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Jay-Jay Okocha, un doppio passo in cambio di un titolo. Per la gloria eterna

14.08.2016 05:00 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 34093 volte
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport

Augustine Azuka è nome che mai passerà agli annali. Jay-jay sì. E dire che era il nomignolo del fratello maggiore Emmanuel, che diventerà dunque Emma Jay-jay Okocha. Il fratellino più piccolo un giorno diventerà un circense del pallone, funambolo meraviglioso da vedere. Passione degli esteti, di quelli che pensano che il tacco, che la rouleta, che il sombrero e che il doppio passo siano l'anima brillante del pallone e che il gol, magari sporco, magari di rimpallo, sia solo una fortuita e quasi fastidiosa parentesi. Jay-jay Okocha nasce in una famiglia povera in Nigeria e dell'infanzia ricorda che "quando ci permettevamo il lusso di usare un pallone, era un successo". Al calcio che non conta, ma che comunque è professionismo, arriva per caso. Quando il suo amico Binebi Numa lo portò piccolissimo con sè al Borussia Neunkirchen, in Terza Divisione. "Posso giocare con voi?". Stupì a tal punto l'allenatore che decise di tesserarlo. Un anno e pochi mesi dopo, era in Bundesliga, all'Eintracht Francoforte. Okocha è stato il giocatore africano più pagato degli anni '90, 14 milioni di sterline dal PSG ben prima dell'avvento degli sceicchi. E' stato il mentore parigino di Ronaldinho, in carriera ha giocato poi anche con l'Hull City e prima ancora con il Bolton Wanderers. "Perché Dio mi ha detto che è cosa giusta". Ad Ogwashi-Uku, Nigeria, trovate il 'Jay-jay Okocha Stadium', lui che è stato capitano delle Super Eagles. In carriera non ha mai vinto un campionato, ma è la perfetta fotografia di quel che Augustine Azuka è stato da calciatore. Non un uomo squadra. Non uno che giocava per gli altri. Mai un trofeo di squadra, sette volte giocatore nigeriano dell'anno, numero 12 nella classifica dei migliori giocatori africani di sempre e Pelè lo ha addirittura messo nella top 100 dei calciatori d'ogni tempo. Jay-jay Okocha, in fondo, non ha mai giocato per i titoli e neanche per vincere. Lo ha fatto per il calcio, poeta con le treccine di un pallone che fu.

Sono nati oggi anche: Morten Olsen, Freddy Rincon, Stig Tofting, Benito Carbone, Jared Borgetti, Giorgio Chiellini, Ljubomir Fejsa, Ander Herrera, Luca Bittante, Neal Maupay, José Machin.


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