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Serie A

Vincere è l'unica cosa che conta: processo alla Juve vittima di se stessa

17.04.2019 16:30 di Ivan Cardia  Twitter:    articolo letto 20329 volte
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport

Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta. È la frase di Boniperti che la nuova Juve ha eletto a proprio motto. Come è un dettaglio, quel che conta è arrivare al traguardo. È la cifra esistenziale della società di Andrea Agnelli, è anche quella stilistica della squadra di Massimiliano Allegri. Che più volte l'ha ripetuto: tra giocare bene e vincere non c'è alcuna scelta possibile, è il fatto stesso di trionfare a definire come si sia giocato. È una dicotomia che non per forza esiste, ma all'interno della quale s'è arroccata e adagiata la Vecchia Signora. Too big to fall, dicono gli inglesi: la Juve è troppo forte per perdere e si disinteressa di come arrivi la vittoria. Tutto fila liscio, finché non perde giocando male, anzi malissimo.

In fin dei conti, sono tutti vittime di sé stessi: la Juventus, Agnelli, Allegri. Aver messo la vittoria al primo posto rende inevitabile giudicarli in base al raggiungimento del risultato. Fallito, in una sconfitta interna contro l'Ajax. Un 2-1 che per certi aspetti porta in dote il fallimento di una filosofia intera: il calcio non è matematica, l'ha ricordato Allegri. Però, senza prendersi in giro, l'investimento per portare Cristiano Ronaldo a Torino aveva una logica e nessun'altra: andare quanto più vicino possibile alla conquista della Champions. Se è vero che non si può analizzare una stagione in base a una competizione così aleatoria (e abbiamo visto quanto siano pesati gli assenti), è altrettanto vero che il presupposto l'ha creato la Juventus stessa.

I segnali di allarme non mancavano: un girone dominato ma conquistato all'ultima giornata, per esempio. Poi, la necessità dell'ennesima impresa europea nel ritorno con l'Atlético Madrid. Va tutto bene, finché vinci. Quando perdi, però, hai posto le basi perché la sconfitta basti a giudicare come tempo perso tutto il tragitto che hai fatto. Anche perché è stato accidentato: alle difficoltà nei risultati di cui sopra, si aggiungono gli inciampi a livello di gioco. A oggi, è impossibile definire un undici tipo della Juve di Allegri, versione 2018/2019. A livello sia di modulo che di gioco. Ha comprato il giocatore più famoso al mondo, ma non gli ha costruito attorno una squadra sempre coerente: più unione di grandi giocatori (come tali capaci di grandi imprese) che collettivo capace di esprimere un gioco riconoscibile.

Lontanissima, per fare due esempi ai poli opposti, tanto dall'effimera bellezza del Napoli di Sarri quanto dall'efficace pragmatismo dell'Inter di Mourinho. Giocare bene è un concetto complicato: ridotto all'osso, azzardiamo voglia dire avere una propria impronta ben definita, in un senso o nell'altro. La Juve, senza fare drammi, è più forte di tante squadre ma quest'impronta le difetta. E infatti è andata in crisi contro una squadra che ha una sua filosofia, netta e definita. In Italia, quest'anno, non ha mai trovato di fronte un avversario in grado di essere tanto coerente con se stesso. Tranne, a tratti, l'Atalanta, che infatti l'ha buttata fuori dalla Coppa Italia. In Europa è arrivato l'Ajax, che non solo ha giocato meglio, ma soprattutto ha vinto. In ultima analisi, è questo il punto: se vincere è l'unica cosa che conta, la Juve ha perso. E non conta nient'altro.


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