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Serie A

Dal 2006 in poi una valle di lacrime

14.11.2017 14:15 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 8622 volte
© foto di Federico De Luca

Quel Mondiale, paradossalmente, ci ha danneggiato. Perché ha bloccato un riforma strutturale che era anche allora necessaria. Ma quella Coppa del Mondo vinta da chi era nel momento più alto della sua carriera (Cannavaro, Totti, Buffon, Totti, Del Piero e altri campioni, tutti prodotti di una generazione precedente) ci ha fatto credere che tutti i segnali negativi potessero essere cancellati con un colpo di spugna. Con un successo.

E così, mentre Francia, Germania e Spagna rinnovavano nel profondo i propri movimenti, noi ci crogiolavamo nel Mondiale vinto. Anche se ci allontanavamo in maniera sempre più evidente dai nostri più vicini competitor.
"Perché l'Italia viene fuori nelle situazioni che contano", si diceva alla vigilia delle grandi competizioni internazionali. Salvo poi ritrovarci presto coi piedi (o col sedere) per terra.

Dopo Germania 2006 non abbiamo più superato i gironi Mondiali. In Sudafrica siamo arrivati ultimi nel raggruppamento più debole della competizione: 1-1 col Paraguay, stesso risultato con la Nuova Zelanda e addirittura ko contro la Slovacchia. E tutti a casa con la coda tra le gambe, proprio come quattro anni dopo. Altro giro, altra corsa: battiamo l'Inghilterra, ma poi perdiamo contro Costa Rica e Uruguay e di nuovo tutti a casa prima del tempo. A Russia 2018 ancora peggio, nemmeno ci andiamo.

Tre figuracce consecutive che ci proiettano nel momento più buio nella nostra Nazionale. E che ci sbattono in faccia con violenza una verità: siamo da più di dieci anni ai margini del calcio che conta. E dobbiamo riformare questo movimento nel profondo, altrimenti nessuno ci schioderà da lì. Altro che blasone e tradizione.


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