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Glerean: "Non conta solo vincere, ma lasciare tracce. Vorrei il mio 3-3-4 in Serie A"

TMW RADIO - Glerean: "Non conta solo vincere, ma lasciare tracce. Vorrei il mio 3-3-4 in Serie A"
© foto di TUTTOmercatoWEB.com
martedì 07 luglio 2020 19:01Altre Notizie
di Dimitri Conti

Ezio Glerean, oggi allenatore del Marosticense dove è iniziata la sua carriera da tecnico, si è collegato in diretta ai microfoni di TMW Radio, nel corso della trasmissione Stadio Aperto, condotta da Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini, iniziando nel suo intervento dal ritorno a Marostica: "Per me è stato tornare al passato, al tempo in cui allenavo una banda di ragazzini. Tornando da un soggiorno di due mesi ospite dell'Ajax, ho provato ad imitare quello che avevo visto: quei ragazzi oggi sono cresciuti e sono diventati dirigenti. Mi hanno chiamato per rifare quel calcio che facevo al tempo, ed ecco che siamo tornati insieme".

Che pensieri le vengono guardando indietro alla sua carriera da professionista?
"Non mi sono mai sentito tale, veramente. Per me il calcio è amore, passione a 360 gradi di un bambino che voleva diventare calciatore, e l'ha fatto anche se non ad altissimi livelli, per poi insegnare. Oggi vedo tanti dei miei ragazzi, uno di questi è Gotti dell'Udinese, che allenano e lo fanno in quel modo: con educazione, rispetto e ritenendo la figura dell'allenatore come un esempio. Purtroppo negli ultimi anni non è così, non è più nello scacchiere principale delle società, se non per alcuni casi come Gasperini, che è un grande amico, o Spalletti. Ragazzi che hanno portato avanti il loro calcio, dando un'interpretazione che sia anche educativa. Il calcio non è solo bello da vedere, ma può portare dei giovani a crescere e diventare delle brave persone prima di tutto. Dobbiamo dedicarci a quest'altra sfaccettatura".

L'idea del 3-3-4 fu di derivazione Ajax?
"Sì, ho avuto la fortuna di stare un paio di mesi da loro. Cruijff era il calcio in persona, oltre che un campione una grandissima persona, tecnico capace di insegnare e appassionato di questo gioco. La mattina allenava la prima squadra dei Van Basten e Rijkard, per poi andare quasi di nascosto al pomeriggio a vedere i giovani. Il coinvolgimento, che ho toccato con mano, dei ragazzi della prima squadra a partecipare agli allenamenti del settore giovanile. Queste cose sono poco pubblicizzate: si parla di tattica e tecnica, ma quest'uomo ha insegnato tante cose straordinarie".

Quanto danneggia la volontà di vincere e basta? Manca la cultura della sconfitta in Italia?
"Lo sconvolgimento del calcio in questa direzione è vissuta dai grandi, non dai bambini. Vedo bambini che perdono anche 12-0, per poi dimenticarsela subito al primo panino dopo la doccia. La sconfitta rimane nei grandi, negli allenatori: siamo noi ad aver stravolto questo mondo. Bisogna tornare alla normalità, al gioco, dare loro la possibilità di sviluppare scelte, pure giocando per strada. Oggi purtroppo le strade sono pericolose ma ci sono tanti centri sportivi: serve però educare gli allenatori, e anche i genitori, renderli partecipi del gioco e non allontanarli. A Marostica facciamo autogestione: i bambini, due alla volta, fanno la squadra e la seguono, due alla volta. Ci sono molti di loro che addirittura si lasciano fuori dalla squadra, per dire. L'allenatore va in tribuna coi genitori, ed è uno spettacolo vederli all'opera. La cosa sorprendente sono le scelte dei ragazzi, e le toccano con mano anche i genitori. Mi auguro che questa idea possa essere di ispirazione, anche perché di campioni non se ne vedono".

Lei ha detto che molti abbandonano il calcio perché non si divertono. Cosa c'è di sbagliato?
"Sono dati, numeri, che le federazioni conoscono. Settanta bambini su cento si iscrivono alla scuola calcio, ma a 13 anni più della metà hanno già smesso. Dobbiamo capire il perché: è come se ci uscisse il petrolio dai rubinetti e non sapessimo cosa farci. Perdiamo i talenti, che sono i primi ad abbandonare perché non hanno la possibilità di provare e riprovare, fare errori. I bambini vogliono soltanto giocare, e c'è la possibilità di metterli in condizione: tirandoci pian piano indietro, dare a loro la possibilità di creare limitandoci a guardarli dall'alto".

Limitativo ricordare il suo 3-3-4 come soli numeri?
"Quello è l'esempio di cosa puoi fare con un gruppo di uomini che credono in un obiettivo, in un modo di lavorare sul campo. Quando siamo arrivati in Serie B, perché il 3-3-4 è nato a San Donà prima di ripartire da Cittadella, dalla C2 e da quattro-cinque uomini che avevo a San Donà: con loro è stata la B. Si può fare qualsiasi cosa, e l'Atalanta lo sta dimostrando: grande organizzazione, capacità tattica, ma soprattutto un leader che è l'allenatore, oltre a quelli in campo. Pensate al Milan di Sacchi: hanno dato una svolta epocale con i campioni disposti a correre per tutti e sacrificarsi".

Lei giocava con un doppio centravanti, in un modulo già molto offensivo.
"Era anche bello vederli giocare: con certi giocatori davanti per gli avversari è difficile trovare soluzioni. Per un allenatore il problema non è la fase difensiva: quella riesci sempre a farla, il trucco è usare pochi uomini. Così davanti hai giocatori di talento che possono cambiare le sorti della partita, questa era l'idea. Secondo me andrebbe ancora percorsa nel gioco... Ricordo il Barcellona che con Messi aveva però anche Xavi e Iniesta a centrocampo: i tifosi vogliono divertirsi. Noi purtroppo in Italia ci divertiamo solo vincendo, è un'idea tutta nostra. Giocando bene però ci sono anche più possibilità di vincere".

Zeman diceva che lei attaccava più di lui.
"Lui è un personaggio straordinario, l'ho conosciuto, mi ci sono confrontato e ho imparato molto. A Foggia al tempo c'era Pavone come ds, mio compagno a Taranto: così mi gustavo i loro primi giorni di ritiro, e Zeman era un grande. Ricordo in viaggio che tutti lo guardavano ammirati: con la sua grande personalità faceva centro sui giocatori. Peccato che un allenatore del genere non sia nel gioco o comunque ad insegnare calcio a Coverciano".

Forse perché è scomodo?
"Chi dice quello che pensa non può essere scomodo. Ha anche tirato fuori che non si vedevano prima: certi personaggi vanno esaltati, non nascosti. Devono essere l'orgoglio dell'Italia e rimanere negli ambienti del calcio".

Lei si è mai immaginato a lungo ad allenare in Serie A?
"Mi sarebbe piaciuto. Sia da giocatore che da allenatore non l'ho mai toccata, è l'unica categoria che mi manca. Un po' c'è il rimpianto, anche se quando ero al Cittadella l'ho rifiutata tante volte, avevo dato la mia parola di portare avanti un progetto nel quale credevano tutti. Non mi è costato fatica rinunciare, anche perché quegli anni rimarranno nella storia. Dispiace solo non aver mai provato la Serie A, sicuramente potrei aver trovato soddisfazioni. Spero che qualcuno provi questo 3-3-4 e porti avanti l'idea".

Oggi un allenatore di Serie A può raggiungere davvero la felicità?
"Sì, penso ad esempio a Gasperini e credo sia felice del suo percorso. Ha avuto vicino persone di calcio, il presidente dell'Atalanta sa cos'è il calcio e che ci vuole pazienza. Io mi sono incontrato e scontrato con Zamparini: persona straordinaria ma impaziente, estroversa e condizionabile. Tempo fa ho letto il libro di Sacchi e penso lui sia stato felice, capendo quando doveva smettere perché non provava più gioia. Fondamentale stare bene dentro per poter raggiungere il massimo. O il fatto che Sorrentino (il regista Paolo, ndr) si sia ispirato al mio gioco per fare il film "L'uomo in più". Un allenatore, anche se non arriva in A, può lasciare qualcosa".

Felicità e successo non per forza sono collegate.
"No, non necessariamente. Quando mi invitano a serate con allenatori del settore giovanile, che sono più curiosi su altri aspetti oltre alla tattica, dico loro che non devono aver paura di sconfitte o esoneri: anche se rimangono tre giorni in un club, devono seminare. Conta lasciare qualcosa, anche creare un modo di essere, un senso d'appartenenza. Il Marostica non vinceva da vent'anni la Coppa Disciplina, ed è tornata a farlo: pure questo identifica una società e il lavoro degli allenatori. Anche perché i giocatori di oggi saranno allenatori e dirigenti del domani. Non bisogna cercare il compromesso ma essere presenti, andando via avendo lasciato qualcosa di tuo".


Ezio Glerean ai microfoni di Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini
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