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La scheda di Carlo Nesti

Carlo Nesti: "Toro: cosa è stato, per me, il Filadelfia"

17.10.2015 11:44 di Carlo Nesti   articolo letto 12168 volte

Una via dedicata al calcio, anche se nessun vertice, in Comune, l'ha mai deciso, anche se ci sono solo persone e luoghi da ricordare, anche se unicamente l'immaginario popolare lo ha stabilito.

Parlo di Via Filadelfia, a Torino, che per decenni è stata Stadio Comunale, Stadio Filadelfia, e Campi Combi e Marchi, tutti raccolti nel giro di poche centinaia di metri, come un "Expo a cielo aperto". E parlo del Filadelfia di Via Filadelfia, quel "tatuaggio edilizio", che ha segnato per sempre l'anima dei tifosi granata, e che continua a segnarla pure ora, per quanto, fisicamente, non esista più.

Ma quale Materia può resistere all'intensità dello Spirito, se quello Spirito è infarcito di un fantastico intreccio di ricordi, che si tramandano, in una sorta di "vangelo laico"?

Per me, Stadio Filadelfia, significa rammentare me stesso su quel campo, negli anni Ottanta, quando 3 volte la settimana, nell'ora di pranzo, si andava a giocare con altri "amici del pallone". C'erano Bernardi, Bonetto, Campini, Pairetto, Perucca, Salvadori, Santin, Tardito e Trentalange, e il solerte magazziniere Brunetto ci faceva trovare sempre pronti magliette e asciugami.

Ricordo che un giorno portai, con me, Mauro, un tifosissimo della Juve, e insieme camminammo sotto il tunnel, che collegava gli spogliatoi al campo di gioco, penetrando nel Fila. Mauro, a metà tunnel, si fermò, quasi al buio, per qualche attimo, e poi proseguì, senza che io dessi molta importanza a quella sosta inattesa, nel tintinnio di scarpe e tacchetti.

Più tardi, dopo la partitella, mi confidò: "Io sono della Juve, certe cose dovrebbero lasciarmi indifferente, ma sai che lì sotto mi sembrava di sentirli dentro di me, sopra di me?".

I fantasmi del Grande Torino, gli Spiriti, dal di fuori della Materia, di Valentino Mazzola e compagni, in una "presenza" metafisica inspiegabile, che in quell'impianto abbiamo avvertito in tanti. E non era un peso opprimente, ma una carezza della storia, che ci accompagnava sempre, e che donava ad ogni armadietto, attaccapanni, doccia, e poi ad ogni filo d'erba, un senso speciale.

Stadio Filadelfia, per me, è stato sapere che mio papà bianconero, negli anni Quaranta-Cinquanta, doveva mordersi la lingua, quando Boniperti, per caso, segnava in un derby.

E' stato vedere, con mio zio granata, Pulici, negli anni Sessanta, sfondare le reti in una partita della De Martino, sotto lo sguardo estasiato di noi "profeti del Ciclone".

E' stato sorridere a Ferrini, negli anni Settanta, che pedalava su una cyclette, mentre Radice era in conferenza stampa, e cercava di tornare alla vita, prima del secondo attentato della morte.

Avrebbero potuto anche sbriciolare l'ultimo troncone di tribuna, rimasto in piedi, radere al suolo qualsiasi traccia di manto verde, e costruirci su sprezzanti palazzi e supermercati. Ma non sarebbero mai riusciti ad ammazzare lo Spirito, a farci dimenticare che il Fila era lì, e che lì una squadra "impossibile" suonava la sua carica, e vinceva i suoi scudetti.

Ci hanno provato, e non ci sono riusciti: e non ci riusciranno mai, perché esisteranno sempre i libri, a passare di mano in mano, e a trasmettere la "fede", per l'eternità. Non ci riusciranno mai, perché il sogno, forse, ricomincia...


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