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La Giovane Italia
Editoriale

Juve: giovedì Sarri, ma non finisce qui… Inter: Conte-Zhang-Marotta a Madrid per il piano mercato (e per una squadra meno “pazza”). Milan: Gattuso via, ma la soluzione non è un'altra rivoluzione.Roma: Gasp, De Rossi e l’appello di un tifoso

28.05.2019 00:00 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 64631 volte
© foto di Alessio Alaimo

Ciao. Sono stato alla finale di Amici. Ero un giurato. Votavo i cantanti e i ballerini. Io. Mi ha colpito molto il pubblico. Urlavano tutti come matti. Cioè, chiunque entrasse in studio partivano grida belluine tipo girone dantesco. Poteva essere pure il microfonista o una cugina della professoressa Celentano, e quelli urlavano: “AAAAAAAAAAHHHH!!!”. C’era da avere paura. A un certo punto una ragazza mi ha chiesto: “Ti è arrivata Giordana?”. Le ho risposto: “In che senso? A casa?”. Non capivo. In quel preciso momento, però, è entrato il maestro Peppe Vessicchio ed è partito un urlo da 10mila megatoni. “AAAAAAAAAAHHHH!!!”. Grida disumane, io ve lo giuro. Il maestro Peppe Vessicchio ha sorriso molto, ma secondo me in realtà stava pensando: “Ma che cazzo urlate?”. Mi sono molto divertito comunque. Appena torno a casa controllo se mi è arrivata Giordana.

Detta quest’altra stronzata, veniamo a noi. Finalmente è iniziato il mercato, che bello. Cioè, c’era anche prima, ma “prima” era disturbato da quegli eventi noiosi chiamati “partite di calcio”. Ora invece possiamo serenamente prenderci per il culo tra appassionati senza alcun genere di problematica. “Inter su Lavezzi”, “Ibra potrebbe tornare al Milan”, “la Juve rivuole a Pogba”, “Darmian piace a tutti” sono solo alcuni dei grandi classici della letteratura mercatesca.

È iniziato il mercato, dicevamo. Non ancora ufficialmente ma i nomi fioccano corposi ed è tutto meraviglioso. A dirla tutta per assistere alla vera e propria esplosione del troiodromo dobbiamo prima attendere che si completi il quadro delle panchine, comunque già discreto terreno fertile per spararle grosse.

Prendete la panchina della Juve: manca il maestro Peppe Vessicchio e abbiamo finito il giro dei nomi. Al momento noialtri beninformati ci stiamo buttando su Sarri. Settimana scorsa era Inzaghi. C’è stata la fase Pochettino, quella Guardiola (regge ancora in alcuni avamposti di internet, per la verità), quella Mourinho, quella Ancelotti, quella Mihajlovic, quella Conte, quella Mourotti (l’ibrido creato al laboratorio, metà Mourinho e metà Ancelotti, pare molto bravo). Domani pare possa tornar buono Inzaghi, ma occhio “alla sorpresa”. Ecco, noi ci giochiamo la carta “occhio alla sorpresa”. La carta “occhio alla sorpresa” è un po’ come “altro” nelle scommesse: si realizza di rado ma se ci becchi fai il figurone e incassi bene. In ogni caso oggi vince il partito dei Sarri e, quindi, sposiamo l’indiscrezione secondo cui dopo la finale di Europa League (giovedì) ci sarà un incontro tra le parti.

Diciamolo: sarebbe una scelta curiosa, completamente in controtendenza rispetto alla tradizione bianconera della “vittoria come obiettivo principale, anzi unico”. Poi oh, è anche vero che se a un bel punto ti vien voglia di cambiare fai bene a seguire l’istinto, soprattutto se sai di avere ampio margine sulle rivali nazionali.

Ecco, prendete l’Inter. La partita contro l’Empoli è costata 23423 infarti, 123 parti, 42234 amputazioni e un eccesso di richieste d’iscrizione alla pagina facebook “Danilo D’Ambrosio fai di me ciò che vuoi, sono il tuo Mark Caltagirone” (non esiste, ma potrebbe nascere ben presto). Molti hanno approfittato del finale al cardiopalma per gridare il loro dissenso nei confronti di Spalletti (ne parliamo in fondo), altri non accettano l’arrivo di Conte. Perché sì, Conte è effettivamente in arrivo.

Se leggete queste articolesse ben sapete che qui se ne parla da tempo. Cioè, su molte cose il sottoscritto non ci prende neanche per sbaglio ma su Conte siamo stati precisi e ce la tiriamo molto: sondaggi da Natale a marzo, accordo sulla parola i primi di aprile, conferma dell’accordo nei giorni “caldi” della separazione tra Allegri e la Juve (con tanto di sms spedito dall’ex ct all’ad nerazzurro), firma in arrivo (triennale da 10 milioni di euro circa). Sabato il bell’Antonio sarà a Madrid con Marotta e Zhang per assistere alla finale di Champions e parlare di “Inter futura”. Alcuni nomi sono già noti: Godin per la difesa, Barella per il centrocampo, Dzeko per l’attacco, Lukaku solo se il Manchester accetterà Perisic come parziale contropartita. In uscita Icardi (ma va convinto) e, forse, pure Nainggolan (ma bisogna trovare un compratore). Su Lavezzi attendiamo novità ma dovremmo essere ai dettagli (oggi, come sempre, mi arriveranno messaggi di questo genere: “Oh scemo, l’Inter non lo prende Lavezzi, lo scrivi solo tu! Sei un giornalaio! Ridicolo!”. Poi uno si domanda perché c’è chi crede che lo Stato, se hai bisogno, ti regala i soldi).

Andiamo presto a terminare che la noia incombe.

Vi dicevamo della trasferta romana. Ecco, scriviamo da tempo del corteggiamento della Roma a Gasperini (prima volta a marzo, ce lo disse un suo… buon amico, che tra l’altro aggiunse “chiederà l’acquisto di Kessie”), ma in attesa di capire se la cosa si concretizzerà ci va solo di raccontarvi di questo simpatico dialogo avvenuto proprio sabato sera nella capitale.

Tifosa giallorossa: “Tu sei giornalista? Posso rubarti un minuto?”.

Io: “Prego”.

Tg: “Sai qual è il vero problema della proprietà della Roma? Che non riesce a farci vincere? Non scherziamo. Noi tifosi della Roma siamo abituati come tanti altri a non vincere, ma al contrario non siamo abituati a restare senza “le nostre cose”, i nostri affetti. Ci hanno tolto Totti, ora De Rossi. Questo secondo te ci porterà a trionfare in Italia e in Europa? Non scherziamo. Noi tifosi della Roma non siamo mica degli illusi, chiediamo soltanto che chi sta al comando capisca che toglierci De Rossi non ci fa arrabbiare perché siamo capricciosi, ma perché in attesa di miracoli ci era rimasto solo quello, il nostro amore per chi se l’è guadagnato”.

Ho pensato di abbracciarla, ma c’era vicino il marito.

Infine il Milan. Inutile ribadire il concetto, ormai trito e ritrito: per il sottoscritto Gattuso merita applausi, per l’uomo che è (e lo dicono tutti), per l’allenatore che è diventato (e in molti non sono d’accordo). Il suo futuro non sarà sulla panchina rossonera, la decisone è presa. E allora ci sono delle cose da dire.

Il Milan è rimasto fuori dal paradiso per pochissimo, un punto o poco più che, probabilmente, si sarebbe potuto conquistare con la famosa “unità d’intenti”: era prerogativa del grande Milan dei bei tempi andati, ora non c’è più. Per intenderci, ci riesce difficile capire come si possa migliorare la situazione con un ad deciso a importare il “modello Arsenal”, con un possibile ds straniero, con la volontà imprescindibile di costruire una squadra “giovane e bella”, con la separazione da Leonardo, il ridimensionamento possibile di Maldini, con azioni molto logiche se non stessimo parlando di calcio ma di un’azienda di elettrodomestici, regole che certamente valgono nella Premier dei milioni a pioggia, ma non da queste parti. La serie A non è la Premier, pensare che l’affetto dei tifosi possa reggere di fronte a un piano economico che non contempla parimenti un piano sportivo è illusorio e, francamente, anche poco logico. Dalle nostre parti se fai come ti pare lo stadio non rimane pieno a prescindere, si svuota. E la gente, giustamente, si incazza.

Saluti e baci. E saluti anche a Spalletti, un bravo allenatore.

(da esquire.it)

Luciano Spalletti, allenatore professionista, al termine di Inter-Empoli 2-1 ha detto alcune cose. La prima: "Io ho il mio carattere e quando prendo una decisione lo faccio perché sono convinto: il problema è se non si decide, o se si torna indietro". La seconda: “Io via? Non so, ma a questo punto se va a finire in modo diverso sì che mi sorprendo: non siamo mica su Scherzi a parte…”. La terza: "Quando Conte è stato messo in discussione alla Juve dopo l'Ajax... Intendevo Allegri, il giorno dopo Agnelli ha fatto una conferenza per difenderlo: bisognerebbe imparare da certi comportamenti...".

Luciano Spalletti, allenatore professionista, sa bene come gira il mondo: oggi tutti ti amano e ti difendono, domani sei solo uno da accompagnare alla porta e “la ringraziamo per il lavoro svolto ecc ecc…”. Al momento dell’addio, che ufficialmente arriverà nei prossimi giorni ma di fatto è arrivato a qualificazione Champions acchiappata, il tecnico più odiato dai parrucchieri è stato chiarissimo, sereno, forse un po’ infastidito ma certamente consapevole.

Luciano Spalletti, allenatore professionista, si merita un “grazie”, anche qualcuno di più, perché ha mantenuto per due volte la promessa fatta alla società: riportare l’Inter nella coppa dei milioni. Ci è riuscito, certamente anche attraverso l'utilizzo di mezzi illeciti (l'abuso dell’arma segreta chiamata “colpo di culone”), ma alla fine conta il risultato e il risultato è che l’Inter è tornata ad avere un posto sotto i riflettori, anche grazie a lui, tecnico bravo e un filo strampalato.

Luciano Spalletti, allenatore professionista, non resta all’Inter per tanti motivi e certamente per come è fatto non riuscirà a digerirli, ma sono in gran parte validi, questo è certo: chi comanda preferisce legittimamente lavorare col “suo” allenatore, Antonio Conte; chi comanda ha pesato la sua bravura nell’essere “calcolatore” ma in contemporanea poco coraggioso, troppo timido, a tratti perfino oltre il senso logico (la costante ricerca dell'equilibrio, anche quando "equilibrio" significava incassare un punticino); chi comanda ha valutato la sua scarsa capacità nell’usare la cosiddetta psicologia spicciola, la sua esagerata tendenza alla schiettezza, che a volte è un bene, ma non se ti ritrovi a dover mediare con un gruppo di ragazzi troppo spesso capricciosi. E se quelli sono capricciosi tu devi riuscire a farli scapricciare, non devi diventare più capriccioso di loro.

Luciano Spalletti, allenatore professionista, è vicino all’addio. Lascia l’Inter dopo due stagioni assai intense e – questo è certo – se ne va a testa altissima: ha fatto un buon lavoro (il tempo dirà che puntare su di lui è stato assai corretto), ha difeso i colori della sua maglia (“bisogna difendere l’Inter!”), ci ha fatto sorridere e incazzare in conferenza, ha sbagliato a tratti, raramente ha chiesto scusa, a volte si è offeso, poi è tornato a sorridere ma a distinguere senza un vero perché tra “buoni” e “cattivi”, tra “amici” e “nemici”. È fatto così, nel bene e nel male.

Luciano Spalletti, allenatore professionista, se ne va. E sì, merita ancora un “grazie”. E pure un altro. Grazie Luciano Spalletti perché al Bar Sport è sempre tutto facile (“era il minimo!”), ma raggiungere un obiettivo, riuscirci sempre, non è mai scontato. Mai.


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