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Dennis, l'olandese che non vola

Dennis, l'olandese che non volaTUTTOmercatoWEB.com
lunedì 11 maggio 2020 21:45Altre Notizie
di Redazione TMW
fonte gabriele Borzillo per williamhillnews.it

Oggi parliamo di un uomo che, calcisticamente, è stato un genio. Ma non per modo di dire: un vero e proprio genio, in Italia del tutto incompreso. Perché Dennis Nicolaas Bergkamp, chiamato così dalla famiglia in onore di un grande del calcio scozzese, Denis Law – indimenticato ed indimenticabile attaccante di un tridente formato, oltre che da lui, da Bobby Charlton e dall’immenso George Best in un grande Manchester United – è stato un funambolo del calcio mondiale, trovando la sua immortalità pallonara tra le fila dell’Arsenal. Ma andiamo per ordine.
Inizia, il giovane Dennis, nell’Ajax, in quella fucina di campioncini creata per far crescere e formare talenti. Gioca da trequartista e, all’occorrenza, non disdegna nemmeno il ruolo di seconda punta. Ama svariare, toccare il pallone spesso e pure volentieri, vede la porta come pochi: non è un caso che, con i lancieri, si aggiudichi per ben tre volte il titolo di capocannoniere dell’Eredivisie. Bergkamp è un vincente, uno che non si accontenta di far gol: la mentalità è quella giusta tanto che, a soli ventiquattro anni, può già vantare un palmarès di tutto rispetto: campionato e coppa d’Olanda, una supercoppa dei Paesi Bassi, una coppa delle Coppe ed una coppa Uefa. Un talento, un diamante nemmeno troppo grezzo.
Infatti, nell’estate del 1993, l’allora Presidente dell’Inter Ernesto Pellegrini lo porta a vestire il nerazzurro per una cifra vicina ai venticinque miliardi di lire: nell’affare è compreso anche il compagno di squadra Wim Jonk, l’uomo dai pochi gol ma buoni, suo compagno ad Amsterdam. È la risposta della Beneamata agli olandesi che hanno fatto grandi i cugini rossoneri e che, ormai, sono sul viale del tramonto. Largo ai giovani, dunque. Ma Dennis in Italia non riesce a integrarsi: lui, abituato ad un calcio senza particolari norme e schemi, tutto intuizione, senso della posizione e tecnica pura, si svilisce al contatto con una realtà che lo stesso campione Orange definirà, qualche anno dopo, “impiegatizia” del pallone.
Perché, per Bergkamp, dalle nove alle cinque allenamento, poi tutti a casa, è qualcosa assolutamente fuori dal suo modo di intendere il football. Il rendimento del ragazzo olandese in nerazzurro è negativo sia per le prestazioni che per i gol segnati, perlomeno in campionato. Diverso il discorso europeo: in coppa Uefa Dennis segna, segna tanto da vincere, nella stagione 1993/94, il titolo di capocannoniere della manifestazione, quando la coppa Uefa era una coppa vera, con il fior fiore delle migliori squadre continentali, trascinando di fatto i compagni e l’Inter alla conquista di quel secondo trofeo nella storia dell’Inter. Ci ha raccontato Gianpiero Marini, l’allenatore di quel gruppo vittorioso, che Bergkamp in allenamento era una vera iradiddio. Poi, in partita, si perdeva, lasciandosi andare nel grigiore di quei compiti preordinati che tanto non sopportava.
Viene ceduto, dopo settantadue presenze condite da ventidue reti, all’Arsenal nell’estate del 1995, per una ventina di miliardi. A Londra Dennis trova il suo eden. Diventa un pilastro dei Gunners, li guida al trionfo in Premier in tre circostanze, a cui sommare le quattro FA Cup e le quattro Community Shields. Undici successi in dieci anni di onorato servizio, trecentoquindici presenze e oltre ottanta marcature, totem della Londra biancorossa. Quando si ritira, nell’estate del 2006, esattamente il 22 luglio, organizza una partita contro l’Ajax che viene disputata all’Emirates Stadium, il tempio dell’Arsenal.
Altrettanto positivo il suo rapporto con la maglia della nazionale: settantanove presenze e trentasette gol, alla media spaziale di una rete ogni due partite circa. Non gioca il mondiale coreano, nel 2002, per la sua totale idiosincrasia verso il volo. Retaggio, questo, di un episodio capitato a Bergkamp in giovane età, quando l’aereo su cui stava viaggiando insieme ai compagni di squadra perse improvvisamente quota per alcuni secondi nei cieli siciliani, vicino al vulcano Etna. Quella esperienza lo segnò tanto profondamente da procurargli una aerofobia. Prendeva l’aereo poco e malvolentieri. Lo prese per il mondiale USA 1994, e un simpatico – si fa per dire – giornalista al seguito della nazionale orange ebbe la fantastica idea di urlare “c’è una bomba”: scherzo che finì tra parolacce e qualche risata, poche per la verità. Ma Dennis, da quel giorno, l’aereo non l’ha preso mai più.
Auguri a Bergkamp, giocoliere e talento incompreso dal calcio italiano che troppo presto se n’è liberato.

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