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La Giovane Italia
Serie A

Cosa ci deve far pensare il fallimento europeo della Lazio?

13.12.2019 09:30 di Riccardo Caponetti   articolo letto 5093 volte
Fonte: Dall'inviato a Roma
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews

Non sapremo mai quante fiches la Lazio abbia puntato su questa Europa League. L’impressione, all’esterno, è che rispetto agli anni passati la campagna internazionale sia stata affrontata con meno motivazioni, entusiasmo e convinzione. Non che non si sia voluto andare avanti, ma non era la priorità. È solo la percezione che si ha da fuori, perché da dentro lo spogliatoio nessuno ha mai lasciato filtrare messaggi che possano indurre a pensare a questo. Sta di fatto che la Lazio, testa di serie, non si sia riuscita a qualificare in un girone non morbidissimo ma comunque molto abbordabile. “Siamo i favoriti”, aveva detto il ds Tare dopo il sorteggio a fine estate. Tre mesi dopo la squadra di Inzaghi si è classificata 3° dopo Celtic e Cluj, davanti solo al Rennes. Un epilogo negativo, con un’eliminazione che non brucia quanto dovrebbe perché in campionato la Lazio sta viaggiando a ritmi pazzeschi. L'eccessivo entusiasmo per il -5 dall'Inter capolista compensa e bilancia il rammarico. Non arrivare neanche ai sedicesimi di finale rimanere grave, per il ranking, il brand Lazio e anche per le casse di Formello, che avrebbero potuto beneficare della qualificazione.

Nessuno nella Capitale è in lutto, sono già tutti proiettati verso Cagliari, per il posticipo di lunedì, e Riad, dove il 22 si giocherà la Supercoppa italiana contro la Juventus. Ma sarebbe comunque opportuno andare a fare un’analisi delle 6 gare giocate in Europa, che hanno rappresentato il fallimento del primo obiettivo stagionale. In primis è emerso quanto la coperta biancoceleste sia corta. I 12-13 titolari sono di assoluta qualità, ma la differenza con gli altri è evidente. Se avesse schierato sempre la squadra tipo, i punti (6) sarebbero stati di più. Con il Rennes all’andata, sullo 0-1, sono entrati Luis Alberto e Milinkovic che hanno ribaltato il risultato perché la qualità è troppo diversa. È una questione tecnica, ma anche mentale, perché anche con le ‘seconde linee’ le prestazioni ci sono sempre state, è mancata però la convinzione, la personalità e quel pizzico di spocchia che spesso nel calcio può servire. La rosa poco omogenea ci riporta al mercato estivo, perché gli acquisti fatti non hanno reso come si pensava: Jony non ha dato garanzie come quinto di sinistra, ruolo che non può ricoprire, mentre Vavro non è riuscito a scalare le gerarchie nella difesa. Sullo slovacco in particolare andrebbe sottolineato come abbia faticato da terzo di difesa, mentre sia andato meglio da centrale nei tre: un aspetto che in prospettiva potrebbe far ben sperare. L’unico che ha ben figurato è Lazzari, costretto agli straordinari per la squalifica di Marusic, che ieri in Francia non ha giocato per infortunio. Capitolo a parte per Adekanye, un classe 2000, arrivato come talento potenziale e non per imporsi nel breve.

Non sono passate neanche 24 ore dall’uscita dall’Europa e non è il momento per focalizzare troppo l’attenzione sui singoli, soprattutto perché le responsabilità sono condivise e riguardano il collettivo. Allenatore, staff, giocatori e anche tifosi. A modo loro ognuno avrebbe potuto fare di più in questa deludente campagna europea, che ci deve far pensare che la Lazio - nel suo complesso - abbia fatto quasi all-in con le proprie fiches sul campionato per raggiungere quel sogno chiamato Champions. E se sia un bene o male, lo si scoprirà soltanto a maggio.


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