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Un plebiscito per Gravina, storia di una Lega Pro che si riscopre unita

16.11.2016 09.15 di Ivan Cardia  Twitter:    articolo letto 5982 volte
© foto di Ivan Cardia

Qualche parola dura c'è stata. Qualche straccio ha provato a volare. Ma sono state più che altro voci fuori dal coro. Quasi unanime: l'era Gravina inizia, o meglio continua, con un plebiscito. La rielezione di ieri, a circa dieci mesi dall'elezione del dicembre scorso segna di fatto un nuovo corso per la Lega Pro. Arrivata spaccata e disunita alle elezioni di Natale 2015, quando Gabriele Gravina aveva sì vinto ma non aveva certo conquistato una fiducia così ampia. D'altra parte, era impensabile che succedesse: troppe correnti, troppe scorie di un conflitto durato a lungo e di cui ancora si paga il prezzo. Dieci mesi fa non poteva arrivare un'investitura di queste dimensioni, la Lega Pro non era pronta a tagliare del tutto i ponti col passato. Ieri, serviva un consenso forte, deciso. È arrivato, rispettando le attese. La rielezione non era in dubbio, la stragrande maggioranza che l'ha accompagnata segna però un qualcosa di diverso. Perché adesso non c'è più un presidente che durerà un anno, ma uno che dovrebbe durarne almeno quattro. Perché ieri gli echi del passato hanno rimbombato in un silenzio quasi glaciale. Perché i sassolini dovevano uscire da alcune scarpe e invece sono finiti fuori di altre. Durerà, questa ritrovata compattezza? È un pronostico difficile, se non impossibile. La fragilità, economica ma non solo, della Lega Pro è strutturale, non temporanea. È il riflesso più chiaro di un sistema calcio che ha ancora tanta strada da fare per potersi dire sano. E quindi le crepe potranno affiorare. Dall'altro lato, l'idea che lo stesso numero uno possa poi puntare alla poltrona della FIGC resta comunque sullo sfondo. Smentita dal diretto interessato, che nello svolgimento dell'assemblea ha letto la mail personale di Tavecchio e a domanda diretta ha risposto negando questa possibilità. Aggiungendo poi: "devo fare i compiti a casa, ma deve anche farli qualcun altro". Distensione sì, ma servono i fatti.

I fatti, appunto, chiudiamo con quelli. Meno di un anno fa, Gravina ha raccolto una lega a pezzi, da quasi ogni punto di vista. Qualunque valutazione si dia del perché si sia arrivati fin lì, questo è un fatto, pressoché incontrovertibile. Dieci mesi dopo, si poteva fare di più, si poteva fare di meglio, certo. L'ha detto lo stesso presidente rieletto. Non tutto ha funzionato: per fare un esempio, l'esperienza da vicepresidente di Alessandra Borgonovo, che pure all'elezione aveva colpito in positivo un po' tutti, non ha lasciato il segno. Il mantenimento delle sessanta squadre, poi, è forse di troppo per un sistema che fatica a vedere un disavanzo positivo fra costi e benefici. Si poteva fare di più, sia pure. Ma si è anche fatto tanto. Il consenso quasi unanime (55 voti su 59, nessuna delega, una sola società assente, il Lecce, per un treno perso) già da solo basterebbe a testimoniarlo. Si sono ridotti i costi, per esempio: non una quisquilia. Non ci sarà uno sponsor unico ma c'è l'Unicef, che non è proprio l'ultimo brand del circondario. I numeri sulle maglie sembreranno un vezzo ma nel calcio del nuovo millennio si guadagna soprattutto col marketing, dal Manchester United in giù. Ci sono state proposte: c'è il progetto rating che può essere un fiore all'orecchio. Finalmente anche in Italia si è iniziato a parlare di seconde squadre, pure se poi non spetta certo alla Lega Pro riformare il calcio italiano. Come nel caso del format: 60 squadre in terza serie sono tante. Ma 22 in Serie B e 20 in Serie A sono ancora di più, sono ancora meno sostenibili. Sia a livello economico che di competitività sportiva. E visto che le abbiamo nominate, parlare di Lega Pro contrapposta ad A e B fa un po' ridere. A, B, Lega Pro; che strano alfabeto, non veniva la C? Non è una questione solo di nome, è una questione di immagine, è un biglietto da visita stonato. E l'immagine ormai fa tanto, se non tutto. Come quella solida che ha dato ieri la Lega. Anche per nascondere qualche crepa, qualche frattura. Si poteva fare di più? Si potrà fare di più, con un inizio così.

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