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ESCLUSIVA TMW - Ct India: "Dal Nepal al Sudan. Ecco il mio giro del Mondo"

24.11.2018 07:45 di Simone Bernabei  Twitter:    articolo letto 6464 volte

"Amo il calcio, oramai è un gioco globale ed è per questo che sono in India". Inizia così la lunga ed interessante chiacchierata di TuttoMercatoWeb con Stephen Constantine, ex calciatore inglese classe '62 oggi commissario tecnico della Nazionale indiana. Un'esperienza professionale fuori dal comune che Constantine ha voluto raccontare dal WyScout Forum di Amsterdam.

Iniziamo dai motivi della scelta. Perché, da quasi 4 anni, è il ct dell'India?
"Per prima cosa amo il calcio, come già detto. Questa è la mia seconda esperienza in India e questa volta abbiamo risorse migliori rispetto al 2002-2005, ovvero alla mia prima avventura indiana. Nel 2015 mi hanno chiamato e mi hanno chiesto di dare una mano per migliorare la condizione della Nazionale, visto che l'India era nel punto più basso della sua storia per quanto riguarda il ranking FIFA. Avevano bisogno di aiuto e per me era una buona offerta. La federazione mi ha dato l'autorità per cambiare e modificare ciò che volevo".

Di che tipo di modifiche stiamo parlando?
"L'età media della squadra, quando sono arrivato, era 32 anno e non vincevano molte gare. Dovevamo cambiare la mentalità. Io grazie alla mia carriera ho una reputazione, ovvero quella di risolvere i problemi. Abbiamo fatto dei cambi importanti ma necessari, portando 47 nuovi giocatori in Nazionale negli ultimi 3-4 anni. 25-26 di questi sono under23, 10 di loro sotto under21. Sto costruendo una squadra da zero, ma questa cosa non mi spaventa. Come detto amo questo lavoro".

Che cos'è il calcio per il popolo indiano?
"L'Indian Superleague ha accolto giocatori importanti negli ultimi anni, come ad esempio Del Piero e Materazzi. E' un calcio in fase embrionale che si sta sviluppando, ma serve anche un po' di pubblicità per creare qualcosa di nuovo. Le persone pensano che fra il miliardo e mezzo di popolazione indiana ci siano tanti bravi giocatori di calcio, ma non è così. Ora però in India tutti conoscono il calcio, solo pochi anni fa non era così. E ultimamente siamo in una fase 'from zero to heros', visto che ci siamo qualificati per la Coppa d'Asia. Un po' come quando l'Islanda si è qualificata per gli Europei. Nessuno in Asia pensava che avremmo potuto raggiungere questo obiettivo, ma ogni volta che la squadra scende in campo migliora. Lo scorso mese abbiamo affrontato la Cina di Lippi, pareggiando 0-0. La gente non capiva come fosse possibile un risultato del genere e quando sono tornato in India sembrava che avessimo conquistato la qualificazione al Mondiale. Fra i giocatori e i tifosi c'è sentimento e passione. I ragazzi sono giovani, ma quando in India decidono di fare qualcosa la fanno".

Cosa hanno portato gli stranieri al calcio indiano? "C'è sicuramente un gap fra la qualità dei giocatori europei e quelli asiatici, soprattutto indiani. Loro portano qualità, disciplina e mentalità. Ma c'è anche il rovescio della medaglia: per i giocatori indiani è un bene giocare ed allenarsi con calciatori e allenatori europei, ma questi devono avere rispetto, della mentalità e della cultura. Quando sono arrivato in India ero io lo straniero, mi sono dovuto abituare alle loro usanze. E non loro alle mie. Io ho semplicemente portato le mie qualità, quelle per cui sono stato chiamato, e le ho unite a ciò che di buono c'era già".

Nel suo curriculum non c'è solo l'India. In passato anche Nepal, Malawi, Sudan e Rwanda...
"Come detto io amo il calcio e nel calcio a volte non decidi dove andare. Mi piace questo sport e devo lavorare per poter dare da mangiare alle mie tre figlie. Mi sento un privilegiato, un fortunato, per il fatto che queste nazioni abbiano scelto me per rappresentarli. Se sei nativo del posto è già una cosa importante essere ct, ma se sei straniero le responsabilità sono 10 volte superiori, perché rappresenti altre persone che ti hanno chiesto aiuto. Per esempio sono andato in Sudan perché me l'hanno chiesto, mi è capitata questa opportunità e l'ho colta, anche se ovviamente un giorno mi piacerebbe tornare in Europa e allenare in Inghilterra, Spagna, Italia o Germania. Non so cosa succederà domani, magari mi chiamerà qualcuno dal Botswana per allenare la Nazionale".

E allenare in Italia le piacerebbe?
"Non posso dirlo, non so dirlo. Non ho squadre preferite in Italia e per questo non voglio fare nomi. Immaginate se dicessi Napoli cosa penserebbe Ancelotti (ride, ndr). Io non decido le destinazioni, semplicemente ascolto le proposte che mi arrivano. Ma se mi chiedete se mi piacerebbe allenare in Italia la risposta è ovviamente sì".

Fra le sue innumerevoli e non comuni esperienze, qual è il ricordo più particolare?
"Per me dare l'opportunità ad un calciatore di giocare per la propria Nazionale è qualcosa di incredibile, così come vedere alcuni intraprendere grandi carriere. Questo è speciale per me. Ma se mi chiedete dove ho vissuto l'esperienza più particolare dico in Sudan. C'era una situazione difficilissima a livello politico, una volta decisi di andare in un villaggio per vedere un giocatore. Era a 4 ore e mezzo di macchina dalla capitale Khartum, dovemmo attraversare il deserto con una temperatura di oltre 40 gradi. Ad un certo punto mi chiamò il presidente della Federazione e mi chiese dove mi trovassi. Io ovviamente non ne avevo idea, gli dissi semplicemente che vedevo solo sabbia dietro, davanti e ai lati dell'auto. In quel periodo c'erano tante battaglie in giro per il paese e mi disse di tornare immediatamente a Khartum, perché stavo andando in un posto pieno di banditi e di rapitori dove loro non mi avrebbero potuto proteggere. Io gli risposi che dovevo vedere un terzino sinistro particolarmente interessante e dunque continuammo ad andare avanti. Dopo 30 minuti vidi un grande camion in mezzo alla strada, la mia macchina si fermò e pensai che ero davvero nei guai. Poi scesero diversi soldati del governo che cercavano me per accompagnarmi allo stadio... Mi hanno scortato, ovviamente con pistole e fucili in braccio, e accompagnato nella zona vip dello stadio. Ma non potevo vedere niente perché avevo persone in piedi davanti a me e i posti non erano così buoni come pensavo. Chiesi di spostarci e mi portarono a bordo campo con i fotografi. Il problema è che erano quasi 50 gradi, quindi osservai il ragazzo per 15 minuti e me ne andai. Ma tanto mi bastò per convocarlo in Nazionale. Questa è stata l'esperienza probabilmente più particolare, ma ce ne sono state tante altre. E infatti ho scritto anche un libro in merito".

Da inglese di nascita, cosa ne pensa degli allenatori italiani in Premier?
"Ranieri è una leggenda, ma non credo possa ripetersi una nuova favola Leicester. Lui sa lavorare bene con le squadre, ha personalità e conosce bene il calcio. Magari non vincerà la Premier, ma farà comunque qualcosa di importante. Sarri? Ha grande esperienza, è un grande allenatore e il Chelsea gioca un calcio super. Capisce nel profondo i giocatori ed i loro ragionamenti, ma non mi sorprende visto che in Italia avete grandi qualità da questo punto di vista e il livello degli allenatori è altissimo. Ma mi auguro che non vinca niente, visto che sono un tifoso dell'Arsenal".

© Riproduzione riservata
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