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La Giovane Italia
Editoriale

La Top10 dei momenti calcistici più rilevanti del decennio: l’Italia che perde, l’Inter che vince, la corruzione nel calcio, il Mondiale nel mondo, due volte Messi e due volte CR7, e poi quella notte

01.01.2020 00:00 di Tancredi Palmeri  Twitter:    articolo letto 15877 volte

Ci sono 10 momenti che meritano di essere rivissuti in questo decennio di calcio che ci lascia, perché sono i 10 momenti che hanno segnato più di tutti globalmente il nostro mondo del pallone, non solo quello italiano. Anche se il lascito più importante entrando negli anni Venti del Duemila sarà il Var, momento però diluito nel tempo, ecco però la top10 delle cose più rilevanti successe nel calcio in questa decade: il calcio come interezza, che può coinvolgere un gol, una partita, una vittoria, un evento, un trasferimento, una decisione.

10. GERMANIA-ITALIA 2016

Se fuori dall’Azteca c’è ancora la targa che ricorda l’Italia-Germania 4-3 come la partita più bella della storia del calcio, definizione su cui apertamente sono d’accordo perfino i tedeschi a cui teoricamente dovrebbe fare male, allora anche nella penombra ieratica del Matmut Atlantique di Bordeaux si dovrebbe appendere una placca per la partita più epica del decennio.

Già lo scenario, con il suo nome millenario ben sublimato da questa cattedrale nel nulla dove le colonne all’entrata sembrano stalattiti e stalagmiti per cui si va nella città dolente del calcio.

Dentro, il dies irae delle Italie-Germanie. Un primato nostro, quello dell’imbattibilità nelle partite di competizioni con la Germania, talmente illogico e assurdo che prima o poi sarebbe dovuto finire. E per una storia così millenaria e millenarista ci voleva la summa di ogni sorte per la Germania, e la spremuta di ogni sudore dell’Italia.

Si incontrano una nazionale fortissima, campione del mondo, e in perfetta fiducia come la loro; e la rosa tecnicamente più povera di sempre per l’Italia, che due anni dopo non sarebbe riuscita nemmeno a qualificarsi per i Mondiali, e senza certezze come la nostra.

Un sortilegio che dunque sarebbe dovuto finire fragorosamente e largamente, e invece ebbe bisogno di ogni pianeta allineato per stenderci.

18 rigori, come mai si era visto nella storia del calcio a questi livelli. E in mezzo il nostro plotone di Bastardi Senza Gloria che giocano con la carne e con l’anima. Ricordiamoli, giusto per non dimenticare la straordinarietà: Buffon-Barzagli-Bonucci-Chiellini-Florenzi-Sturaro-Parolo-Giaccherini-De Sciglio-Pellé-Eder (dalla panchina Zaza-Darmian-Insigne).

E Antonio Conte, in quel momento il campione dell’italiano per tutto quello per cui vale la pena essere orgogliosi di come siamo, dal lavoro fantasioso dell’intelletto tattico, al coraggio irriducibile nella disperazione.

E quella partita. I gol salvati al volo sulla linea da Florenzi, la rimonta a 10 minuti dalla fine, gli infortuni. E poi la camminata da papera di Zaza sul dischetto, la letale sbruffonata di Pellé. Eppure anche così, come disse poi Buffon, “stava bastando”.

Perché non tutti si ricordano che nonostante le due figuracce, comunque segnando l’ultimo rigore della serie con Bonucci sarebbe bastato senza andare ad oltranza. E invece sbaglia lui e poi a Schweinsteiger tremano le gambe, e ancora tre volte abbiamo il match-point a oltranza e tre volte ce lo pareggiano, fino all’errore di Darmian che nessuno ricorda e al gol di Hector che ricordano ancora meno.

Mentre nessuno ha dimenticato le lacrime di Barzaglione: “E di tutto questo non resterà più niente”.

Non rimarrà negli albi d’oro forse. Ma non per chi non sa cosa è soffrire per sognare l’impossibile,

9. L’INTER COMPIE IL TRIPLETE

Non la squadra migliore. Non la squadra definitiva. Ma la squadra che in quel momento preciso, in quel mese e per solo quel mese, diventa la squadra più forte mai vista in Italia per compiere l’impresa perfetta. Perché non è un caso che il Triplete sia quasi impossibile da compiere in Italia rispetto agli altri paesi, perché da noi non giochiamo né il calcio più bello né il calcio migliore, ma quello più sfibrante nervosamente e tatticamente che ti consuma i nervi al punto da rendere illogica conservare la stessa freschezza di calcio anche in campionato e nella coppa nazionale, qualora tu ovviamente compia già l’impresa storica di vincere la Champions.

Il mese più forte di una squadra di club in verità al suo compimento è semplicemente congiunzione di due lune, visto che la finale contro il Bayern è quasi il passo più semplice a cui adempire, svolgendo il perfetto piano tattico di Mourinho, che prima di lasciare tutti compreso sé stesso in lacrime, aveva previsto minuziosamente l’andamento di gioco, inclusa la cadenza delle assegnazioni dei cartellini gialli, come qualche tempo dopo i suoi pretoriani avrebbero rivelato in una delle infinite celebrazioni.

Ma il mese perfetto inizia a San Siro il 20 aprile al 20’, quando l’Inter va sotto 0-1 contro il Barcellona. E prendere gol in casa all’andata contro la miglior squadra dell’era contemporanea significa condanna a morte.

In quel momento, qualcosa nasce nel petto di quell’Inter. Probabilmente l’incarnazione di quello che già intellettualmente si comprendeva: che un momento simile non si sarebbe ripetuto, né per la squadra né per ognuno dei protagonisti in campo o fuori dal campo o sugli spalti.

Da quel momento l’Inter si fa drago in campo, riemerge, risale e vola sul 3-1. Un salto che spiccherà fino alla giornata di Siena, dove lo scudetto lo vincerà più contro sé stessa, o nella notte di Roma, quando dovrà sopravvivere a una partita di calci più che di calcio contro un avversario frustrato dall’aver trovato qualcuno di imbattibile nonostante la propria qualità spettacolare.

Ma un cuore nerazzurro che è la lanciato oltre le tenebre solo nel silenzio di Barcellona, il vero passaggio oltre la linea d’ombra dell’Inter, che nella propria storia infinita è al confronto con sé stessa al ritorno al Camp Nou. Quando perde 1-0 dopo una discesa e risalita all’inferno in 10 uomini, nell’Ade del demone più terribile visto nell’ultimo decennio, aggrappandosi ai Samuel Eto’o ma anche ai McDonald Mariga, e uscendo finalmente a riveder le stelle, inumidite da lacrime e aspersores.

8. LA TERZA CHAMPIONS CONSECUTIVA DEL REAL MADRID

Per 20 anni abbiamo sentito la stessa storia: ‘è impossibile vincere la Champions per due anni consecutivi, lo vieta la formula, lo vietano le forze in campo, lo vieta la difficoltà moltiplicata per dieci rispetto all’era dei Coppa dei Campioni’. E ci abbiamo creduto tutti ciecamente, e continuiamo ancora a crederci a dire il vero.

Finché non è arrivato Zinedine Zidane.

Che in verità da solo avrebbe potuto fare ben poco, e il cui calcio a differenza di quello di Guardiola e probabilmente anche di quello di Klopp non rimarrà nella storia. Ma la cui voglia implacabile e feroce aveva bisogno di trovare una manipolo di fuoriclasse implacabili e feroci, per poter alimentare uno la fame dell’altro. Perché non solo il Real Madrid vince per due volte consecutive. Ma vince per tre volte consecutive. E Zidane lo fa praticamente sempre con lo stesso XI. E cosa ancora più incredibile, contro tre squadre che per qualità e per momento storico sembravano ogni volta ben più favorite delle merengues: l’Atletico del 2016, la Juventus del 2017, il Liverpool del 2018.

Con la spietatezza dei Sergio Ramos, Marcelo, Modric, Kroos, Casemiro, Benzema e Bale.

E ovviamente con la voracità di Cristiano Ronaldo, probabilmente il più grande fighter di classe della storia del calcio, che trova il suo comandante perfetto. Per questo l’icona del triennio rimane il suo plastico volo d’aquila che ghermisce il pallone nel cielo di Torino.

In verità il povero Bale in finale contro il Liverpool segnerà una rovesciata dal coefficiente di difficoltà ben più difficile, visto che è marcato ed in controtempo, e costretto a effettuare un passo all’indietro innaturale. Ma l’aquila si era già presa l’immaginazione del mondo.

7. PEP V MOU, MESSI V CR7: LA GUERRA DEI 20 GIORNI

Difficilmente vedremo gli dei di nuovo assiepare sugli spalti e assistere affamati agli eventi calcistici ma guerreschi di quei 20 giorni della primavera spagnola del 2011: quattro Classico in 20 giorni, per decidere la Liga, la finale di Copa del Rey, e soprattutto le semifinali di Champions, con da un lato la squadra più forte degli ultimi 30 anni e dall’altro l’unico uomo che in quel triennio era stato capace di esorcizzarla.

Ma il bello è che questo era solo l’inizio. Perché poi si sommava la lotta di classe tra Madrid e Barcellona. E poi lo scontro culturale tra mourinhismo e guardiolismo prima, e tra Mourinho e Guardiola stessi poi. Non solo le battaglie dialettiche tra seguaci, ma anche gli scontri fieri in punta di lingua e spada tra i due, con le conferenze stampa che mai come quella volta occuparono lo stesso spazio delle cronache delle partite stesse, anzi ben di più a dire il vero. E con lo scontro che diventa anche guerra di religione tra il pan-ispanismo e non, con il calcio di marca spagnola che finalmente dopo 60 anni di tentativi si era preso l’intero mondo del calcio con il suo stile unico e differente.

E a tutto questo che sarebbe stato sufficiente, si aggiungeva anche il duello tra Messi e Cristiano Ronaldo - alba di cosa ci sarebbe aspettato per l’intero decennio a venire: ovvero la rivalità tecnica più duratura e illuminante tra due giocatori nella storia del calcio, che mai aveva visto essere coevi e per così tanto tempo due fuoriclasse di siffatta speme.

Già all’alba aveva tutto la Guerra Dei 20 Giorni, ed ebbe tutto: dall’Atto I all’Atto IV. Prima lo scontro di Liga dove il Barcellona si prese Bernabeu e campionato, gettando le basi del duello. Ma quella era la partita che contava meno sportivamente, anche se il messaggio fu lanciato.

E recepito, perché quattro giorni dopo nell’Atto II, nell’unico indipendente, il Real Madrid a Valencia si prese la Copa del Rey con lo storico colpo di testa di Cristiano Ronaldo nei supplementari. Una guerra talmente sfibrante che ogni colpo generava una reazione uguale e più veemente nell’altro: mal gliene incolse al Real Madrid, perché l’Atto III fu la Stalingrado di Mou nella partita in verità più rilevante, la semifinale d’andata di Champions che con lo 0-2 a Madrid tramortì le speranze della macchina guerresca di mourinhana, che poi perì 1-1 al Camp Nou. Ma lasciando talmente tanto veleno iniettato nel Barcellona più forte di sempre, che bypassato il suo naturalmente compimento in finale quella squadra avrebbe poi in verità cominciato a morire, con il guardiolismo cominciato a erodersi proprio in quella Guerra Dei 20 Giorni.

6. LA DEPOSIZIONE DI SEPP BLATTER

La storia non sbaglia mai. Proprio mai. E insegna che tutti gli imperi più incrollabili, in verità finiscono per venire giù violentemente e nella maniera più impensabile. Tale sembrava anche il regno di Blatter, e in maniera identica si sgretolò.

A giugno 2015, spiazzando l’intero scacchiere politico sportivo mondiale, vince la sua quinta elezione presidenziale consecutiva, mandando a Ramengo la cooperazione con Michel Platini a cui aveva promesso l’abdicazione, e mettendo fuorigioco la candidatura del principe giordano bin Hussein a cui sembrava avrebbe potuto soccombere.

Ma proprio nel momento in cui l’impero tocca l’apice e si sente invincibile, e lì che inizia la fine.

E Blatter aveva nella sua storia quello sgarbo politico che non avrebbe potuto rimanere impunito. Perché per la candidatura degli USA a uno dei Mondiali tra il 2018 e il 2022 si era spesa la presidenza degli Stati Uniti stessa, Barack Obama in primis, con la presenza della first lady Michelle in loco d’assegnazione. E quando tu giri le spalle alla prima potenza del mondo, è meglio tu abbia ben nascosto i tuoi scheletri nell’armadio, perché non avrai possibilità di rimetterli a posto.

“Follow the money”, seguite I soldi, insegnava Giovanni Falcone. E l’FBI stesso, che ospita nella sua sede un busto del giudice Falcone, ha sempre adottato quello stile, riuscendo a incastrare gente come Al Capone non per la scia di sangue e soprusi lasciata dietro, ma per gii ammanchi fiscali.

E lo stesso fece con Blatter: con l’indagine che mise dietro le sbarre i vertici della Concacaf per frode fiscale, l’FBI provocò un’ondata che sollevò l’oceano e costrinse Blatter a paventare le dimissioni già solo 4 giorni dopo la rielezione, fino a provocare i raid di perquisizione della polizia elvetica nelle settimane a seguire, e poi la deposizione/dimissioni di Blatter, con conseguente sospensione.

La fine di un’era quarantennale nel calcio.

5. IL 2010 DELL’ASSEGNAZIONE DEI MONDIALI

Dal Mondiale sudafricano di giugno/luglio, alla doppia assegnazione a Russia e Qatar il 2 dicembre 2010. E’ l’anno in cui cambia la geografia del calcio propriamente detta. Per motivi in principio magari non proprio terzomondistici, ma che finiscono per rendere davvero mondiale il calcio.

Oggigiorno il Mondiale in Sudafrica è ricordato come un’occasione bellissima e inclusiva, ma pochi ricordano che nasce come pure calcolo politico: Blatter voleva assicurarsi la rielezione, per questo si inventò il principio della turnazione dell’assegnazione a ciascun continente, designando nel 2010 la volta dell’Africa, con il solo scopo di assicurarsi il consistente pacchetto di voti africani. Ma da premesse viziate dal calcolo scaturì un Mondiale che fece sentire finalmente l’Africa parte del mondo moderno.

E idem accadde nel dicembre 2010, quando i calcoli economici e politici (che poi saranno fatali a Blatter) fecero prima cancellare la regola della turnazione, e poi portarono nello stesso pomeriggio a assegnare il Mondiale prima alla Russia e poi al Qatar. Mai visto (e considerate che anche il Mondiale del 2018 sarebbe dovuto essere stato assegnato solo tre anni dopo).

Eppure anche quelle scelte poi hanno portato un mondo nuovo, con la Russia così auto-esclusa e differente che per la prima volta ha accolto lo straniero nella sua terra, e con il mondo arabo in questi anni così tesi che finalmente ha potuto pensarsi come una parte integrante del resto del mondo, e non come una civiltà in antitesi. Ci sarà la differenza del Mondiale a novembre, è vero, ma per la metà australe del mondo potrà voler dire anche finalmente vedere un Mondiale d’estate - la loro estate - come invece a noi accade sempre, per non parlare del viverlo con la contemporaneità di luogo delle partite tutte nella stessa città, come accade alle Olimpiadi con i differenti eventi.

4. IL LEICESTER 2016

Semplicemente l’impresa sportiva, non solo calcistica, più incredibile di sempre.

Tutto il mondo si è ritrovata un lunedì sera di maggio a guardare un posticipo del campionato inglese.

E’ un fatto che sia la più incredibile di sempre, perché si sono accavallati 10 fattori irripetibili.

1) Il Leicester non era nessuno.

Assolutamente nessuno. Mai recentemente in lotta per vincere.

2) Il Leicester non aveva nessuno.

Assolutamente nessuno. Hai voglia a dire che tutte le squadre di Premier sono ricche e competitive. Ma a inizio anno il Leicester non aveva nessun giocatore ricercato. L’unico di valore internazionale – e non straordinario: Kasper Schmeichel.

3) Il Leicester proveniva da una salvezza raggiunta all’ultimo.

Ma trovandosi giustamente nella zona retrocessione, perché quello era il valore tecnico. Insomma, non era una nobile decaduta. E partiva essendo tra le candidate a giocarsi la permanenza, giustamente, perché quello era il valore tecnico, e con l’ambizione al massimo di arrivare al 15° posto

4) Tutte, ma proprio tutte le favorite hanno fallito.

Chelsea, Manchester United, Manchester City, Arsenal. E il Liverpool che aspettò troppo a chiamare Klopp. Povero Tottenham, alla sua migliore stagione dei precedenti 51 anni, eppure…

5) L’entusiasmo.

Il Leicester ha avuto una partenza entusiasmante che ha moltiplicato le forze. Di solito, alla lunga ti scarichi, ma invece è riuscito incredibilmente a tesaurizzare l’eccitazione, gestita dall’esperienza di Ranieri, non a caso il prossimo fattore.

6) Claudio Ranieri. Uno che aveva l’esperienza ma non sembrava avere la qualità. Che aveva voglia di rivincita al momento giusto. Che aveva preso ingiusti schiaffi in faccia, e che lo portarono all’intuizione di trovare il punto d’equilibrio con la squadra: ordine tattico ma niente ossessione, pur di avere in cambio corsa e sacrificio. Insomma serviva uno spirito d’adattabilità italiano associato però alla conoscenza della realtà inglese.

7) 8) e 9) James Vardy, Riyad Mahrez e N’Golo Kanté, i tre migliori giocatori della stagione in tutto il campionato. Non accade praticamente mai che i primi tre siano tutti nella stessa squadra.

10) L’incredibile. Ovvero la differenza tra realtà e non realtà. Perché a volte non basta essere semplicemente bravi e sorprendenti, per il semplice fatto che la distanza dai primi è siderale. Così la distanza tra la zona retrocessione e il titolo nel campionato inglese. Circa 17 posizioni da scalare. Dove per vari fattori puoi riuscirne a scalare 13, forse 14, massimo 15. Ma riuscirci, fino alla fine, significa fino alla fine essere riusciti a invertire la logica.

3. IL BARCELLONA 2011

Il Barcellona più grande di sempre, ma una delle quattro/cinque squadre di club più grandi di sempre. Guardiola e i blaugrana toccano l’apice nel Secondo Tempo della finale di Wembley. Dopo aver sorpassato le colonne d’Ercole del Real Madrid in semifinale, dopo aver visto il Manchester United spolmonarsi in maniera scioccante nel Primo Tempo per tenere la situazione in parità, al rientro schienano l’ultima virtuale uscita di grande livello di Alex Ferguson con una prestazione che va fuori dal tempo, che vince la Champions 2011, ma che vola oltre il prato londinese, alieni veri come ET che si solleva da terra e continua la corsa contro la luna, contro sé stesso, contro nessun altro avversario perché l’obiettivo è sfidare lo spazio e il tempo.

Probabilmente il Barcellona 2009 era più fresco e sbarazzino grazie alla novità e alla presenza di variabili come Eto’o e Henry, così come quello del 2015 era sbrilluccicante offensivamente grazie alla MSN in attacco, uno dei tridenti più forti della storia.

Ma il collettivo propriamente detto, la squadra rotonda e compiuta è quella che nel 2011 rende il pallone dipendente del Barcellona e non il contrario. La Spagna campione del mondo ma con Messi e Dani Alves in aggiunta. L’inno al calcio che diventa gioia quando sul cubo della proclamazione Puyol cede il momento solenne ad Abidal che aveva già celebrato la vittoria della sua vita, e le lacrime di felicità assumono un sapore totale.

2. LA SPAGNA VINCE IL MONDIALE

Se il Barça è stata la squadra più completa, lo deve a quanto successo nel 2010. Alla Spagna campione del mondo finalmente dopo 80 anni. A uno stile che non è più solo romantico, ma anche concreto. A una realizzazione che avviene nella maniera più coerente con sé stessa, mai tradendo i propri stilemi, eppure attraverso il percorso meno lineare possibile.

Partendo dalle dimissioni dell’Aragonese campione di due anni prima. Passando per il declino di Marcos Senna, unsung hero del 2008 che aveva regalato l’equilibrio, sostituito a sorpresa da un canterano che solo Guardiola conosceva, il Sergio Busquets imprescindibile. E poi continuando con un debutto con sconfitta contro la Svizzera - e mai si era visto qualcuno proclamarsi campione del mondo dopo aver perso al debutto. E decine di altri rivoli assurdi, passati attraverso una fase a eliminazione diretta dove ogni turno fu vinto solo per 1-0, altra eventualità mai vista né ripetuta.

Per finire con la finale di Johannesburg, con il gambone di Casillas che come due anni prima con Toni nei Quarti a Vienna, così esorcizza ugualmente Robben, ancora avvolto nel suo bozzolo di perdente di successo, prima di affrancarsi dalla sua schiavitù.

E per compiersi in definitiva con la parabola che ti spezza il cuore di Andres Iniesta, che un anno dopo avrebbe rivelato come fino a un paio di mesi prima del Mondiale la sequela di infortuni e sfortune lo avrebbero portato a vagliare di abbandonare il calcio, o addirittura a sprofondare nel pozzo nero della depressione che tutto porta a farti abbandonare.

Una risalita oltre le tenebre, celebrata nel momento del gol sulla maglietta portata da Iniesta sotto quella della nazionale, che anche don Andres si era dimenticato di aver indossato: e nel momento della massima gioia è il dito che si alza virtualmente al cielo e tocca il dito dell’amico Dani Jarque, portato via dal destino solo un anno prima.

1. BRASILE-GERMANIA 1-7

Quando la storia e la fantasia non sembrano ripetibili e rielaboratili.

Tutto si è scritto e detto sull’umiliazione che ha cancellato l’incancellabile, il Mineiraço che si riscrive sul Maracanaço.

Qualcosa che sembrava impossibile, perché appartenente a un altro mondo, a un’altra era, a un’altra società.

E’ che in verità designa questo decennio, e segna in sé il transito in un’epoca differente da quella del Maracanaço.

Perché così come in quei cinque minuti dopo il 20’ la Germania passa impietosamente e definitivamente da 0-1 a 0-5, disegnando la storia, così quello che succede attorno e dopo quella partita è impietoso nel segnare questa epoca, questa differenza, questi tempi.

Perché dopo la partita non succede niente. Non come dopo il 1950, quando si succedettero quasi un centinaio di suicidi e follia collettiva di nazione.

No. Il Brasile piange, si vergogna, e il giorno dopo torna a ballare la samba nei Fan Fest e a protestare per la corruzione del Mondiale 2014. Perché il mondo è cambiato. Una partita di calcio non vale più quanto la vita. E anche la partita più iconica del decennio, quel Brasile-Germania 1-7, segna tutta la differenza di un decennio dove il calcio a distrarci purtroppo non basta più.


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