato quello che si vede anche sul campo.
Ci ricorderemo di Pellegri e dei 25 milioni di euro che il Monaco ha versato nelle casse del Genoa. Altro emblematico caso della salute del nostro calcio. Mentre in Figc non si trovava un candidato credibile e uno straccio di accordo, uno dei talenti più promettenti del calcio italiano si accasava all’estero. Ormai l’Italia sembra essee diventato questo: un trampolino di lancio per i talenti. Difficile competere con i ricchi per arrivare a questo tipo di giocatori. Altrettanto complicato sperare di sopravvivere allevandoli questi talenti e poi venderli.
Il mercato sta cambiando sotto i nostri occhi. Ci sono giocatori da 160 milioni di euro e giocatori in prestito con stipendio quasi dimezzato nella stessa sessione. Ci sono difensori da 80 milioni di euro e attaccanti di lignaggio in svincolo o in prestito. Il mondo calcistico sta cominciando a dividersi, a strapparsi. E fintanto che resiste la bolla dei superprezzi delle supersquadre, il divario è destinato a salire. E l’Italia è destinata a recutare un ruolo di trampolino, più che da protagonista assoluta.
È stata la sessione di mercato con meno trasferimenti a titolo definitivo di sempre. Quella in cui è mancato il vero e proprio colpo che comunque a gennaio c’era sempre stato. Fino alle 12 dell’ultimo giorno di mercato non c’era neanche un acquisizione a titolo definitivo che sforasse la doppia cifra.
Poi è arrivata quella di Babacar, con il prestito di Falcinelli. Giusto in tempo per prendersi la palma del colpo di mercato. Insieme a Silva sbarcato a Roma per 6 milioni. Al netto delle operazioni dell’ultimo giorno, quindi di ieri, l’Italia da sempre protagonista nel mercato, aveva speso 14,45 milioni e incassati 60 (fonte transfermarkt). Tredicesimo posto in classifica mondiale. In testa la Premier con 361 milioni spesi, poi la Liga (270), terza la Bundes (72). Capite il divario? Hanno speso più delle italiane in Argentina, in USA, in Brasile, in Belgio, nella seri B inglese, in Messico e in Giappone (oltre che Francia e Cina). È migliorata di poco la situazione oggi ma rimane un dato su cui riflettere.
Segno dei tempi. Prestiti, prestiti con obblighi legati ad obiettivi, percentuali di futura rivendita. Il calcio si cautela. Gennaio stavolta non ha fatto sognare molto, ci ha riportato forse alla realtà dopo un’estate pirotecnica, la migliore di sempre. In cui tanti avevano fatto molto e ora sperano di raccogliere i frutti.
Ora godiamoci il camionato, per quanto conta. Ma non dimentichiamoci mai che ci sono un sacco di nodi ancora da sciogliere: Emre Can e la firma con la Juve, Lautaro Martinez e l’Inter, Napoli Younes. La firma di De Vrij arriva o non arriva? E Icardi davvero va al Real? Tenetevi forte, il mercato non finisce mai


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