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In diretta (silenziosa) da San Siro…

In diretta (silenziosa) da San Siro…TUTTOmercatoWEB.com
mercoledì 15 luglio 2020 06:00L'Angolo di Calcio2000
di Fabrizio Ponciroli

L’ultima volta allo stadio a vedere una partita dal vivo? Lo scorso 2 febbraio: Juventus-Fiorentina. Mentre vedevo correre CR7, mai avrei immaginato di dover attendere oltre cinque mesi prima di tornare a frequentare un impianto dedicato al calcio, il più bel gioco del mondo. Quando l’Inter mi ha comunicato l’accettazione del mio accredito stampa, ho avuto un sussulto. Ho immediatamente pensato: “Chiaro, non è il calcio che conosco ma è pur sempre calcio”. Rodato da mille partite davanti alla TV, eccomi parcheggiare l’auto a poche decine di metri dall’entrata della “zona stampa”. Nei pressi del maestoso San Siro, c’è un’atmosfera surreale. Due ragazzi, sui 12/14 anni, si rincorrono con la bicicletta. Nessun tifoso presente… La scritta INTER-TORINO A PORTE CHIUSE rende lo scenario ancor più desolante. Dopo aver ritirato l’accredito (e scoperto di essere stato posizionato al numero 181 della sala stampa), mi avvicino agli addetti della Croce Rossa: “Prego, venga pure…”. Iniziano i controlli. Doverosi, necessari… Dopo avermi consegnato l’igienizzante, arriva un ordine sanitario: “Mi spiace ma non può usare la sua mascherina. Aspetti che le diamo una delle nostre”. Peccato, la mia, stile militare, era perfetta per l’occasione. Indossata l’ormai classica mascherina azzurrina, supero i tornelli. Ci sono due percorsi obbligatori. Uno per i giornalisti, l’altro per i fotografi. Niente ascensore, ovviamente. Si sale a piedi che fa anche bene al fisico…
Finalmente rivedo il manto erboso di San Siro. Bellissimo. Attorno il silenzio più assordante che abbia mai sentito. Mi infilo nel mio posto n.181. Attorno a me seggiolini vuoti, intervallati da qualche collega intento a prepararsi per il “lavoro quotidiano”. Ognuno cerca la propria routine lavorativa, quasi volesse far credere che è tutto normale. Tuttavia, di normale non c’è niente. Quasi mi sento fuori luogo. Quando nell’aria si sprigionano le note dell’inno dell’Inter avverto un senso di smarrimento. Mi sento come un piccolo pesciolino rosso in un acquario enorme, finto, deserto, di quelli con le alghe di plastica per capirci... Per fortuna entrano le squadre a scaldarsi. Qualche voce, il pallone che rimbalza, poco altro… Si parte. Non fosse per il prestigio dei club coinvolti, potrebbe sembrare una gara di terza categoria con zero spettatori e urla di rimbrotto degli allenatori. E dire che i giocatori, oltre al vocio, ci mettono anche la gamba (per quel che si può giocando ogni tre giorni). Si sentono anche i commenti dei giornalisti. Alla papera di Handanovic, nessun insulto ma in tanti sgranano gli occhi: “Ma che ha fatto?”. Strano… Il momento più snervante è l’intervallo. In un silenzio assoluto, il rumore dei palloni calciati dai panchinari intenti a sgranchire le ginocchia e tenere lontane le zanzare è inquietante. Non è il mio calcio, non è il calcio di nessuno… “Ma perché non ha giocato Eriksen dall’inizio?”. Nasce un piccolo dibattito in tribuna stampa. Il tempo scorre lentamente. I 15’ di pausa sembrano infiniti, più lunghi di una puntata di Beautiful. Poi, ecco nuovamente i giocatori in campo. Si riprende a giocare. Qualche emozione la regalano, per fortuna, i giocatori dell’Inter che, spronati dal proprio allenatore, ribaltano lo svantaggio. In campo si festeggia molto il primo gol di Godin con la casacca nerazzurra e il ritorno alla rete di Lautaro Martinez. Comprendo che non deve essere facile per i 22 in campo. Devi dare l’anima ma non c’è un’anima che ti incita… Finisce Inter-Torino con il successo, in rimonta, della squadra di Conte (per la fredda cronaca, diceva uno bravo).
In sala stampa, come automi, ci alziamo tutti all’unisono. Saluto un paio di colleghi. Ci scappa anche una battuta: “Attento alle code fuori dallo stadio”. Rifaccio il percorso dell’andata al contrario e risalgo sulla mia auto. Mi lascio San Siro alle spalle, nella speranza che, la prossima volta, non sia un teatro fantasma abitato da poche anime perdute. Un’esperienza diversa ma che mi ha ricordato come, anche nel calcio multimilionario di oggi, l’anima erano, sono e saranno sempre i tifosi che, con la loro vera passione, rendono gli stadi un luogo magico, vivo, sognante. Conserverò l’accredito di Inter-Torino gelosamente. Perché? Semplice, per ricordarmi di quanto sia triste, per un vero appassionato di calcio, assistere, live, ad una partita a porte chiuse…

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