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Buffon Day: l'88, Boia chi molla e tutte le uscite a vuoto

17.05.2018 09:30 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 42985 volte
© foto di Federico De Luca

L'Italia festeggia, sorride. E' ebbra di gioia dopo il Mondiale conquistato in Germania e serve lo zoom, nelle immagini registrate, per mettere Gianluigi Buffon alla berlina. Sul bus, al Circo Massimo, prese uno striscione dei tifosi festanti. "Fieri d'essere italiani", era la scritta nera, spray, con la firma di Fidene Presente. Solo che, nell'angolo, in basso a sinistra, campeggiava una croce celtica, simbolo utilizzato dalle formazioni di estrema destra. Scattò l'indignazione popolare, che coinvolse anche le più alte cariche dello Stato ma Buffon, di quel simbolo, disse di non essersene accorto. Così come, anni prima, ai tempi di Parma, ammise di "non conoscere il significato del numero 88". Che è pure quello simbolo neo-nazista, con la H che da ottava lettera dell'alfabeto equivaleva a HH, ovvero Heil Hitler. "Ho scelto l'88 perché mi ricorda quattro palle e in Italia sappiamo tutti il significato delle palle: forza, determinazione -si giustificò Buffon-. Volevo lo 00 ma la Lega non me lo ha permesso. Poi ho provato con lo 01, perché era il numero di General Lee, l'auto della serie Hazzard ma anche in quel caso, nessuna risposta positiva". Così l'88 dello scandalo, ma Buffon disse di non essere a conoscenza dell'accostamento simbolico, così come quando nel 1999 si presentò davanti alle telecamere della Rai con la scritta, a pennarello, sulla maglia "Boia chi molla". Slogan fascista, silenzio dagli studi, turbinio di polemiche a seguire. "Non so niente di politica, volevo semplicemente dire di non mollare ai ragazzi. Pensavo venisse apprezzata", si spiegò, aggiungendo nel suo libro Numero 1 che "a me quel motto era venuto dal cassetto di un tavolo in collegio. Lì, a tredici anni, avevo trovato quella scritta intagliata. Erano i primi anni che ero fuori casa, era un periodo difficile dal punto di vista psicologico. Feci mia la frase come incitamento a resistere, senza avere o sospettare ideologie politiche, e la tirai fuori sei, sette anni dopo quando la squadra stava attraversando un momento delicato". Ha sfociato spesso nel populismo spiccio, così come quando nel 2010 duellò con Roberto Calderoli, politico della Lega, sui premi per il Mondiale sudafricano da ridurre. "Non capisco come mai i politici cavalchino sempre l’onda del Mondiale per fare certe sparate, per poi fare retromarcia se le cose vanno bene". Si è talvolta messo a disquisire in modo forse troppo semplicistico di politica, come quando nel 2011 tuonò "l'italiano non ne può più. Gli ideali di destra e sinistra non esistono più", o quando espresse un forse non richiesto sostegno a Monti. Sparate che forse sono state frutto di un ambiente, quello del pallone, che porta i calciatori sotto troppo riflettori e a sentirsi in diritto di poter dire la propria su qualsivoglia argomento, spesso senza argomentazioni in merito. Che poi non riguarda mica solo il pallone, ma i lavoratori d'ogni borgo e latitudine, con l'esasperazione dei social a far sentire tuttologo quello che era un tempo l'esperto del bar all'angolo. A ciascuno il suo, scrisse mirabilmente Sciascia. Buffon, come ognuno di noi, dovrebbe tenerlo più spesso sul suo comodino.


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